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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 12/12/2007 :  14:46:54  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
per inaugurare questo story book con tutte le mie storie completamente pazze, ne metto una che ho scritto con l'intento di prendere in giro le storielle per bambini ma che è per bambini, perchè l'ironia è abbstanza sottile... l'ho scritta su commissione per una mia zia che voleva qualcosa per sua figlia (4 anni) che non fosse troppo stereotipata... giudicate voi XD

BEPPE THE FALEGNAMER!!!

C’era una volta, un piccolo paesetto in provincia di Pistozzia, denominato Gocciolino.
Il nome così caratteristico del paesetto, era dovuto al fatto che pioveva mezzo mese sì e mezzo mese no.
I Gocciolani, abituati ormai alle continue piogge, vivevano felici come se nulla fosse.
A dir il vero, quando a Gocciolino pioveva, sembrava che i Gocciolani non sentissero nemmeno le gocce, tanto vi erano abituati.
Spostiamoci però, in questa prima fase della nostra storiella in un altro paesino in provincia di Pistozzia, Solestizia.
A Solestizia c’era sempre il sole, e faceva tanto, tanto caldo.
Faceva così tanto caldo che nessuno voleva lavorare, e così tutti erano poveri.
Nonostante questo, però, i paesani avevano tutto quello di cui avevano bisogno. Gli orticelli dietro le case fornivano il cibo, e il piccolo ruscello che scorreva vicino la collina dava acqua fresca e limpida di cui i Solestiziani si dissetavano.
Sulle colline vicino alla città, brucavano degli animali particolari, a dir il vero fantastici, incredibili, irreali, magici.
Erano i Trekezitor, degli animali simili ai cervi, che, a differenza di essi, quando brucavano le corna si animavano e tessevano tanti tanti abiti, con cui i Solestiziani si vestivano.
Nonostante il sole cocente, perciò, i Solestiziani, vivevano bene.
Accadde un giorno che la temperatura di Solestizia si alzò ancora di più, il caldo era diventato davvero insopportabile, e i poveri Solestiziani erano diventati rossi come gamberi!
Ma non fu questa la cosa tragica.
In pochi giorni tutta l’acqua del ruscello venne prosciugata, per cui, non solo i Trekezitor non si poterono più abbeverare e scapparono dal villaggio, ma i Solestiziani non potevano più bere né coltivare il proprio orto!
Una vera tragedia!
Il re di Pistozzia venne subito informato dello spiacevole accaduto e accorse in tutta fretta nella città di Solestizia.
- Off…che caldo!- brontolò levandosi il mantello.
- Mio Re- avanzò allora uno dei paesani – Qui la situazione è critica: non c’è più acqua e tanto caldo!-.
Mentre il Solestiziano parlava il Re si tolse anche giacca, panciotto e camicia.
- Bene, c’è una sola cosa da fare: ognuno di voi prenda la propria famiglia, faccia i bagagli e si trasferisca in un paesino a sua scelta tra quelli di Pistozzia, io intanto informerò i sindaci delle varie città.
- Grazie! Grazie!- Si levarono le ovazioni dei paesani.
Il Re risalì a bordo della sua carrozza con solo i mutandoni e la corona e ordinò al cocchiere di partire a tutta velocità.
Ogni Solestiziano corse nelle capanne, abbracciò la moglie e i figli e preparò un piccolo bagaglio, tutti tranne Beppe.
Beppe non aveva figli e non era sposato, non aveva più nessuno della sua famiglia, in parole povere, era solo.
Prese un fazzoletto e vi mise dentro un po’ di pane raffermo, qualche verdura, un pezzo di carne salata e qualche indumento, poi si mise in marcia.
Non sapeva bene dove andare, così prese una monetina e la lanciò.
Avrebbe camminato verso nord.
Così, dopo un po’ di pellegrinaggio, giunse in una città che sembrava fare al caso suo. Non c’era né troppo caldo, come a Solestizia, ma nemmeno troppo freddo.
Decise quindi di prendere una casetta in quel paesino.
Indovinate un po’ qual era quel paesino? Proprio Gocciolino!
Il Re di Pistozzia aveva messo a disposizione dei nuovi arrivati delle casette antistanti un piccolo cortile, ma a Gocciolino non era venuto nessuno a parte Beppe.
Ciò permise a Beppe di scegliersi l’abitazione che più gli aggradava.
Ne scelse una bella, ma veramente bella, con un cortile grande e la casa a due piani.
Anche se Beppe era da solo, leggeva libri e ascoltava la musica col grammofono ballando incessantemente.
Ciò che Beppe non sapeva era che a Gocciolino pioveva mezzo mese sì e mezzo mese no, poiché era arrivato nel mezzo mese soleggiato.
Quando cominciò a piovere, Beppe si annoiava tanto, perché i tuoni coprivano la musica del grammofono, i libri finivano dopo pochi giorni e a causa della pioggia non poteva uscire a comprarne altri e gli amici giù alla taverna non c’erano perché la taverna era chiusa.
Così Beppe sedeva sconsolato in un angolo aspettando che finisse il mezzo mese di pioggia.
Tre giorni prima che cominciasse un altro mezzo mese di pioggia, Beppe andò alla taverna e chiese a Giulio cosa si faceva quando pioveva.
Giulio rispose senza esitare:
-Quando piove si fanno giochi da tavolo con gli amici.
Beppe, che era un po’ sordo, capì che quando pioveva si facevano i tavoli con i mici, e se ne andò tutto contento della risposta a comprare della legna e dei gattini.
Comprò la legna e gli attrezzi, ma i gattini proprio non li trovava.
Alla fine si decise a tornare a casa senza i micetti.
Quando venne la pioggia Beppe prese la legna e gli attrezzi e si mise a fare dei tavoli. Questi tavoli erano bellissimi, con intarsi elaborati e manifattura davvero ottima.
L’unico problema era che tutti questi tavoli occupavano tanto spazio, così decise di venderli.
I Gocciolani, venuti a conoscenza del nuovo “ lavoro” di Beppe, gli cedettero i vecchi tavoli per farne portacandele, porte, sedie e molte altre cose.
Lo chiamarono falegname, perché lavorava col legname.
Beppe fece così due cose: nei giorni di pioggia non si annoiava e produceva mobili utili ai Gocciolani.
Da quel giorno nacquero i falegnami.



Modificato da - adele in Data 21/04/2009 14:54:06

Giova12
piccoloscrittore impegnato


54 Messaggi

Inserito il - 12/12/2007 :  18:26:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
é veramente una storia carina. L'ultima parte,soprattutto.
é un po' in stile "Gianni Rodari".
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 12/12/2007 :  19:58:49  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
hehe
infatti l'ho scritta appositamente in stile Rodariano (mi si passi il terminè, per carità divina) proprio per prendere in giro le storielle per bambini, che si credono tanto pretenziose e di morale tanto alta e invece fanno acqua da tutte le parti... XD
non so se si è compresa la mia avversione verso questo tipo di favolette, ma ad ogni modo così è.
Comunque, tanto per la cronaca, alla bimba è piaciuta tanto...solo che si addormente sempre quando Beppe arriva a Gocciolino...che sia soporifera??
Nah..non credo...non pens..zzz.zzz....zzz...
buonanotte!!! XD
Adele
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 13/12/2007 :  12:35:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Oggi vi posterò una storia leggermente più filosofa (XD ma per favore...mi faccio ridere da sola...)...

PREMESSE:
1. L'avevo scritta per un concorso (al quale ne ho mandata un'altra) dove il limite massimo era di tre pagine...quindi scusate la concitatezza...
2. E' un pò patetica, lo so, ma ero in un momento di riflessioni mistiche... xD...perdonatemi...
3. Le persone di cui ho scritto, comunque, mi piacciono parecchio (sono l'unica cosa decente in questa storia le caratterizzazzioni dei personaggi...) anche perchè esistono realmente.
buona lettura e non siate troppo perfidi...a quello ci penso già da sola...

