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 Piccoliscrittori: i nostri racconti
 Storie, racconti e riflessioni di Tawara **
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 13/07/2011 :  22:02:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Apriamo questa gloriosa (?) raccolta di storie con un racconto da un solo capitolo frutto della mia depressione estiva che torna ogni anno .

Bianco, Nero e una punta di Giallo

Ho sempre adorato dipingere. Amo i colori, amo stenderli sulla tela con le mani, amo la sensazione che ti danno quando vi immergi le dita. Già, dipingo con le dita. Ma questo non è l'argomento della mia storia... ne costituisce "solo" una buona porzione.
I colori hanno sempre fatto parte della mia vita: le persone per me hanno un colore. Mia madre, ad esempio. Quell'arancione forte e brillante che quasi sembra vivo e che non puoi fare a meno di notare con una punta di sorpresa se lo vedi - per strada, in un dipinto, in un appartamento. Mio padre è invece un grigio anonimo e vellutato, di quelli che a prima vista sembrano moderni ma che a lungo andare stancano la vista. La professoressa di matematica è un bel rosso ciliegia, quella di filosofia un azzurro fresco e calmo come il mare quando non c'è vento, Laura è di un vivace giallo canarino...
... Era di un vivace giallo canarino.
Ho conosciuto Laura l'anno scorso, durante le vacanze estive tra la terza e la quarta superiore. Ero al parco e cercavo qualcosa da dipingere. Mi sistemai su una panchina isolata e mi guardai intorno: su una collinetta davanti a me, distante una decina di metri, c'era una ragazza che raccoglieva fiori - giunchiglie gialle -, l'abito bianco che indossava svolazzante attorno alle caviglie e i bei capelli castani scompigliati dalla brezza. Non potei fare a meno di ritrarla, accentuando il più possibile il mazzo di giunchiglie che teneva stretto al petto, facendolo così diventare una sorta di cuore pulsante che dava vita all'intero dipinto. Ero così impegnata a dare gli ultimi ritocchi che non mi accorsi che il mio soggetto era sparito e si trovava accanto a me, sulla panchina.
«Hey, ciao! Che fai?» chiese, ansimante per la corsa. Mi voltai sorpresa e la trovai lì, che sorrideva, scostandosi una ciocca dalla fronte.
«Beh, dipingo.» risposi con un pizzico di ovvietà. Lei si sporse per dare un'occhiata: «Ma... Quella sono io!» esclamò lusingata. «E comunque mi chiamo Laura, piacere.» aggiunse.
«Clodia.» dissi in tono piatto, iniziando a sistemare tela, cavalletto e colori.
«Conosci Giuseppe di Terza B?» chiese all'improvviso. Era impossibile fraintendere con un paesino piccolo come il mio con solo una scuola superiore. Scossi la testa: «Perchè?».
«Perchè ha chiesto a Beatrice di fidanzarsi con lui sapendo però che stava già con Marco, che sfacciato, vero? Beatrice però ha accettato, e Luisa, ovvero la figlia della parrucchiera frequentata da Annagiulia e Marta, le migliori amiche di Beatrice, mi ha detto che ora Bea sta con Giuseppe... e Marco per far ingelosire Angelo, un ragazzo di Terza C, sai chi è, no? Alto, muscoloso, biondo con gli occhi verdi... Un vero angelo!» sorrise estasiata.
Io annuivo senza dare troppo peso al pettegolezzo e alle chiacchiere. Laura poi parlò di lei: si era appena trasferita qui - ma già sapeva i segreti più gustosi delle storie amorose dei ragazzi del paese - e avrebbe frequentato ovviamente la mia stessa scuola. Passata una mezz'ora salutai e me ne andai dritto a casa. Fu quando mi sdraiai sul letto che assegnai il colore alla ragazza, il più sgargiante, frizzante, caldo, coinvolgente che avessi mai attribuito: giallo. Lo stesso giallo delle sue giunchiglie.
Ero sempre stata brava ad assegnare colori, ma non ne avevo ancora trovato uno "mio". Beh, a dire la verità forse sì, am non era un colore vero e proprio...: bianco; la morte dei colori. Oppure nero, morte anche lui. Non riuscivo ad isolare una mia caratteristica che spiccasse dalle altre, che risaltasse. Ero un'ombra bianca e nera.
Non vidi Laura per tutta l'estate ma, a sorpresa, a Settembre me la trovai in classe, tutta felice per avermi ritrovato e per avere una faccia nota in mezzo a tante altre semi-sconosciute, o conosciute solo "tramite pettegolezzo". Col passare dei giorni diventammo grandi amiche: passavamo i pomeriggi al parco e, se pioveva, ci "rifugiavamo" in casa mia a bere una cioccolata... Le rivelai persino la mia abitudine di "dare un colore" alla gente e la mia paura di essere "in bianco e nero".
«Quale sarebbe il mio colore?» chiese interessata un giorno mentre mi guardava dipingere.
«Giallo.» risposi semplicemente mentre aggiungevo tocchi di colore.
Era ormai Giugno, e le giornate si facevano sempre più calde. Una notte il telefono cominciò a squillare insistentemente. Risposi assonnata: «Pronto?».
«Clodia! Prepara le tempere, sono da te!».
«Laura, sono le tre e mezza di matt...». Non riuscii a finire la frase che già aveva riattaccato.
Pochi minuti dopo, il rombo scoppiettante del suo motorino ruppe la quiete della via. Scesi le scale e in pigiama le aprii la porta. Senza dire nulla la accompagnai in camera, chiusi la porta ed esplosi: «POSSO SAPERE PERCH...». Laura mi posò un dito sulle labbra: «Shh! Fammi un ritratto.» disse semplicemente. Fu allora che mi accorsi che era vestita come il giorno del nostro primo incontro. Lasciai cadere ogni tentativo di resistenza, preparai il colore e mi misi a fare il ritratto da lei chiesto. Mentre era in posa, Laura si mise a cantare: «"In the town where i was born lived a man who sailed to sea. And he told us of his life in the land of submarines..."».
«Shh!» la zittii. «Vuoi svegliare i miei?!».
«Dai, Clodia, sto cercando di trasmetterti la mia "giallezza"! Stammi dierto: "So we sailed on the sun...".».
«"On the... sun"?» ripetei incerta mentre dipingevo.
«"Till we found the sea of green, and we lived beneath the waves in our yellow submarine"...» finì la strofa.
Mi illuminai: il ritornello lo sapevo anche io.
«"We all live in a yellow submarine, yellow submarine, yellow submarine..."».
Trascorsi la notte dipingendo e cantando finchè non imparai a memoria la canzone e finii il ritratto. Era il più bel dipinto che avessi mai fatto, devo riconoscere che persino io ne fui sinceramente stupita; anche Laura era soddisfatta. Parlammo un po', poi evidentemente crollai addormentata perchè ricordo solo la mattina seguente.
«Clodia?». Mia madre entrò cautamente nella stanza e si sedette sul bordo del letto.
«Che bel dipinto, l'hai fatto tu?» chiese nervosamente, accennando al ritratto. Annuii aprendo gli occhi.
«Clodia, devo dirti una cosa... Non è una bella notizia.» esordì. «Laura è... Ha fatto u-un incidente ieri notte. I-in motorino. E' m-morta sul colpo. I genitori vogliono anticipare il più possibile il funerale... E' stamattina. Dai, preparati.» disse dolcemente. Uscì lasciandomi sola. Con un sorriso amaro mi vestii e pochi minuti dopo ero fuori, di fronte a mia madre.
-Tesoro, non pensi che sia... Troppo informale, ecco, per un funerale?- chiese, alludendo alla camicia gialla e ai jeans, lunghi e sdruciti. Scossi la testa. Lei sospirò sorridendo, poggiandomi una mano sulla spalla. Non avrei potuto indossare altro; era stato il suo ultimo desiderio: «Il ritratto tienilo tu. Non scordare mai la canzone, okay? Ti regalo il mio giallo, così non sarai più in bianco e nero... Considerala la mia eredità, ecco. E poi non dire che non sono generosa. Ah, ci sono dei vestiti sulla scrivania. Jeans e camicia, sono miei. Camicia gialla, ovviamente. Voglio che indossi questi domani al mio funerale.».