SVARIATE RIFLESSIONI DI UN BARBONE PUZZOLENTE

Tutti sapevano dell’esistenza di Butch. Tutti sapevano che di fatto lui era una persona concreta che viveva la sua vita perché di fatto era così. Lui c’era sempre, c’era dovunque, in ognuna delle loro vite. Spettatore felice e spesso brillo di ognuna delle persone che gli scorrevano davanti come in un videogioco.
Effettivamente, nonostante tutti sapessero di quella personcina che se ne stava al margine del loro campo visivo, nessuno era realmente interessato a quella figuretta raggomitolata sui marciapiedi e così, Butch non entrava mai ufficialmente nelle loro vite. Non si faceva notare mai, perché gli andava bene così. Le uniche volte in cui suscitava curiosità erano, di fatto, quando mancava. Ma anche il quel caso, il tempo di un pensiero, di un istante, e tutti, troppo presi da altro e troppo poco interessati per dar peso alla sua assenza, si scordavano di lui.
Butch non ci stava male. Figurarsi, stava bene come stava. I suoi cani gli bastavano, andava bene così.
Capiva molto più delle persone semplicemente standole a guardare, non aveva bisogno di essere invitato nelle loro vite, anche solo per qualche breve istante, per sapere tutto o quasi di loro. Ogni giorno gli sfilavano davanti persone felici, euforiche, disperate, piangenti, frenetiche, e ognuna di queste entrava per un momento nel cuore di Butch, senza produrne alcun cambiamento. Lui scivolava addosso a loro come acqua, e loro scivolavano addosso a lui come acqua, quindi, in sostanza, Butch era in equilibrio con il mondo esterno.
Tranne che con Aurora.

Aurora tormentava la tracolla della lunga borsa che le sbatacchiava addosso con la mano destra, e con la sinistra si strofinava rabbiosa gli occhi straboccanti di lacrime.
Ancora non riusciva a crederci.
Dopo un anno insieme, lasciarla così, senza una spiegazione, senza un motivo, niente.
“ La mia vita finisce qui. Non si vive senza amore, e quindi non vivrò più.” Pensò.
Camminava con passi strascicati lungo le strade del centro, i capelli arruffati, il volto lucido e le guance chiazzate di rosso. I suoi vestiti vecchi e sbrindellati bastavano a far intuire quanto si era lasciata andare dopo che, qualche giorno prima, lui l’aveva lasciata.
Le sfuggirono sei, rumorosi singhiozzi. Una donna si voltò, incuriosita, per proseguire subito sulla sua strada.
Aurora passò davanti alle scale del municipio senza veramente rendersi conto di dove stava andando. E qualcuno la chiamò.
- Ragazzina! Ehi, ragazzina!
Aurora alzò gli occhi, senza vedere nessuno, in parte per le lacrime, in parte perché effettivamente Butch era praticamente invisibile nell’ombra delle colonne.
Aurora continuò a camminare.
- Ehi! Tu, ragazzina!
Stavolta Aurora lo vide. Un barbone, uno che aveva sempre visto in giro. Malvestito, sporco, sbrindellato, con almeno quattro cani al seguito. Capelli e barba, una volta lavati, avrebbero dovuto essere biondi e gli occhi, azzurri, erano cerchiati da una pelle spessa e rossa. Aurora lo guardò perplessa, chiedendosi se il dolore la portasse ad avere le visioni. Alla fine continuò a camminare.
Il barbone le corse dietro, e lei accellerò il passo. In strada le persone erano rade.
- Ragazzina! Non voglio farti del male, ferma!
- Vattene, stupido barbone! – Gli urlò lei, con voce rotta dal pianto.
- Per favore, fermati un attimo!
Aurora cominciò a correre, e il barbone dietro di lei. Ad un certo punto, un tonfo secco risuonò per la strada deserta, e Aurora lo vide disteso a terra, raggomitolato. Non seppe mai dire che cosa la portò ad agire in quel modo, ma fatto sta che tornò indietro e, dopo un attimo di disgusto, lo aiutò a rimettersi in piedi. Era faticoso, sembrava pesasse cento chili.
- Grazie. – Biascicò lui, senza fiato.
La puzza che emanava non era forte quanto si era immaginata vedendolo. Puzzava di cane e di alcool e sigarette.
- Di niente. – Aurora girò sui tacchi e fece per andarsene. Il barbone la tenne per un braccio.
- Per favore, ti va di parlare? – Gli chiese lui, con gli occhi azzurri stralunati, ancora stremato.
Di nuovo, Aurora agì senza pensare, e annuì. Anche se quel barbone generalmente se ne stava sulle sue, non chiedeva nemmeno l’elemosina, e quindi si stranì un po’.
Aurora seguì il barbone su per le scale del municipio, e si sedette a debita distanza da lui e dai suoi cani, che lo accolsero festosi leccandogli le mani. Lui ridacchiava e li ammansì in un batter d’occhio.
- Allora. – Le disse, frugando nello zaino nero spaiato che si trascinava sempre appresso. – Io sono Butch, tu come ti chiami?
- Aurora. – Rispose lei, cacciando dietro le spalle i suoi arruffati capelli rossi.
- Aurora. Bel nome. – Sorrise, mostrando dei denti gialli e irregolari. – Sai, mi ricordi molto una persona, per questo ti ho fermata. Generalmente non parlo con nessuno, tu sei la prima che desta la mia curiosità.
Butch le mise in mano una foto ingiallita e spiegazzata, un primo piano di una ragazza sorridente, con lunghi capelli rossi e occhi castani, che, effettivamente, le somigliava parecchio.
- Chi era?
- Un’amica. – Butch le tolse la foto di mano, e lei capì che non sarebbe andato oltre con la sua risposta. – Allora, perché piangevi?
- Non sono affari tuoi.
- Tanto lo so, l’ho chiesto solo per cortesia. – Butch colse divertito lo sguardo stranito di Aurora. – Piangi perché il tuo ragazzo ti ha lasciato, dico bene?
Aurora lo squadrò. Come faceva a saperlo? Lui intuì la domanda e ridacchiò sotto i baffi, un cane guaì e posò il suo muso sulle ginocchia di Butch, che gli accarezzò distrattamente il capo.
- Si riconosce dal tipo di pianto. Con tutta la gente che mi passa davanti ogni giorno, ormai ho imparato a riconoscere molti piccoli particolari che determinano la differenza fra un pianto e l’altro, fra un sorriso e l’altro, fra una risata e l’altra. Non è difficile, basta fare attenzione.
- Beh, ecco… - Le lacrime si riaffacciarono agli occhi di Aurora. – Io lo amavo davvero, sai? E non riesco a capire il perché… e poi…
Aurora parlò a raffica, e Butch sembrava sinceramente interessato a quello che aveva da dire. Ascoltava con l’aria di chi non avesse fatto altro nella sua vita, annuendo ogni tanto, la mano sempre sulla testa del cane.
- …è orribile, capisci? Non ho più un futuro, non ho più niente!
- Beh, non direi. – Butch la fissò, serio. – Tu hai una casa. Hai una famiglia. Studi. Fra qualche anno diventerai…cosa vorresti fare da grande?
- L’avvocato. – Rispose lei, confusa.
- Diventerai un bravissimo avvocato. Avrai già dimenticato questo Giorgio. Sinceramente, non hai un motivo sufficiente per essere triste.
- Ma…
- Niente ma. Ora ti farò una domanda seria. – La strada cominciava ad essere più popolata, mano a mano che il tempo passava, e la gente passava davanti a loro incuriosita. – Secondo te, fra me e te, chi sta peggio?
Aurora abbassò lo sguardo.
- E’ diverso. – Biascicò. Butch attendeva ancora la risposta. Lei si arrese con un sospiro. – Tu.
- Ed è qui che ti sbagli. Guardami. Io sono felice così, con i miei cani, le mie lattine di birra e i miei vestiti puzzolenti. Non mi interessa il resto. Vedi, c’è una cosa fondamentale che molti non capiscono: la felicità è un concetto soggettivo. Non esiste la felicità. Perché ognuno può essere felice a modo suo. C’è chi è felice e realizzato solo con uno yatch nel porto e una decina di miliardi in banca e chi con cinque cani e un vecchio zaino. Mi capisci?
Aurora riflettè un momento.
- Credo… credo di cominciare a capire il tuo concetto. Ma allora non dovrebbe esserci la tristezza, perché ogni cosa può essere rivalutata come felice, è questo che vuoi dire?
- No. Certo che no. La tristezza deve esserci, senza non si apprezza mai davvero la felicità. Ma il tuo concetto di felicità, quello di quasi tutti, è un concetto stereotipato, idealizzato. La ricchezza, l’amore, la popolarità, la bellezza, non sempre fanno la felicità. E’ questo quello che voglio dirti. Devi trovare la tua felicità personale.
- Tu l’hai trovata? – Chiese lei.
- Aurora, posso dirti in totale sicurezza che non c’è persona più felice di me.
- Ma…ma com’è possibile?
- Vedi, i miei genitori sono morti entrambi quando ero piccolo, e io sono scappato dall’orfanotrofio che avevo quindici anni. Da quel momento ho viaggiato senza sosta.
Aurora cercò di immaginarsi come doveva essere vivere per un tempo così lungo senza mai avere un posto dove tornare la sera, senza mai avere certezze, sicurezze. Glielo chiese.
- Beh…è…bellissimo. Hai meno sicurezze, ma hai meno responsabilità. La mia casa è il mondo. Di fatto, io vivo dove mi va. E non devo rendere conto a nessuno di quello che faccio, è la cosa migliore che possa accadere, te lo assicuro.
- Io…sinceramente non so se riuscirei a vivere come te.
- Oh, ma questa è la mia felicità. Può darsi che tu sia felice con uno yatch nel porto e decine di miliardi, chi può dirlo? – Ridacchiò.
- E come posso scoprirlo? Come farò a sapere come essere felice?
- Questa è un’ottima domanda. Vedi, scommetto che tu vivi con una costante domanda: chi sono io? – Aurora annuì. – Ecco. E, finchè non lo capisci, finchè non trovi un obiettivo nella tua vita, non troverai mai la vera felicità.
Aurora si attorcigliò una ciocca di capelli attorno al dito.
- La ragazza della foto… - sospirò Butch. – Era una mia cara amica. Abbiamo viaggiato insieme per anni. Poi, a lei un giorno è venuto in testa che doveva mettere le cose a posto nella sua vita, e si è trovata un impiego, una casa, una vita che considerava normale. E da quel giorno, non mi ha mai più degnato di uno sguardo. Da quel momento io ho capito che lei aveva trovato la sua felicità, e che io dovevo ritrovare la mia, dovevo prefiggermi un obiettivo, per farlo.
- E qual è il tuo obiettivo, Butch?
- Parlare. – Lo sguardo stranito di Aurora lo trafisse. – Vedi, la maggior parte delle persone che vedo ogni giorno sono talmente tanto uguali che certe volte nemmeno mi accorgo di loro. Io, fra la massa di gente, cerco le poche persone speciali. Quelle che destano la mia curiosità. Sono rarissime, e tu sei una di queste. Dopo averci parlato, il mio compito è finito, e me ne vado via, in un altro posto, a cercare altre persone speciali.
- Te ne vai? – la voce di Aurora le uscì strozzata. – Ma…io… cioè…tu sei stata l’unica persona che mi ha fatto veramente capire cosa… come…
- Sono un barbone, Aurora. Un vagabondo. – Sorrise. – Non ti dimenticherò, stanne certa.
- Lo spero, Butch. Io non lo farò.
Butch si sollevò dalla coperta, la piegò e la mise nello zaino, raccattò le poche cose abbandonate per terra, accarezzò un momento i suoi cani e si voltò verso Aurora.
- Addio, allora.
- Addio.
Aurora lo abbracciò, sentendo la sua puzza, lo sporco dei suoi vestiti, dei suoi capelli, della sua barba, il suo alito irrespirabile. E fu felice.
Addio, Butch.



NOTA DI FINE STORIA: Mamma mia, sembra Bambaren due la vendetta!!!
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 13/12/2007 :  18:38:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
metto qui una cosa he ho scritto sul mio blog... (a proposito, se volete andarci l'indiritto è: diduccia1994.spaces.live.com)
nn so cosa c'entra...ma mi è piaciuto e lo voglio condividere con voi...

PENSO...

1. Penso che sia inutile proclamare a gran voce che siamo tutti uguali e costringere le donne a coprirsi o a spogliarsi
2. Penso che se delle ragazze laureate sono costrette a fare le prostitute vuol dire che al mondo non c'è più rispetto per l'intelligenza
3. Penso che se qualcuno va con delle prostitute non ce l'ha proprio, l'intelligenza
4. Penso che se un professore è arrivato a fare lezione con la scorta non c'è più una speranza per chi di noi si vuole elevare ad un certo grado di cultura
5. Penso che se una donna muore schiacciata da un tram e le persone le fanno la ripresa col telefonino piuttosto che aiutarla vuol dire che internet fa davvero male al cervello
6. Penso che se la vita ti offre un motivo per sorridere e tu ne trovi uno per piangere o sei cieco o sei un povero scemo disfattista
7. Penso che se la vita ti offre un motivo per piangere e tu ne trovi uno per sorridere o sei superficiale o sei incredibilmente, fastidiosamente forte
8. Penso che se devi vergognarti di essere bravo a fare qualcosa allora non sei libero come credi
9. Penso che se qualcuno si vanta di fare beneficenza e poi spende 10.000 euro solo per un vestito allora è solo uno stupido ipocrita
10. Penso che l'immagine è l'essenzialità della vita
11. Penso che la vita non vada vissuta nell'essenzialità
12. Penso che se l'amore non esiste, c'è qualcosa che io provo che non riesco a catalogare
13. Penso che è inutile proclamare la dignità dell'animo umano, perchè ci sarà sempre qualcuno che ti farà ricordare che siamo dei mammiferi
14. Penso che chiunque vada in televisione e si consideri già famoso in realtà non vale una cicca
15. Penso che se il governo italiano manda una stampella a Rita Levi Montalcini invitandola a starsene a casa, vuol dire che a nessuno interessa più il progresso
16. Penso che se una zia vende la verginità della nipotina di 12 anni per venticinque euro, la famiglia non conta proprio più niente
17. Penso...
18. Penso che l'amicizia sia lo zucchero della vita, è solo che molti sono diabetici
19. Penso che se la gente oggi si sente Dio è solo perchè non ci crede
20. Penso che deridere qualcuno perchè manifesta la sua fede e poi baciare i santini x i computi in classe sia un comportamento puramente da idioti
21.Penso che non avere la libertà di parlare è la cosa più terribile di questo mondo, ma non avere la libertà di pensare è ancora più atroce
22. Penso che persone geniali come Baudelaire, Van Gogh e Vermeer sono dovute morire prima di poter realizzare i loro sogni e che è una cosa atroce, non poterci essere
23. Penso che Mohandas K. Gandhi aveva ragione a dire "se la morte non è il preludio ad un'altra vita allora il periodo intermedio diviene una beffa crudele"
24. Penso che vivere alla giornata è il miglior modo per non dover rimpiangere nulla di questo "periodo intermedio"
25. Penso che al mondo ci sono persone così insignificanti che non vale nemmeno la pena sputargli addosso
26. Penso che al mondo ci sarà sempre qualcuno che ha qualcosa in meno di te...
27. ...ma ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa in più...
28. Penso che quando ti senti realizzato, è il momento di darti da fare
29. Penso che se sei disposto a tutto per realizzare ciò che vuoi, probabilmente ce la farai
30. Penso che è più dignitoso il barbone puzzolente sul marciapiede, piuttosto che il gentlemen che palpeggia ogni ragazza di turno
31. Penso che chi violenta una ragazza non merita di vivere, perchè la spoglia della cosa più preziosa che ha, la libertà di scegliere come e con chi vuole passare quella notte
32. Penso che un ragazzo che uccide la proprio ragazza perchè lei l'aveva lasciato...come può dire che l'amava?
33. Penso che uno stato che non concede ad un uomo di morire per non soffrire non è solo crudele, è anche cinico
34. Penso che ogni uomo dovrebbe disporre liberamente della sua vita, e che nessuno possa decidere se, come, quando e perchè farla finire tranne lui
35. Ma penso anche che non si può fare una tragedia di ogni cosa
36. Penso che chi si suicida non sia estremamente forte o coraggioso, ma che sia invece troppo debole per tirar fuori le palle e vivere la vita con tutti gli ostacoli che gli si pongono davanti
37. Penso che chi per raggiungere un obbiettivo si aggrappa con le unghie e con i denti, finisce per graffiarsi da solo
38. Penso che non bisogna mai fermarsi a leccarsi le ferite e a crogiolarsi nell'autocommiserazione, perchè le ferite guariscono anche da sole, ma le occasioni passate non le ritrovi mai più
39. Penso che quando vedi la pioggia al mattino e pensi "dio santo che tempo da schifo" hai già perso in partenza...
40. ...PENSO CHE LA COSA PIU' BELLA CHE LA VITA TI POSSA OFFRIRE E' L'ESSERE VISSUTA, CON TUTTI GLI OSTACOLI, I PIACERI, GLI AMICI, I NEMICI, LE RISATE, I PIANTI, GLI ISTERISMI, LA FEDE E LA BLASFEMIA, E CHE QUALUNQUE COSA SUCCEDA, POTRAI SEMPRE E COMUNQUE GIOIRE DEL FATTO CHE SEI VIVO E CHE A TUTTO C'E UNA SOLUZIONE...

mi piace parecchio sisi
baci
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 31/12/2007 :  11:53:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Hai dato 40 argomenti da discussione in un colpo solo...