Okay, dopo di questo... Mi dileguo momentaneamente.
Perennemente vostra,
Tawara
(Adoro questa forma di commiato )

Modificato da - Tawara in Data 16/07/2011 21:37:15

Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 15/07/2011 :  09:22:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bella storia, con un finale inatteso e forte. Bravissima!
Piccola critica: non mi piace quando dalla introduzione entri nel vivo del racconto. C'è un salto un po' brusco, forse sarebbe da migliorare in qualche modo.
Ma per il resto è ottimo.
Un saluto,
allegrezze
Georg

P.S. mi hai messo in testa la canzone!
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 15/07/2011 :  17:25:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie innanzitutto per aver trovato il tempo di aprire la discussione e di commentare il mio racconto.
Beh, per l'introduzione... sto lavorando per mettere giù qualcosa di un po' più leggero per passare, come ha detto, dall'introduzione alla storia vera e propria. Appena mi verrà qualche idea convincente... credo che modificherò il tutto.
Grazie ancora dei consigli,
Tawara
P.S.: Volevo cercare qualche canzone un po' più "gialla" dato che questa cita anche il "green" e il "blue", ma (per pigrizia o per comodità? Questa è sì l'unica canzone che trattava di giallo che conosco, ma è anche una delle più conosciute) non ho voluto usare testi ignoti ai più e complicati. Mi piace questa canzone, semplice ma famosa
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Ok, inserisco un altro racconto evitando di mettere due messaggi di seguito

Gli occhi di Nadir

Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Il genere di occhi che ammiccano maliziosamente verso le ragazze, che ammirano ogni particolare, ogni curva sinuosa lasciata intravedere dalla stoffa che fascia loro il corpo.
Succedeva prima.
Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Il genere di occhi che accarezzano amorevolmente con lo sguardo la figura esile della sorellina mentre, sdraiata sul pavimento, disegna. Disegna la loro casa, la loro famiglia - lei, Nadir e il fratello maggiore, e ride alla vista dei colori. Sono gli stessi colori che vedono gli occhi di Nadir.
Succedeva prima.
Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Il genere di occhi che vengono socchiusi per vedere se fuori dalla finestra è già arrivato il proprio migliore amico, come ci si era messi d'accordo, per andare a preparare una festa a sorpresa di quel compagno di classe lasciato da tutti un po' in disparte.
Succedeva prima.
Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Il genere di occhi che guardano il cielo quando è sereno e si perdono nell'azzurro, immaginandosi proprio lassù, come pilota di un aereo fiammante o come astronauta che fluttua beandosi dell'assenza di gravità.
Succedeva prima.
Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Il genere di occhi che brillano di gioia e stupore ammirando il proprio shalwar-kameez nuovo, del proprio colore preferito, con tutti quei ricami che hanno sempre visto solo su quello del papà.
Succedeva prima.
Succedeva prima che scoppiasse la guerra, che i cosiddetti "studiosi di religione", i Talebani, obbligassero la madre e la sorellina di Nadir a coprirsi il volto rispettivamente con un burqa e uno chador, sia in casa che fuori.
Succedeva prima che la casa della famiglia di Nadir crollasse per l'esplosione di una bomba, seppellendo sotto le macerie i toshak, lo shalwar-kameez nuovo e i colori della sorellina.
Succedeva prima che il padre e il fratello maggiore di Nadir fossero portati in prigione, prima che i libri fossero bruciati assieme alle fotografie, prima che l'acqua invece di essere comprata al supermercato dovesse essere cavata dai pozzi e fatta bollire prima di essere bevuta, altrimenti si stava male.
Erano occhi belli, quelli di Nadir.
Occhi su cui il Buio ha posato pietosamente una mano nello stesso momento in cui il piede del ragazzo si posava incautamente su una porzione di terra smossa.