Buon anno a tutti!
Spero di avere più tempo per voi nel 2008!
Abbraccio
Georg
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 04/01/2008 :  20:55:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Questa non è una storia...è un saggio, diciamo, (non sono così pretenziosa da dire che riesco a scrivere saggi...va molto al di là delle mie capacità...) questo saggio l'ho scritto per un concorso a tema sulle donne che hanno cambiato la vita delle altre donne...è a metà fra una ricerca su uno studio di una singola persona e lo studio di un fenomeno di costume...ma è fatto deliberatamente!



MINI


Ho sentito parlare proprio adesso di una grave crisi d’identità che sta oggi attraversando il popolo maschile, a causa, a quanto pare, delle donne sempre più forti, mascolinizzate, quasi umilianti.
Beh?
Che cosa si aspettavano?
Che ce ne stessimo a casa a filare e a rammendare i calzini e a fare figli? No, signori miei.
Ci vuole una certa equità. Tu, uomo, sostieni di essere capace di fare benissimo il lavoro delle donne. Io, donna, so fare benissimo il tuo. Punto e basta.
Sinceramente parlando, siamo anche meglio.
Perché tutto quello che abbiamo oggi, donne presidenti, donne premio nobel, ce lo siamo conquistate da sole, senza l’aiuto di nessun maschio. Che la cosa gli sia rimasta sul gozzo è fuor di dubbio.
Perché mentre i “lord” in bombetta e bastone da passeggio fumavano la pipa e discernevano amabilmente di letteratura classica, le loro mogli stavano in piazza armate di cartelloni per chiedere il diritto di partecipare alle attività del mondo. Il diritto di suffragio da cui, appunto, il nome “suffragette”.
Anni e anni di lotte, battaglie, donne arrestate, cartelloni, urla, incatenamenti, reggiseni buttati all’aria sono serviti per conquistare quella piccola, infinitesimale, indispensabile cosa che è il diritto di voto. Perché, se ci permetti, nella società ci viviamo anche noi e anche noi vogliamo che la società ci noti.
Bel tema, questo. Molto puntiglioso, molto classico, molto canonico e dai toni abbastanza smorzati, aggiungerei.
N-O-I-O-S-O.
E allora, anche se quello delle suffragette è senza dubbio uno dei temi più importanti di cui discutere quando si parla di maschilismo e di mentalità – ahimè ancora oggi – retrograda, ho deciso di fare una cosa diversa. Perché non ho né l’ipocrisia né la presunzione necessarie a farmi credere di essere in grado di parlare di qualcosa che è così lontano nel tempo e nel pensiero rispetto al mio oggi. Che si voglia o no, ragazzi, ho 13 anni, e non ho né il diritto né il dovere né la capacità e l’esperienza indispensabili per parlare della politica di ieri e di oggi e di tutti gli ammennicoli di cui è infarcita la lotta femminile per il suffragio universale.
Quindi vi parlerò, nel mio consueto stile da scrittrice autodidatta, di qualcosa di molto più “giovane”, di molto più “pop”, di molto più “cool”. Soprattutto, qualcosa di molto più attuale.
Rivolte, guerre e battaglie sono sì servite a conquistarci l’emancipazione, ma di fatto la vera libertà si riconosce nelle piccole cose. A che serve proclamare che le donne sono uguali agli uomini e poi costringerle a uscire di casa completamente coperte? Dall’altra parte, a che serve enunciare che le donne vanno rispettate, e poi comprare senza il minimo senso di colpa una prostituta in calze a rete e tacchi a spillo?
Nah, questa non è libertà.
La libertà, l’emancipazione, la mentalità che cambia si vedono dai particolari, dai giovani, dalle nuove generazioni, dalle piccole cose. E di cose veramente piccole si tratta, quando parliamo di minigonna.
Quest’indumento, oggi un capo base (o, come direbbero i nuovi snob di oggi, un must have) del guardaroba femminile, destò scalpore, suscitò scandalo.
Il novecento aveva lasciato intendere una nuova identità individuale, a prescindere dal pensiero di massa, alimentando così le speranze della nuova generazione di “pop girls”. Speranze, poi, clamorosamente messe a tacere da una società ancora fin troppo puritana, dove l’aspettativa di vita di un anticonformista era di pochi mesi, prima che madri con la bocca larga e padri con la cinghiata facile rimettessero figli e – soprattutto – figlie, fra le righe della società rispettosa dei costumi.
Gli anni ’60 furono tempi controversi e contradditori, che vedevano contrapporsi l’avvento della musica rock e una nuova cultura trasgressiva alla crisi d’identità femminile incapace di competere con le procaci pin-up che avevano fatto sognare nel decennio precedente. Tutto ciò rendeva quindi necessaria una bella scossa di adrenalina, potente e provocatoria.
Tale scossa arrivò nel 1963, nell’epoca degli hippy e di gruppi musicali che mai verranno dimenticati, uno fra i tanti, Mick Jagger & compari, i mitici Rolling Stones. Tutto iniziò quando una giovane stilista, diplomata al Goldsmith College of Art, reduce dalla breve esperienza di modella che la vede contrapposta, esile ed eterea, alle pin up 90-60-90 come Marylin Monroe, nel 1955 apre una boutique a Londra.
Tutto bene fin qui. Se non fosse che “Bazaar”, in Kings Road, passò alla storia e agli archivi della moda di tutto il mondo come il negozio più rivoluzionario di tutti i tempi (battuto solo, a parer mio, dall’odierno “Apollo Brown”, in Orchard Street, NY).
La giovanissima modella-stilista che di pochi metri quadri fa il punto gravitazionale della neonata “swinging london”, della cultura pop di un intero decennio e oltre, porta il nome di Mary Quant.
Levatevi il cappello, signori, inchinatevi davanti alla regina, alla madre di una provocazione senza pari, che fece il giro del mondo, sconvolgendolo. Mary Quant. Madre della minigonna.
Ancora oggi la battaglia per la paternità di tale indumento è aperta; gli sfidanti: la Quant e il suo rivale francese André Courrèges. Io non ho dubbi, pur non avendo fatto nessuna ricerca, nessuno studio approfondito, io so di per certo che doveva essere per forza una donna a dare una svolta al mondo delle donne. Vuoi o non vuoi, la solidarietà femminile è un ostacolo insormontabile per gli uomini, un qualcosa che ci tiene unite a barriera contro gli attacchi di misogini maschilisti senza scrupoli né rispetto. Solo una donna poteva cogliere l’attimo fuggente di un’idea.
Perché proprio così le venne l’ispirazione, in un attimo.
Da ragazza anticonformista quale è sempre stata, Mary si trovava una sera a ballare alla taverna del Savoy, a Londra. Notando quanta difficoltà facevano le ragazze a “scatenarsi” (inteso in senso strettamente e puramente relativo…scatenarsi a quei tempi…bah…) con le sottane lunghe che imponevano loro gli schemi mentali alle quali erano sottoposte, la Quant decise di accorciare le gonne.
Semplice. Ma così incredibilmente geniale che fece storia.
Con una sforbiciata si è garantita un posto nel mondo per l’eternità.
La minigonna segnò il punto di svolta della nuova cultura pop, appena nata, faticosamente affermata da nuovi “gruppetti di boyband” (Beatles & Co.) e da incomprensibili opere d’arte, resa un punto di svolta soprattutto femminile da questo piccolo pezzo di stoffa a tubo, appena sufficiente a coprire le mutandine.
Nel 1963, nella boutique Bazaar, il mondo cambiò.
Mary Quant cercò una modella che fosse, come lei, disposta a tutto per rivoluzionare l’insopportabile provincialismo a cui ancora erano costretti i ragazzi dell’epoca, una modella disposta a sfidare le provocazioni e gli scandali di mezzo mondo e oltre.
Se vi dicessi Leslie Hornby nulla stuzzicherebbe gli angoli della vostra memoria. Perché non è così che Lei passò alla storia. Ed è una Lei con la elle maiuscola, ve lo garantisco.
Twiggy. Ramoscello e, ancora prima, grissino.
Ecco come è passata alla storia la ragazza che scandalizzò mezzo mondo quando, ad appena sedici anni, fece la fortuita scelta di accettare un lavoro a “Woman’s Mirror”, rivista dove, sottopagata, lavorava come modella. Solo quattro anni dopo si era già ritirata, multimiliardaria.
Di preciso non so definire perché Twiggy ottenne tanto successo (e tanti soldi, soprattutto). Mary Quant la notò e decise impulsivamente che era lei, Leslie-Twiggy, a dover indossare per la prima volta la rivoluzionaria minigonna.
Ricordate le forme assurdamente bilanciate e stra-burrose degli anni cinquanta, dove una conturbante Marylin Monroe in abito bianco e una androgina e sexyssima Marlene Dietrich facevano segretamente sognare ogni uomo sulla faccia del pianeta? Bene. Dimenticateveli.
Twiggy e Mary Quant, insieme più esplosive di fuoco e dinamite, segnano una svolta radicale nelle fantasie erotiche degli uomini di mezzo mondo. Twiggy non ha seno, non ha cosce, non ha sedere, non ha fianchi. Eppure, inspiegabilmente, piace. Costringe alla fame tutte le ragazzine, diventa croce e delizia di ogni esemplare di sesso maschile, costretto a rendersi conto che il rapido cambio direzionale (dalla sovrabbondanza di curve alla loro totale assenza) ha confuso le ragazze che non sanno più come muoversi.
Mary Quant sbatte la minigonna in faccia al mondo, costringendo conformisti e misogini a prendere atto di una nuova rivoluzione femminile, silenziosa, pacifica, scandalosamente eterna.
A diciannove anni Twiggy interpreta un film. A venti si ritira dal mondo della moda, imbarazzantemente ricca.
Mary Quant passa di fatto e di diritto negli annali della moda, la sua minigonna rimane il capo basic di (quasi) ogni ragazza, quello che se manca non c’è guardaroba. Un recente sondaggio della catena di negozi Harvey Nichols premia questo piccolo pezzetto di stoffa come il “capo più amato”, sorpassando anche mostri sacri come jeans e tubini neri.
La minigonna non è solo un capo d’abbigliamento indispensabile e irrinunciabile, oltre che facile e spiritoso, è un fenomeno di costume, uno stendardo della nuova emancipazione femminile, della guerra contro gli schemi mentali che vogliono la donna casta e puritana, in attesa eterna del suo principe.
Cenerentola lasciamola ai fratelli Grimm. Io preferisco Jessica Rabbit.

Minigonna: come, quando, eeeh??

Nonostante questo capo sia stato appositamente ideato per sconvolgere, stupire, provocare, per donare al mondo una nuova immagine della donna che, libera ed emancipata, decide se essere spiritosa o provocante, quelli erano altri tempi.
Tempi dove, come abbiamo capito, bisognava terremotare violentemente la società per dare un segnale forte, una volontà di cambiamento. Così si passa dal lungo e casto al corto essenzialista, da forme giunoniche a forme androgine (riprese negli anni Ottanta con Bo Derek), da biancheria intima stile Re di Francia alla totale mancanza di reggiseno (che, a proposito, in quegli anni viene reinventato, per produrre quell’odierno miracolo, salvezza di molte, che porta il nome di push-up!).
Dunque, dopo la scossa iniziale, ci vuole quella di assestamento. Dopo che ci si è fatti notare, bisogna rimanere a galla, si, ma con un minimo di pudore.
La stessa Quant, intervistata per un giornale francese, dichiarò che “ormai che il mondo è stato cambiato, bisogna cambiare per il mondo”. In altre parole, nonostante la sua filosofia di ragazza-modella-stilista pop le imponesse il divieto assoluto di conformarsi alle convenzioni, un minimo di senso dell’immagine nel vestirsi ci voleva.
La minigonna, sosteneva, era per tutte. Perché era spiritosa e facile, un simbolo della voglia di cambiare, un simbolo della libertà di cambiare di cui tutti dobbiamo essere dotati. Quindi, era per tutti. Sia per Twiggy, magra come un palo della luce, sia per una ragazza che era il triplo di lei. A patto che venisse portata sempre con aria sbarazzina e provocatoria, non provocante.
Questa filosofia (minigonna per tutti, alè!) non è condivisa da molti, specialmente nel mondo della moda anoressica che ci ritroviamo oggi. Perché se è vero che bisogna sentirsi bene con ciò che si indossa, non bisogna far sentire male gli altri appena sollevano gli occhi e t’incontrano.
L’unico avvertimento, in campo di minigonna, resta questo: un minimo di giudizio, per carità. Gambe ad X o ad arco non sono uno spettacolo, se coperte al massimo da qualche centimetro di stoffa. Cosce del diametro di un metro, non sono la miglior cosa da mostrare, anche (e soprattutto) ingolfate in collant scuri da 20.000 denari.
Abbiate un po’ di senso dell’immagine, sant’Iddio!
Ecco, che la minigonna debba essere per chiunque la voglia indossare è l’unica cosa in cui mi trovo in contrasto con la Dea incontrastata della moda odierna, per l’appunto Mary Quant.
Forse negli anni ’60, quando si rendeva necessario che tutti i giovani facessero fronte comune verso una comune società insoddisfacente, forse a quel tempo si poteva giustificare la presenza degli orrori sopracitati. Ma non adesso. Oh, non è una cosa accettabile.
Ad ogni modo (e questo lo dico con la certezza più assoluta) la minigonna è rimasta, dal 1963 ad oggi, il simbolo più sconvolgente, più scandaloso dell’emancipazione femminile, una boa, un appiglio per tutto ciò che oggi ci sembra “comune”. Riviste patinate alla mano, controllate pure. Non c’è un singolo anno in cui la mini sia stata dichiarata “clamorosamente out”, come è invece successo ai mitici fuseaux degli anni Ottanta (rilanciati l’anno scorso e ancora quest’anno presenti in passerella come “leggins”) o a milioni di altri capi.
Quindi, la morale di questo tema è la seguente: rivoluzioni, cartelloni, marce popolari, urla, incatenamenti e arresti non sempre sono serviti allo scopo. Spesso, per cambiare il mondo, basta qualcosa di semplice come un colpo di forbici.
E un bel paio di gambe, of course!


NOTA DI FINE STORIA: Tutto ciò che c'è scrito qui, l'ho scritto senza consultare NIENTE, nè Internet nè alcun tipo di libro... vedete che seguire la moda e studiarla da i suoi frutti??

Adele
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adele
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Inserito il - 07/01/2008 :  22:00:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
nooooooooooooooooooooooooo nessun commento???????????????????

VERGOGNATEVI!
dai scherzo... ma magari un commentuccio per dirmi che la mia mente è malata dalla troppa moda??
Con quanti anticonformisti che ci sono qui mi aspettavo quasi un'aggressione
Adele
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 05/09/2008 :  19:33:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
E va be... dovrò trovare qualcos'altro per attirare la vostra attenzione...

Comincerei col postarvi una storia a puntate...
L'ho scritta l'estate scorsa, ovvero nel periodo del cambiamento più pieno del mio stile (scusate dunque se qualcosa vi sembra "patetica"... non sapevo che pesci prendere)
Eccola qui.

ME & YOU 4 EVER


A Titty,
che salterà le parti sanguinose,
dicendomi ugualmente che sono stupende, ad honorem.
Nessuno ha mai avuto una migliore amica
Migliore di te, e io…come dire?
Ti adoro!
#61514;#61514;#61514;#61514;

Introduzione

Racconta la profezia, che un giorno un Uomo,
col sottofondo dell’Apocalisse dai rombi di tuono,
vedrà ciò che accade a mezzanotte e tre quarti
l’Orrore compiuto da ciò che Dio considera scarti.

Il sangue copioso che scorre fra le dita,
del Mostro la smorfia inorridita.
Quest’Uomo, è il nostro Terrore,
due i ruoli di tal’Uomo che conoscerà l’Orrore:
Sarà la nostra Guida, o il nostro peggiore Nemico,
questo è ciò che dico.