Allora, vi devo spiegazioni:
Shalwar-kameez: Completo formato da una camicia lunga e ampia e pantaloni. A volte sono impreziositi da ricami.
"Studiosi di religione": Così si definivano i Talebani in Afghanistan.
Burqa: Completo lungo a forma di tenda che copre tutto il corpo delle donne afghane, compresi gli occhi, celati da una fitta rete.
Chador: Indumento indossato dalle ragazze afghane per coprire il capo e le spalle.
Toshak: Materasso stretto usato dagli afghani al posto di letto e sedie.

Ok, ora che ho spiegato... Mi dileguo.
Un saluto,
Tawara

Modificato da - Tawara in data 18/07/2011 21:14:57
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 11/08/2011 :  16:31:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Altra storia... Senza titolo, scritta per l'unica persona che desiderava un mio racconto per sè


Il sole spargeva i suoi ultimi raggi infuocati sul campo di battaglia, tingendo le armature lucide con mille screziature rosse e aranciate. La piana era pervasa dal silenzio teso che precede la battaglia, interrotto solo dal tintinnio sinistro del cozzare delle armi metalliche. Poteva vedere le mani guantate dei nuovi fanti come lui stringere convulsamente le aste delle lance oppure le else lisce delle spade, sentiva il respiro pesante e nervoso dei cavalli nelle retrovie. Sentiva il suo, di respiro, sempre più affannato dall'imminenza del combattimento. Scorse con lo sguardo le file nemiche - armature tirate a lucido, scudi intarsiati con blasoni e simboli, cavalli sellati e scalpitanti come il loro cavaliere. Vide il riflesso rossastro del sole sugli elmi e sulle armi.

Sotto il suo sguardo vigile avevano combattuto centinaia di legioni, alla ricerca di una pace e di una vita serena che era sempre un palmo avanti rispetto a dove doveva essere, oppure al folle inseguimento di un potere illusorio da tempo promesso e mai del tutto raggiunto. Il sole non faceva eccezioni, accarezzava con i suoi raggi tiepidi la pelle sudata degli uni o degli altri soldati in un ultimo tentativo di dissuaderli dalla battaglia. Ma mai, mai aveva odiato.

Si abbassò la visiera dell'elmo. Faceva parte della seconda linea dell'Esercito, strappato a forza dal suo pianoforte per seguire le orme del padre. Non c'era tempo per avere paura: lui era lì, l'Esercito nemico davanti a lui, il padre alla testa di un drappello di intrepidi soldati. Pronti a difendere la Terra dei Laghi, l'ultima di un'infinita serie di Terre attaccate dagli uomini della nazione oltre i Confini Regi. Ma questa volta era diverso: Michele era nato nella Terra dei Laghi. E ora era lì per proteggere la sua patria, il suo mondo. Il suo tutto. Non era mai stato entusiasta del mestiere del soldato ben sapendo però che era esattamente quello per cui era stato designato.
Le sue mani troppo morbide impugnavano una spada, mani bianche, lisce e perfette, create unicamente per riempire di carezze la tastiera del pianoforte, mani rapite ad un quadro. Sentiva gli occhi del padre puntati sulla sua schiena, fiero, una volta nella vita, del figlio che gli obbediva. Un urlo si levò dalle file nemiche. La battaglia era iniziata.

Il pianoforte era a casa, la tastiera era coperta dai primi granelli di polvere. I tasti erano troppo freddi, già dimentichi delle dita che li avevano vezzeggiati. Nell'altra stanza, una madre piangeva.

Michele alzò la testa. La prima linea era impegnata in battaglia, così aveva la visuale completamente libera. Vedeva le lance trafiggere chi conosceva. Vedeva i suoi amici impietosamente passati a fil di spada. Ebbe un folle presentimento. Ed ebbe paura.

***

Fuggire, fuggire solamente. Liberarsi dall'armatura lasciandola a pezzi nel folto del bosco, diretto verso il suo paesino. Servirsi della spada solo per agevolarsi la corsa, del pugnale per tagliare i rami che lo bloccavano.
Giunse al paese, facile preda del panico. Le case erano in fiamme - la sua casa era in fiamme, sotto una pioggia letale di frecce. La battaglia era un diversivo. Riprese la sua corsa folle verso la sua abitazione. Si gettò all'interno incurante del fuoco e vide la madre, semi svenuta, accasciata in un angolo e la sorella abbracciata a lei che lo fissava con uno sguardo di muta supplica. Fece per lanciarsi verso di loro, ma la disperazione gli aveva lavato via ogni sentimento che non fosse stato la rabbia e la paura.

La follia gli aveva rapito lo sguardo che ora fissava qualcosa oltre quello che vedeva. I suoi occhi verdi non erano mai stati così belli.