Profezia. 2000 a.C.
Fondatore anonimo della setta dei Mostri.

Prologo

Il Mostro e l’Uomo si guardarono dai punti opposti della grande sala.
Nello sguardo del primo si leggeva tristezza, rassegnazione, senso del dovere. Fame. L’Uomo lo fissava con apprensione e ansia, e con un po’ di sforzo si poteva anche leggere della compassione.
Gli occhi viola del Mostro percorsero da capo a piedi l’Uomo, il viso contratto in una smorfia di dolore, di autocontrollo.
- Fallo e basta. – Gli disse l’Uomo. – Non farmi aspettare. Fallo ora.
- No. – Il Mostro strinse i pugni. – No. Non posso.
- Devi. E’ giusto così. Lo hai promesso.
L’Uomo arrotolò la manica della sua camicia e mosse un passo verso quei famelici occhi viola.
- No! – Ringhiò il Mostro. – Vattene! Scappa!
- Finiamola qui. E’ inutile aspettare, sai che dovrai farlo prima o poi. Voglio che sia tu a farlo, per favore…!
L’autocontrollo del Mostro vacillò per un attimo e tanto bastò a fargli spiccare un balzo verso la preda.
Sfoderò i denti, che in meno di un secondo penetrarono nella carne tenera del braccio dell’uomo.
“Scusa” gli disse mentalmente mentre i denti continuavano a lacerargli la carne.
Il sangue cominciò a sgorgare copioso dal braccio dell’Uomo, imbrattando di rosso il viso e le labbra del Mostro.
Quando il suo istinto di predatore fu placato e si fu saziato di quel sangue così innocente, il mostro se ne andò. In un angolo della sala giaceva l’Uomo, esangue, emaciato, con un ultimo debole fiotto di sangue che lo circondava.
Il Mostro uscì dalla sala senza guardarsi alle spalle e sentì qualcosa di nuovo nei suoi occhi. Qualcosa che mai nella sua vita aveva potuto provare.Una lacrima lasciò quegli incredibili occhi viola per accarezzare dolcemente tutto il profilo del mento aguzzo. Il Mostro sfiorò stupito la lacrima salata. Poi chiuse gli occhi e sorrise. E si dissolse.

Vita riflessa

Makar si annodò la cravatta, con dei gesti così precisi da lasciar intendere che l’aveva fatto così tante volte da risultargli ormai vanitosamente normale.
Si specchiò per l’ultima volta, ammirando compiaciuto l’immagine che gli propinava l’enorme specchio dorato della sua stanza.
I lunghi e ondulati capelli castani incorniciavano il viso magro, con gli zigomi alti che gli tendevano la pelle ambrata verso la fronte e il mento un po’ aguzzo. Seguì con lo sguardo il profilo del naso dritto e si soffermò ad osservare il riflesso dei suoi occhi. Grandi, di una sfumatura così intensa di viola da poter essere scambiati per lenti a contatto colorate. Con un piccolo sospiro si infilò il pesante cappotto marrone e si calcò il cappello sugli occhi.
Concedendosi un’ultima occhiata in uno specchio a tutta altezza, spense la luce e uscì di casa, diretto verso l’“ufficio”. “Già, veramente un ufficio!!” Pensò concedendosi un piccolo ghigno.
Il cielo minacciava di scaricare un diluvio quel pomeriggio, ma per il momento si riusciva quasi a scorgere il sole dietro i nuvoloni grigi.
Makar tolse le mani dalle tasche e compose un numero sul display del cellulare.
- Pronto?
- Sono Makar.
- Oh, quanto tempo! Stavo proprio per chiamarti.
- Che fai stasera? – Makar sorrise di nuovo.
- Ma allora mi leggi nel pensiero! – “Se solo sapessi quanto hai ragione…” – Volevo proprio invitarti ad una festa.
- Oh, bene, è da tanto che non mi concedo di questi divertimenti. Passo a prenderti?
- Alle otto e mezzo.
- Ciao Ares.
- Ciao Makar!
Makar ripose il cellulare nella tasca del cappotto e svoltò in una viuzza laterale. Con calcolata lentezza aprì una porticina minuscola quasi invisibile nel buio del violetto cieco e sporco.
Lo invase quell’odore tanto familiare quanto sorprendente di sangue, vaniglia e spezie esotiche. L’ingresso era più affollato del solito, naturale, il fine settimana era notoriamente il periodo migliore per una cenetta. Ghignò di nuovo. Cenetta. Si immaginò uno di loro seduto al ristorante che cenava. Chissà che pandemonio.
Si accomodò su una delle seggiole di plastica e prese a sfogliare distrattamente una rivista vecchia di due settimane.
Il tempo passò velocemente e arrivò il turno di Makar. Si avvicinò con naturalezza al bancone marroncino dove troneggiava una pianta di vaniglia e sorrise alla ragazza che vi stava seduta dietro.
Non si sa come, si era totalmente innamorata di Makar, lo sussurravano tutti nei corridoi della Centrale. “ Un giorno o l’altro la invito a fare una passeggiata. E’ carina, dopo tutto” si concesse prima di sorriderle una seconda volta.
- Ho bisogno di una licenza.
- Ciao Makar. – Eliza gli sorrise e cominciò a smanettare sul computer mentre chiacchierava distrattamente. – Non vieni molto spesso, vedo.
- Con gli anni si impara a nutrirsi con le Centralette. – Fece spallucce, poi si sporse un po’ sul bancone, procurando evidenti palpitazioni a Eliza. – Ma certe volte mi viene voglia di un pasto come si deve.
- Già. – Balbettò lei deglutendo. Il piccolo collo morbido si tese quando le labbra rosate si contrassero, perplesse. “Proprio carina”.
- Ci sono problemi? – Makar appoggiò il mento aguzzo sul dorso delle mani giunte, come in un dipinto.
- No, no. Solo…non capisco. Si è bloccato il computer…
- Posso?
Makar girò dall’altro lato del bancone, circondando Eliza con il suo corpo muscoloso, riusciva quasi a sentire il suo cuore batterle nel petto sotto ai piccoli seni.
In breve la licenza fu stampata e una Eliza visibilmente scossa lo salutò con un largo sorriso e un lieve scintillio negli occhi azzurri.
- Ricordati, a mezzanotte e tre quarti precise. – Disse lei con tono stanco, chissà quante volte doveva ripeterlo al giorno. Fare la Distributrice doveva essere un lavoraccio, ma almeno non aveva bisogno di un lavoro nel mondo degli umani. Makar, ad esempio, per guadagnarsi da vivere faceva l’architetto. Guadagnarsi da vivere, se poi era vita, quella…
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 07/09/2008 :  16:47:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bellissimo, mi piace tanto la parte del mostro!
Ma anche la seconda parte è carina.
(Attenzione alle ripetizioni di "concedendo"...
Georg
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adele
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Inserito il - 07/09/2008 :  20:43:42  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie Carissimo!
Finalmente qualcuno che critica, che apprezza, ma soprattutto che quantomeno LEGGE le esternazioni pazze della mia mente!! Mwawawawaawawaw!!