Si guardò ancora attorno. Il pianoforte bruciava, lambito da lingue di fuoco che accarezzavano i tasti che lui avrebbe dovuto sfiorare, che lambivano spartiti che lui avrebbe dovuto leggere. Sentì gridare, un urlo straziante, quasi disumano. Solo quando la gola si fece dolorante si rese conto che era la sua voce graffiata che parlava per lui.
Si gettò sullo strumento con foga, e fu l'ultima cosa che vide. Sorrise. Era con il suo pianoforte.

Per sempre.
---------------------------
Yawp.
Un saluto,
Tawara
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 12/08/2011 :  08:56:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Molto bella l'ultima storia. Mi è veramente piaciuta! Forse l'unico debolissimo appunto è per il nome: Michele. Come dipingi i soldati, deve trattarsi di una battaglia di un passato molto lontano, mentre il nome Michele e il pianoforte fanno capire che la storia, al massimo, potrebbe svolgersi agli inizi del 900. Ma alla fine non è nemmeno disturbante, perché la storia è scritta bene.
Complimenti!
Ciao
Georg
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 12/08/2011 :  13:57:22  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie innanzitutto per il commento, ora le spiego il perchè del nome assai poco "antico" che ha disturbato la lettura: la storia mi è stata commissionata da un mio carissimo amico che si chiama per l'appunto Michele. Mi ha chiesto di dare ad un personaggio il suo nome, cosa che effettivamente ho fatto per accontentarlo, ma per la verità nemmeno a me convinceva del tutto l'abbinamento "contesto-protagonista" e avrei preferito un nome più adatto.
La ringrazio ancora,
Tawara
P.S.: Per la seconda storia mi è comprensibile che non le sia particolarmente piaciuta, effettivamente è piuttosto bruttina anche per me che ne sono l'autrice
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Katia
piccolissimo scrittore


37 Messaggi

Inserito il - 19/08/2011 :  09:40:48  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao! mi è piaciuta molto la prima storia "bianco, nero e una punta di giallo", mi ha fatto pensare... - che colore sarei? - ... viola! a volte mi sento solare e allegra come il rosso e altre volte malinconica e pensierosa come il blu...
Adoro anch'io dipingere e disegnare, in particolare i ritratti
ciao ciao
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 25/08/2011 :  15:24:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Rain

Pioveva.
Innegabilmente, ovviamente, pioveva. Ogni volta che capita qualcosa di triste piove, logico. Il cielo è un'entità a sè, tuttavia troppo generosa e sensibile, così lontana dall'umano, per lasciare la gente a soffrire da sola: spesso le sue lacrime cadono copiose a coprire quelle sul volto delle persone afflitte che non sempre percepiscono la consolazione che quelle stille vogliono regalare.

Sprecare lacrime, inaridirsi. Ogni goccia, ogni singola goccia vale un tesoro. E il cielo le dona, le regala. Stupido.
Oppure solo diverso.


Le persone importanti non sono tristi. Sorridono, sempre. Non piangono, non soffrono semplicemente perchè non devono avere l'aria di gente che piange, di gente che soffre. Epoche segnate da persone sorridenti, sorrisi di circostanza, sorrisi splendidi, freddi e duri come quelli delle sculture dedicate ai morti.

Angeli congelati nella pietra nell'atto di spiccare un folle volo verso il cielo. Plumbeo e gravido di pioggia, tanto per cambiare.

Angie era stata una persona importante, per quanto importanti si possa essere a quindici anni. Importante per i suoi compagni di scuola, ovviamente. Popolare, invitata alle feste, emulata nel modo di vestire, di porsi e di parlare. Alta, magra, vaporosi capelli biondi e occhi scuri, pelle chiara, caviglie e polsi sottili, non sempre era stata così al centro dell'attenzione. Alle medie, ad esempio, era sola, circondata da libri e pagine scritte in una calligrafia minuta e fittissima, quasi a temere che i fogli non bastassero a contenere tutte le cose che aveva da dire. C'è gente che imprime le proprie idee sulla sua pelle, marchiandosi per sempre parole e dichiarazioni d'amore dolci ma così gelate da non poterle regalare senza indossare i guanti.

Neve fresca che fiocca sul miele. Lo copre, lo soffoca.
Non si sente più il suo profumo delicato; non si può avvicinare il naso: il freddo lo gelerebbe.


C'è gente che invece porta le sue opinioni su stendardi, magliette e striscioni e va in giro a gridarle alle finestre serrate di case e palazzi, sventolando le bandiere e agitando gli striscioni.

Il vento gonfia quei teli come le vele di navi che strapperanno i figli alle loro famiglie.
Le madri sventolano mani e fazzoletti di pizzo, tentando di farsi vedere. Ma i figli non hanno
tempo di soffermarsi a cercarle, già così ebbri della loro vita improvvisamente mutata, e non si curano di pensare a loro, che già sanno che non torneranno sui loro passi.

Altri, come lei, fermavano le loro idee su fogli, sotto forma di racconti, pensieri appuntati a metà per seguire già il corso di un altro, poesiole, riflessioni traboccanti di "perchè?" da ogni parte.
Ma poi erano arrivate le superiori e i fogli erano stati messi in un angolo: tempo affollato da amici, amiche, amori, uscite. La pagine dei suoi scritti si erano raccolte in un angolo recondito della sua mente, già impolverate.
Ed era arrivato lui: alto, moro, occhi marroni dalla dolcezza pastosa del caramello.

Zucchero bruciato e fango.