Ecco a voi la seconda puntata! XD

Incubo

Ares sedeva sul divano, visibilmente scocciato. Le dita inanellate tamburellavano nervosamente sul ginocchio destro, fasciato in un paio di pantaloni di velluto nero a costine. Makar sarebbe dovuto arrivare alle otto e mezzo, erano le nove e ancora non si faceva vedere. Era abituato ai ritardi dell’amico, ormai si conoscevano da una vita, ed era praticamente inevitabile che arrivasse con meno di mezz’ora di ritardo, ma ogni volta si infastidiva.
Poi, con quest’alone di mistero, Makar sembrava sempre impenetrabile, come se dentro quegli incredibili occhi viola celasse un segreto terribile.
Ares voleva molto bene all’amico, ma se non si sbrigava si sarebbe meritato una bella sfuriata!
Finalmente il citofono suonò, con quello scampanellio che Ares avrebbe riconosciuto fra mille. Afferrò il cappotto e uscì di casa a tutta velocità.
La macchina sportiva di Makar continuava a stupirlo nonostante ce l’avesse già da due annetti. Una Spider rosso fuoco decappottabile, con dei sedili di pelle talmente morbida da sembrare quasi burro.
Ares si accomodò sul sedile del passeggero aspirando quell’odore di pelle e di riscaldamento tanto familiare e salutando Makar con una amichevole pacca sulla spalla.
- Mio Dio, ma quanto ci hai messo?
- Ormai dovresti saperlo che non sono mai puntuale. Piuttosto, dove andiamo?
Makar guidava per la strada principale, affollatissima di auto e moto, con una disinvoltura raggelante. Teneva una mano sul volante e una distrattamente sul cambio. Guardava la strada con sguardo annoiato, i capelli mossi leggermente dal refolo di aria calda che usciva dalle prese d’aria.
Ares si stupiva sempre di più ogni volta che guardava l’amico, e non poteva fare a meno di essere un po’ invidioso. Innanzi tutto non riusciva a capire come Makar potesse permettersi abiti costosi e macchine straniere con la facilità di un multimiliardario.
In secondo luogo, sembrava non invecchiasse mai.
Mentre il volto di Ares cominciava ad essere solcato da qualche leggera rughetta, e qualche capello si colorava di bianco, Makar più invecchiava più sembrava diventare bello. La pelle era sempre liscia e tesa, perfettamente ambrata, e i capelli lunghi e fluenti, di una sfumatura di castano così delicata da risultare quasi finta.
Ares gettò un’ultima furtiva occhiata al volto dell’amico e poi studiò il suo nello specchietto che aveva di fronte.
I capelli corti e spettinati ad arte continuavano a rimanere biondo cenere nonostante qualche filo color argento cominciava già a comparire. Si girò leggermente di tre quarti per ammirarsi il naso. Una leggera gobbetta lo solcava, ma tutto sommato aveva un bel naso alla francese, piccolo e bel proporzionato con gli occhi a mandorla. Purtroppo in quel campo non aveva nemmeno il coraggio di paragonarsi a Makar, i cui occhi viola sembravano ametiste, e guardavano il mondo con una luce così arcana e misteriosa da risultare quasi inquietante. Gli occhi di Ares invece erano dei comunissimi occhi verdi e scuri, seppur coronati da delle bellissime ciglia folte.
- A che pensi? – Gli chiese Makar.
- Al fatto che tu sembri non invecchiare mai. Ma come diavolo fai?
- Buoni geni in famiglia. – Makar si rabbuiò senza motivo, era molto strano, da sempre. – Dove andiamo?
- Al semaforo gira a destra, poi prendi la seconda a sinistra, la casa è una villa a due piani.
- Oh, feste nobili! Se non mi sbaglio…contessa Borgini?
- Azzeccato.
- Ci imbuchiamo?
- Ma no! Sono amico del figlio, io! – Ares gonfiò il petto e tirò fuori dalla tasca due eleganti biglietti color crema. – Stavolta siamo davvero sulla lista.
Makar sorrise.

La villa era molto più grande di come se l’aspettasse.
Makar consegnò il cappotto ad una vecchia governante, beccandosi tanti di quegli insulti che quasi gli veniva voglia di usare la licenza per ucciderla. La capacità di leggere nel pensiero era abbastanza fastidiosa in certi casi. Ma ognuno di Loro ce l’aveva, era inevitabile.
Si ravviò i capelli sulle spalle e seguì Ares nell’immenso salone illuminato da quattro enormi lampadari di cristallo. La sala era molto affollata. Un’orchestrina con i completi inamidati suonava dell’Easy Listening in sottofondo mentre il chiacchiericcio indistinto di tutte quelle persone con la puzzetta sotto al naso copriva quasi la musica.
Makar si guardò intorno sia per trovare qualcuno degno della sua attenzione, sia per cercare la sua preda. Non intendeva sprecare la licenza con un umano qualsiasi, quella volta voleva qualcosa di veramente appetitoso.
Venne introdotto da Ares in una conversazione sul sistema politico nel paese, ma aveva visto abbastanza cose da sapere che non erano certo gli uomini a controllare il mondo. Se avessero anche solo minimamente immaginato quello che avveniva in un universo parallelo al loro certo non avrebbero continuato con le loro baggianate politiche.
“Makar? Sei tu?”
La voce era nella sua testa, non nel mondo reale. Effettivamente avvertiva una certa presenza nel salone. Non era solo. In ogni caso, rispose alla voce, sempre nel dialogo mentale, mentre si affrettava a congedarsi dal gruppetto.
“Sono io. Dove sei?”
“Vicino l’orchestra.”
“Chi sei?” Non riusciva a distinguere bene la voce, era da poco meno di un anno che poteva leggere nei pensieri, ancora doveva impratichirsi.
“Sono Andrea. Muoviti, ho ordini importanti.”
Già, Andrea. Come aveva potuto non riconoscerla?
Andrea era la segretaria del Capo. E, si sospettava, anche l’amante.
Effettivamente era proprio un gran bel pezzo di donna. Alta, statuaria, con dei lunghissimi capelli rossi e lisci e un corpo che ti faceva venir voglia di balzarle addosso.
Makar si avvicinò all’orchestra e la vide, in piedi, tamburellava nervosamente con le dita sul gomito. Era fasciata in un abito aderentissimo, rosso magenta, con i seni spinti in avanti dai tacchi altissimi.
- Andrea. – La salutò Makar con un cenno. Era notorio che non era una campionessa in simpatia. Stava sulle scatole un po’ a tutti, alla Centrale.
- Hai richiesto una licenza?
- Si. E’ da tanto che non mangio come si deve. E voi lo sapete benissimo.
- D’accordo. Ma stasera non posso concederti più di un essere umano. Ci sono troppe licenze all’attivo, potrebbero insospettirsi con tutti questi omicidi.
- Uno mi basta.
- Bene. Divertiti. E controlla l’orologio, non fare cavolate.
- Nessun problema. Ciao, Andrea.
Makar tornò sui suoi passi, diretto verso Ares, quando all’improvviso lo colpì come una cannonata un profumo irresistibile.
Si voltò verso la fonte di quel profumo e la vide. Una ragazza, non poteva avere più di venticinque anni. Il profumo più invitante che avesse mai sentito. Doveva averla.
Lo stomaco gli si contrasse in mille giravolte, mentre i denti già cominciavano ad allungarsi. Makar strinse in pugni e con un autocontrollo irreprensibile affinato negli anni controllò l’ora.
Mezzanotte e un quarto. Fra mezz’ora avrebbe potuto avere quella ragazza.
La guardò meglio. Era…arrotondata. Sembrava un’unica, sinuosa curva. Dal polpaccio, alla coscia, i fianchi generosi, la piccola vita e i dolci seni. Per salire sempre più su, verso le spalle dolcemente curve, risalendo verso il collo morbido e chiaro, le labbra turgide…mmm…
Perfetta. Invitante.
Makar già pregustò il sapore dolce, agrumato, di quella pelle così chiara, così indifesa… Il profumo continuava a colpirlo, a ventate, minando il suo autocontrollo. Lo stomaco si strinse in una morsa, i denti spingevano per uscire.
La ragazza si accorse che Makar la stava osservando, lo guardò un attimo negli occhi, e Makar infuse in quello sguardo tutto il magnetismo possibile. Le sue prede generalmente lo trovavano attraente. E così fu. La ragazza che aveva condannato a morire abbassò lo sguardo quando quegli occhi viola la trapassarono.
Makar controllò ancora l’ora. Mezzanotte e mezza.
Doveva resistere solo un quarto d’ora. Poi avrebbe potuto avere quella ragazza dal profumo così dolce, così mangiabile.
Per distrarsi si concentrò sui pensieri di quella ignara vittima, che continuava a sbirciarlo di sottecchi.
“ Ma che cosa vuole quello lì? Mah…certa gente che si incontra al giorno d’oggi…sembra quasi che mi voglia mangiare da come mi guarda. Però…che occhi…e che fisicaccio pazzesco… Questo qui è una bomba mi sa…”
“Una bomba ad orologeria, bambolina, che sta per scoppiarti addosso.” Mezzanotte e quaranta minuti. Makar cominciò ad agire.
Tenendo a bada la fame per i restanti cinque minuti si avvicinò alla ragazza, provocando un putiferio di reazioni in quest’ultima.
- Ciao. – Le disse con tutto il fascino che riusciva ad imprimere nella voce, ben poco, dato che lo stomaco si contorceva per la fame.
- Ciao. – A quanto pare era bastato quel poco di charme a farla crollare… “Ci farei di tutto con uno così…” stava pensando lei.
Mezzanotte e tre quarti. Finalmente.
Makar la prese e la sollevò senza sforzo, mentre il mondo, le persone attorno a lui, tutta la sala, anche fuori, gli alberi, gli animali, gli insetti, si fermavano. Ogni notte, alla stessa ora, il mondo si fermava per qualche minuto, per concedere ai Mostri di nutrirsi di uomini. I quali non si accorgevano di niente. Solo dopo trovavano i cadaveri, abilmente celati sotto falsi omicidi dai Guardiani.
Gli uomini, gli animali, piombavano in una specie di torpore, dal quale era impossibile svegliarsi. Così il segreto rimaneva celato, era sempre stato così, e così sarebbe sempre stato. Forte di quella consapevolezza, Makar tolse la giacca alla ragazza, che cominciava a spaventarsi e ad urlare.
- Tranquilla… - Le sussurrò lui. – E’ un attimo…
Si chinò sul suo collo, i denti lunghissimi, quasi zanne, che brillavano sotto la luce forte dei lampadari. Lacerò la carne tenera della ragazza e la vide accasciarsi impotente fra le sue braccia. Il sangue cominciò a scorrere fra le labbra di Makar, che lo bevve avidamente. Erano settimane che si nutriva di Centralette, provette piene di sangue rubato dagli ospedali, dagli obitori, da qualunque luogo. Era buono. Ma uccidere era un’altra cosa. L’eccitazione della caccia, la paura delle prede, l’adrenalina donava al loro sangue un sapore particolare.
Questa giovane donna, poi… Era quanto di meglio Makar potesse sperare. Il sangue che gli scorreva fra le labbra, riscaldandogli la gola, lo stomaco, che cominciava a scorrere in tutto il suo corpo donandogli la sensazione che gli spigoli del mondo si arrotondassero era un sangue da intenditori. Era colmo di adrenalina e di attività, aromatizzato leggermente al profumo di vaniglia, di cannella, uno dei più dolci che esistono al mondo.
Makar continuava ad assaporare quel sangue, chino sulla ragazza ormai morta che giaceva inerte fra le sue braccia. Il sangue macchiava anche il pavimento, ma a quello avrebbero pensato i Guardiani.
Quando alla ragazza non rimasero che poche gocce di sangue ormai freddo, Makar la abbandonò lungo il muro, si pulì velocemente la bocca e controllò l’ora. Tre minuti esatti. L’eccitazione lo portava sempre a pensare che fossero passate ore. Continuava a sentire il sangue carico, caldo, confortante di quella ragazza scorrergli nel corpo. Poi, come in un incubo si voltò e vide un paio di occhi che lo fissavano, increduli, sbalorditi, impauriti. Un paio di occhi umani. Occhi che avrebbero dovuto essere chiusi. Occhi verdi.
Occhi di Ares.