Qualche parola e poi l'inevitabile: attratta dalla promessa dello zucchero bruciato, era sprofondata in quel fango senza trovare appigli che la reggessero. Si era innamorata. E lui di lei.
Settimane, mesi. Parole bisbigliate, dita strette tra loro, labbra che si sfiorano.
Settimane, mesi e poi quel giorno.
Una frase frammentata dallo scroscio della pioggia, un sorriso di scusa appannato.
-Certo, io... capisco. Va... va bene.-. Risposta stupida e benedizione accorata al rumore dell'acqua che cadeva.
Aveva coperto la sua voce tremante.
Pioveva, sì, e non era un male - non quella volta. Angie alzò il volto, rimasta sola in strada, e pianse, lasciandosi bagnare il volto dalle cortine d'acqua argentea.
Tornò in casa, più calma, ma col respiro ancora affannato e spezzato. E allora li vide. Sotto al letto, in una pila ordinata, i suoi scritti. Tese la mano e prese il primo foglio, contenente solo una frase, al centro.

"E quando capirai che la perfezione non esiste, che sta sempre un palmo più avanti di dove non debba realmente esserci, alza lo sguardo - oltre il lieto fine che ti eri prefissato. Cosa vedi? Ci sei arrivato, finalmente.".

Si alzò lentamente e si lasciò cadere sulla sedia davanti alla sua scrivania. Sorrise. Impugnò la penna.
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Okay. Sono in pieno blocco della scrittrice, quindi una bacata come me cosa fa? ...scrive. Già. Ecco spiegata la nascita di cose (in altro modo non mi sento di chiamarle) come questa.

Inchiostro,
volgimi ancora
all'ombrose tue spire.


E dopo questa perla poetica (...), vi lascio!
Un saluto,
Tawara
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Tawara
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 01/08/2012 :  23:33:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ragazzi, è quasi un anno che non scrivo più... cioè, che non mi faccio più vedere da queste parti.
Spero che Georg Maag mi perdonerà l'uso a sproposito che faccio del tedesco in questi racconti (pur non studiandolo). Ah: ci sono tante incongruenze storico-contestuali, ma ho scritto di getto, senza documentarmi (sacrilegio). L'unica cosa di cui si può essere sicuri è l'argomento centrale della storia e le nozioni musicali: ho fatto i compiti a casa, quelle le so (ringraziate la mia prof. di violino )!
(Ah, perdonate l'orario indecente).

Das Klavier: Prologo

La brezza soffiava gentile per le strade di Vienna, sfiorandole appena le gale dell'abito il cui drappeggio era studiato sapientemente per dare l'impressione che fosse stato affidato al caso.
La giovane donna camminava con l'eleganza di chi sa di potersi permettere il lusso del ritardo, ma al contempo gli occhi scuri tradivano l'impazienza, così come la lieve tonalità di rosa che era andata ad accenderle le guance. I capelli castani riccioluti, trattenuti da un nastro di raso del medesimo colore del vestito, le sfioravano appena la base del collo latteo, provocando in lei dei leggeri brividi che la facevano sorridere come una ragazzina. Sorrideva, la giovane donna, perché nulla le aveva fatto provare tanta bramosia e desiderio quanto quell'incontro e le prospettive che vi si celavano dietro, ancora troppo impalpabili per poter essere giudicate anche solo probabili ma a cui lei si aggrappava con tutta la forza posseduta dalle mani guantate, che per tutto il tragitto erano state percorse da tremiti lievi ma incontrollabili.
Le strade viennesi apparivano ai suoi occhi infinitamente più colorate, profumate, attraenti. Lasciava che i suoi sensi imprimessero nella sua memoria il disegno simmetrico delle mattonelle che lastricavano la strada, la particolare gradazione cerulea del cielo di primavera inondato di luce quasi liquida, gli edifici alti e austeri col loro profilo squadrato, il profumo caldo e avvolgente del pane sfornato da poco e quello pungente delle spezie variopinte venute dall'Est, la sensazione di gelo sui centimetri di pelle scoperta e il timido tepore che invece le donava la luce solare. Badava poco, invece, alle persone che stavano discretamente pochi passi dietro di lei, cercando di illudersi di essere sola, di essere libera di disporre di quel momento quasi fondamentale.
La sua destinazione si rivelò essere un edificio senza pretese, costruito recentemente nel pieno stile che contraddistingueva Vienna in quel periodo. La facciata era dipinta di bianco, un bianco immacolato, forse appena ingrigito nel punto in cui la parete si fondeva con la strada. Una serie di cinque gradini regolari conduceva a una porta in legno che pareva essere appena stata lucidata. Gli inserti metallici non recavano aloni. Ebbe, per un istante, la sciocca impressione di essere la prima persona a varcare quella soglia, poi respirò a fondo per liberare la mente da quell'accozzaglia di pensieri inutili. Sollevò con un gesto fluido la mano guantata, afferrò l'anello d'ottone poco sopra il suo viso e bussò. Immaginò la casa risuonare dei suoi colpi – tre, brevi, decisi – e l'affrettarsi di una domestica verso la porta ad una sola richiesta di una voce... una voce che non riusciva a figurarsi bene. Poteva solamente ipotizzare che fosse melodiosa, chiara. Forse un poco acuta, ma piacevole a sentirsi. Il tipo di voce che avrebbe potuto ascoltar cantare per ore senza stancarsi mai. Non riusciva nemmeno a dare un volto preciso a lui. Lo pensava sempre controluce, davanti a grandi finestre ariose che mostravano scorci di vita cittadina, circondato da un'aura lattea conferitagli dalla luce solare che, presumibilmente, gli investiva il volto.
Le sue fantasie vennero interrotte dallo schiudersi della suddetta porta.
«Signorina von Auernhammer. Incantato».
La sorpresa per poco non la gelò sul posto, più fredda di qualsiasi tempesta invernale, improvvisamente dimentica dell'imbarazzo che provava per dover essere scortata da due persone al servizio dei genitori.
Si aspettava una domestica, appunto. Si aspettava di essere introdotta poco a poco nella vita di quell'altra persona, e invece vi si ritrovava gettata dentro senza nemmeno che lo volesse.
Stupida. Certo che lo vuoi, si rimproverò mentalmente. Trovò così la freddezza necessaria a salutare dignitosamente l'interlocutore, troncando sul nascere qualsiasi reazione spropositata.
«Oh, via. Così mi lusingate, Herr Mozart».


...ehm, chiedo perdono. Davvero, mi sento proprio inutile per farmi rivedere con questa... cosa.
Spero che sia piaciuta, almeno un po'.

Tawara

Modificato da - Tawara in data 01/08/2012 23:34:08
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 02/08/2012 :  17:17:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
sarà anche passato un anno e lo hai postato tradi, ma è una bella storia, un po' sospesa, ma con un ottimo finale a sorpresa.
Unico punto dove avrei una critica da muovere potrebbe essere un utilizzo spesso esagerato con aggettivi e avverbi, ma questo è più gusto mio che regola generica per chi scrive.
Esempio:
citazione:
Le strade viennesi apparivano ai suoi occhi infinitamente più colorate, profumate, attraenti.


Per il resto nessunissima critica!
Bene, ottimo racconto
ciao
Georg
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Tawara
piccolissimo scrittore


21 Messaggi

Inserito il - 02/08/2012 :  17:47:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
citazione:
Unico punto dove avrei una critica da muovere potrebbe essere un utilizzo spesso esagerato con aggettivi e avverbi...

Oh, no È esattamente quello che cercavo di evitare! Sto tentando di liberarmi di questo stile ridondante e troppo ricco, ma a quanto pare non sto avendo molto successo...
Non importa! Il primo capitolo sarà controllato in modo ancor più minuzioso. Devo assolutamente riuscire nel mio intento.

Francesca

P.S.: Ah, grazie a Gogglo per il commento! Vorrei poterti rispondere, ma il bello è che non so nemmeno io la risposta ai tuoi quesiti... I miei scritti fanno acqua da tutte le parti, evviva.
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 04/08/2012 :  11:29:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bella, molto bella. Mi piace molto il modo in cui ti soffermi sui colori presenti nella scena che descrivi, si vede che ti interessano molto (come si evince anche da altri tuoi scritti ). Molto bello il passaggio in cui la protagonista immagina la reazione di chi è al di là della porta, trovo molto efficace la resa delle sue aspettative sempre attraverso la visione della donna. Non mi pare di aver trovato inesattezze storiche... Ma se anche così fosse, ottima la scelta del luogo e della stagione, davvero, tutti i particolari calzano a pennello. Aspettiamo un seguito!
Matt
P.S.: Mi spaventa pensare che hai 14 anni. Hai uno stile di una maturità di almeno 3-4 anni più in avanti. Gli scritti dei miei 14enni una coerenza e una precisione del genere se la sognavano...
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 04/08/2012 :  11:35:22  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Matt, hai assolutamente ragione.
Beh, è bello quando succede, no?
Anch'io mi ribello da una vita ai troppi aggettivi e avverbi. Non sempre ci riesco, e dopo devo ripassare con lucida determinazione per togliere, stringere ecc.
Leggere Hemingway potrebbe essere un toccasana. Lui era il re dello scarno!
Un saluto
Georg
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Tawara
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 11/08/2012 :  18:48:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Salve ,
non so davvero se sono riuscita a eliminare tutta quella roba inutile e pomposa dal mio stile, ma spero fortemente di sì. Beh, a voi il giudizio, come sempre.

Das Klavier: Capitolo Uno


La condusse lungo un corridoio dal vago profumo dolciastro tipico delle rose sfiorite, con porte di legno chiaro che celavano - immaginava lei - stanze colme di buio, polvere e mobili coperti da lenzuoli candidi che li facevano apparire come fantasmi grotteschi.
L'interno della casa del musicista si presentava in modo totalmente diverso dall'esterno, così semplice e sobrio, quasi anonimo: le pareti erano dipinte di colori delicati e caldi, i pavimenti erano coperti da tappeti variopinti dai disegni che richiamavano le atmosfere del Medio Oriente e sui mobili, di differenti stili ma tutti indubbiamente costosi, erano posati piccoli oggetti, ninnoli d'argento, recipienti di cristallo colmi di fiori secchi e ogni genere di suppellettile. L'atmosfera che regnava per le stanze ricalcava quella allegra che caratterizzava il focolare domestico di una qualsiasi famiglia affiatata, con la differenza che la casa di Mozart fosse abitata esclusivamente da lui e probabilmente da qualche domestica fredda e professionale e che quella forzata gaiezza risultasse un po' opprimente. Nelle poche parole che scambiarono durante il tragitto traspariva il compiacimento del padrone di casa nei confronti della sua dimora. Josepha si premurò accuratamente di non esternare le sue considerazioni a riguardo.
Entrarono in una stanza con le pareti aranciate – il genere di colore che ci si aspetta da un tramonto – e ampie finestre dalle quali entrava la luce mattutina. La giovane lasciò che il suo sguardo scorresse sulla scrivania tutt'altro che ordinata, sulle tre sedie che l'accompagnavano, sull'imponente libreria che copriva un'intera parete con gli scaffali pieni di volumi, libretti dell'opera e – possibile? - anche una custodia da violino. Si soffermò poi sul pianoforte al centro del locale, ma venne invitata dal musicista a sedersi. Lui aveva già preso posto dietro la scrivania, quindi lei si limitò a occupare una delle due sedie restanti, in attesa di iniziare a parlare del motivo della sua visita.
Le lezioni.
Non dovette aspettare molto, dato che Mozart si limitò ad allineare qualche foglio sul piano della scrivania prima di schiarirsi la voce e prendere parola.
«Ho ricevuto la lettera dei vostri genitori».
Josepha pensò che non avrebbe potuto iniziare il discorso in maniera peggiore. Si rendeva conto, tuttavia, che il musicista non poteva certo sapere della sua piccola ribellione personale contro le imposizioni dei suoi genitori (che, peraltro, non era nemmeno manifesta), quindi si limitò ad annuire con un sorriso.
«Mi hanno chiesto di darvi lezioni. Vorrei sapere, però, se è quello che desiderate anche voi» continuò.
«Io... certamente» confermò lei, un po' confusa dalla domanda. Mozart balzò in piedi, animato da un'energia che pareva aver acquisito solamente dal suo assenso.
«Iniziamo, allora!» esclamò, invitandola con ampio gesto della mano a sedersi al pianoforte. Josepha rispose a quell'espressione entusiasta con una smorfia tirata che voleva essere un sorriso e obbedì in silenzio.
Mozart posizionò sul leggio uno spartito fitto di note. Era uno Studio di un qualche compositore russo dedito più all'insegnamento che non a vere e proprie sinfonie che si era firmato “Kozlov”. A un cenno del musicista, ormai suo insegnante, Josepha posò le dita guantate sulla tastiera, inspirò profondamente cercando di sciogliere il nodo che si era formato all'altezza dello stomaco e iniziò a suonare.


***


«Oh. Sì, certo, molto buono. Certamente». Mozart sembrava essere stato riportato alla realtà dal discreto tossicchiare della sua allieva, che lo guardava interrogativamente.
«Per quanti anni avete studiato pianoforte, signorina von Auernhammer?» chiese.
«Lo studio da quando avevo dieci anni, signore. Questo è il tredicesimo anno».
Il compositore si passò ripetutamente le dita tra i capelli, lo sguardo perso nel vuoto. Pareva riflettere freneticamente, cercando parole o valutando chissà cosa.
«Oh. Sì, certo» ripeté. «Vorrei, ora, che mi eseguiste delle scale».
«Scale?» mormorò, vagamente offesa. Le scale le suonava sua sorella minore, al primo anno di studio.
«Sì, scale. Qualcosa non va?» domandò lui, sorpreso. Lei arrossì, negando, ma provava ancora del risentimento.
«D Dur?».


Note di fine capitolo: il D Dur equivale al nostro Re Maggiore. La scala di Re Maggiore è composta da Re, Mi, Fa#, Sol, La, Si, Do# (e Re), ed è una delle prime che si insegnano agli aspiranti musicisti (specialmente ai violinisti perché è la prima posizione, ogni riferimento alla mia esperienza è voluto casuale). La notazione letterale è tipica dei Paesi di lingua inglese e tedesca, con La=A. Ad oggi, però, in tedesco B=Sib e H=Si, variazione che qui non ci sarà per un dubbio che ho relativo a Bach ma che non è importante. Ritenevo solo giusto avvertirvi, tutto qui
Taw
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 14/08/2012 :  10:35:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao Tawara, e grazie per la seconda parte.
Non è affatto male, mi piace perché il racconto scorre bene, non ci sono interruzioni o rotture, ed è già moltissimo!
Hai ancora passaggi troppo "ricchi", dove basterebbero poche parole perché il lettore capisca da solo e senza che tu debba descrivere con dettagli. Si vede che questo tuo punto dolente rimane irrisolto!
Un piccolo appunto:
citazione:
Entrarono in una stanza con le pareti aranciate – il genere di colore che ci si aspetta da un tramonto – e ampie finestre dalle quali entrava la luce mattutina.

Non credo proprio che in quei tempi qualcuno avesse le pareti di casa color arancione (ma potrei sbagliarmi), e l'inciso che segue è un esempio di quanto ti ho detto prima: non aggiunge nulla di importante al racconto, se lo tagliassi non mancherebbe, dunque qui forse capisci cosa voglio dire.
Ma sono critiche "piccole", ok?
Un saluto
Georg
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Tawara
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 14/08/2012 :  18:22:31  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Innanzitutto grazie per aver letto
Riguardo ai passaggi troppo ricchi, ho cercato in tutti i modi di tagliare. Ma evidentemente non ne sono capace, accidenti.
E pensavo di aver modificato il passaggio dell'arancione!! Oh mamma, me ne ero resa conto anche io e l'avevo cambiato in una tinta decisamente più tenue, un azzurro molto chiaro... Ma devo aver dimenticato di salvare le ultime modifiche e revisioni al documento di Word, perché è rimasto arancione.
Non modifico il testo qui perché mi sentirei ingiusta per chi leggerà in seguito, ma ho capito tutto (almeno credo). Spero di sfruttare al meglio i consigli per la prossima parte.
Niente più stanze sgargianti e incisi messi così, tanto per sport, promessa solenne!
Grazie ancora per la lettura e per i preziosi consigli

Tawara
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 15/08/2012 :  17:30:30  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Figurati, sono qui per questo. Nessuno "nasce imparato", e scrivere è un arte e un lavoro duro!
citazione:
Ma devo aver dimenticato di salvare le ultime modifiche e revisioni al documento di Word

Sai quante volte ho fatto casini pure io!
Comunque grazie per aver risposto e per provare a mettere le mani sull'opera, credo valga la pena!
Un saluto
Georg
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Tawara
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 27/09/2012 :  22:23:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Dato che momentaneamente Das Klavier repelle ogni mio sporadico tentativo di iniziare il secondo capitolo, provo a farvi leggere un classico compito per casa. Tema di Religione: “Quid est veritas?”


Verità. Partendo – banalmente, mi permetto di dire – dalla definizione del dizionario, si hanno essenzialmente tre accezioni del termine in questione: “corrispondenza al vero, alla realtà”, “ciò che è vero in relazione a determinati fatti” e “ciò che è vero in assoluto”. In particolare, nell'ultima definizione si evidenzia che essa è usata in ambito religioso, teologico e filosofico: il voluminoso testo vorrebbe forse lasciar intendere che il vero assoluto ed estremo esiste solo e soltanto in contesti che, paragonati alle cosiddette “scienze esatte” (dove “esatto” significhi “preciso” e non “vero”, beninteso), sono poco oggettive?
Qualcuno potrebbe opporsi, dichiarando che non ci sono dubbi sul fatto che il risultato di 1+1 sia due: basandosi sulla matematica, che – l'hanno ripetuto fino allo sfinimento - “non è un'opinione”, questa dovrebbe essere verità categorica. Ma allontanandoci dalla visione ristretta imposta dalla suddetta materia, io posso benissimo dire che, ad onor del vero, 1+1=3 (o più di tre). O ancora, che 1+1=0. Perché? Perché, pur non volendo imporre i miei ragionamenti a nessuno, è facilmente osservabile come dall'unione di 1+1 individui di sesso opposto si generi un terzo individuo: 1+1=3, o come dicevo, più di tre. Oppure, trattando di settori più vicini alla matematica come la geometria, si nota che l'angolo ottenuto dalla somma di 1+1 angoli giri (ovvero di 360°) abbia come ampiezza zero gradi: 1+1=0. Quindi, prendendo per esatto quanto appena dimostrato, anche in matematica non tutte le definizioni corrispondono a verità certa (o comunque trattasi di verità solo nell'ambito strettamente matematico): si tratta di convenzioni, come anche il fatto che “il risultato di qualsiasi potenza che abbia come esponente zero è uno”.
Filosofia, ovvero una delle tre discipline menzionate dal dizionario: cosa si può definire “verità assoluta”? Credo che, con le conoscenze di cui dispongo ora, non riuscirei a rispondere fino in fondo a questa domanda: ho letto poche cose riguardanti questo argomento, tutte semplici e trattanti solo Parmenide e gli eleati... facendo due calcoli, mi mancano come minimo ventisette secoli di trattati e varie disquisizioni per poter dire di saperne qualcosa. Proverò a farmi bastare questo, ma ripeto che sarà un'argomentazione rozza e praticamente infondata.
Fa al caso nostro la prima delle tre vie per giungere all'Essere scritta – appunto – da Parmenide: la “via della verità”. Sintesi: l'essere è, il non-essere non è. Dovrebbe essere, attenzione, verità assoluta: proviamolo.
L'essere è, è sempre e da sempre, tutto uguale, intero, immobile: ammettendo che è immobile si ammette il movimento (il suo contrario), ma il movimento, almeno in fisica, implica la presenza di un vuoto, e se il vuoto (il non-essere) è presente, allora il non-essere è! Parmenide, logicamente, ci spiega però che i contrari sono inclusi nell'essere. Quindi ogni elemento di un contrario è, perché è essere. Ma allora se a=essere, b=bianco e c=nero... in sintesi bianco e nero sono uguali! Insomma, a=b, a=c: di conseguenza b=c. Troppe contraddizioni, e anche se sono stare rappezzate dagli altri due eleati, caro Parmenide, resta comunque il fatto che almeno le tue teorie non contengono verità assolute nonostante tu le abbia garantite come tali.
Teologia: se quanto so di Filosofia rasenta il livello zero, le mie conoscenze in fatto di Teologia sono del tutto nulle. Preferisco evitare di rendermi più ridicola di quanto già non sia apparsa con le mie opinioni sull'ultimo argomento trattato e lasciare che siano altri a discuterne.
Religione: dal punto di vista della Chiesa Cattolica, le verità assolute sono dieci, chiamate “dogmi di Fede”. Sono dieci dichiarazioni che si fondano sul principio “è verità, quindi credo” al contrario di altre verità stabilite (come ad esempio la regola delle potenze con esponente zero) che si fondano sul criterio “la quasi totalità crede, quindi è verità”. Ma cosa mi/ci porta a dire che i dogmi sono verità? La Fede. In questo testo ho argomentato e messo in discussione quante dichiarazioni potessi, giungendo anche a negare la veridicità e fondatezza della matematica, ma non posso testare la Fede. Non la posso misurare, calcolare, valutarla per dimostrazioni: è qualcosa che semplicemente esiste. Un po' come l'essere di Parmenide, già, con la differenza che la Fede non è immutabile e immobile ma può accrescersi, modificarsi. La Fede è qualcosa di intimo e personale, non si può imporre né sottrarre.
Personalmente, [censored: troppe cose, appunto, personali. Mi spiace tagliare così ma, capitemi, Internet è un luogo fin troppo "aperto".]
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 28/09/2012 :  15:43:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mannaggia, quando diventava interessante è scattata la censura!
Comunque mi piace moltissimo il ragionamento.
Personalmente ho grandi difficoltà a collegare fede con realtà. Per come la vedo io, sarebbero due cose ben diverse e da tenere distinte, non fonderle in un calderone dove alla fine ci vogliono far ceredere cose astruse, spiriti trasparenti e quant'altro...
Un saluto
Georg
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Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03