eheh...
che ne pensate??

Adele
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 08/09/2008 :  08:52:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Uuuuuuuuuuuuuuuddio Adele... tu hai quel dannatissimo dono di affascinare e di staccare il capitolo al momento giuto... ovvero il momento in cui tutti, ma proprio TUTTI vorrebbero il continuo. Sei perfidamente fantastica. Dio. Mi hai fatto appassionare e adesso... oh, adesso sei in mille guai. Hai 2 possibilità: o continui... o continui.

(PS- in pratica: bella storia, testo liscio, scorrevole, anche un pò lugubre nelle descrizioni delle prede e nel momento dell'attacco. Ma questo lo rende migliore. Brava! Ah... e ho letto il commento che mi hai scritto nella discussione per chi deve andare in prima media... grazie).

Smile98
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 08/09/2008 :  10:36:14  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ghghghghgh...
meno male che è così... da quel che capiso è una delle prime carte necessarie per vendere... Mwawawawawawawa come sono venale... XD
Via sto scherzando...
Comunque, cara Smile, ti accontento, ecco qua un altro capitolo... ehehe...

Apocalisse

Makar sgranò gli occhi, e la sua espressione incredula sarebbe anche potuta risultare divertente, in un’altra situazione. Ma non in quella.
Perché Ares aveva visto delle cose così tremende da non riuscire nemmeno ad articolare parola. Ad un tratto il mondo intorno a lui cominciò a riprendere vita, gli alberi continuarono ad essere mossi dal forte vento che precedeva il temporale, il chiacchiericcio delle persone, fino a poco prima assopite per chissà quale ignoto motivo, era ripreso come dal nulla.
Nessuno intorno a lui sembrava essersi accorto dell’omicidio che era stato compiuto (da Makar! Makar! Makar aveva mangiato quella ragazza!) né tantomeno di essersi assopito.
Continuava a fissare Makar, gli occhi viola dell’amico velati dalla colpevolezza e dalla vergogna.
- Non mi toccare. – Gli sibilò quando l’amico si avvicinò a lui.
- Ares…
- Non mi toccare. – Ares lo fulminò con lo sguardo. – Tutti questi anni di segreti…era questo che nascondevi?
- Ares, lasciami spiegare. E’ questa la mia natura, lo è sempre stata. Ho scoperto di essere un Mostro che avevo solo cinque anni, da quel momento mi è stato impossibile continuare la mia vita normale. E’ così che va il mondo. Ogni giorno, fin dall’inizio dei tempi, a mezzanotte e tre quarti il mondo si ferma, proprio come oggi. E tutti voi, tutti gli esseri umani…dovrebbero dormire. Non era mai successo che un essere umano rimanesse sveglio. Non so come sia potuto succedere.
Makar si portò una mano sulla fronte e sospirò.
- Quello che hai visto… - Sembrava molto in difficoltà. – Ci danno delle provette di sangue per nutrirci normalmente. Ma ogni tanto abbiamo bisogno di un omicidio. E’ terribile vivere solo del sangue che ti danno. E’ come… - cercò la similitudine adatta. – E’ come se voi vi nutriste di pasticche vitaminiche o di flebo, senza mai mangiare veramente.
- Ma tu l’hai uccisa!
Negli occhi di Ares vibravano accuse, dubbi, paura. E la consapevolezza che nulla sarebbe più stato come prima.
E di colpo, come una mattonata sullo stomaco, lo prese la tremenda sensazione che lui avrebbe potuto sospettare tutto questo. Gli passarono davanti in un attimo tutti i lunghi anni di amicizia con Makar. I continui rifiuti di uscire a cena. L’improvviso nervosismo quando nei paraggi c’era sangue fresco. I vestiti costosi, le macchine straniere. L’aspetto sempre fresco e giovane. Le misteriose e improvvise sparizioni, i “viaggi di lavoro”.
- Quindi…quindi anche io per te sono solo un contenitore di sangue? Tutti qui dentro siamo solo prede!
- No, Ares. Non oserei mai farti del male. Il nostro è un sistema molto organizzato. Per uccidere ci vuole una licenza specifica, e ti viene anche detto il numero di esseri umani che puoi mangiare.
- E i corpi? Perché non ci siamo mai accorti di nulla?
- I Guardiani. I Guardiani sono Mostri che hanno il compito specifico di far sparire ogni traccia e di simulare falsi omicidi per coprire la nostra Fame. Ti faccio un esempio… - Makar si tamburellò il mento con l’indice. – Marylin Monroe.
- L’avete uccisa voi? – Ares digrignò i denti.
- Ognuno di noi ha diritto ad uccidere tre persone famose nella propria vita. Ma a distanza di minimo tre decenni l’una. Le persone famose attirano di più l’attenzione, e tutto va pianificato nel minimo dettaglio. – Ad uccidere la Monroe era stata Andrea, più per ripicca che per effettivo desiderio. Il Capo sembrava sempre più interessato all’attrice, e Andrea non si sentiva abbastanza desiderata. Così aveva eliminato il problema all’origine, ma, aveva confidato a Makar, a quanto pare aveva un sapore orribile, amarostico, simile al chinotto.
- E tu…tu chi…?
- Anne Nicole Smith. Aveva un sapore meraviglioso. Sapeva di cocco, di frutta esotica, e il suo sangue era freschissimo, se ci ripenso mi viene ancora l’acquolina in bocca.
Ares rabbrividì.
Sperò per un attimo di svegliarsi e di scoprire che tutto quello era solo un incubo, di raccontarlo a Makar, al vero Makar, quello umano, e di farsi quattro risate. Eppure era tutto talmente vivido… Ammutolì di colpo, ripensando con un improvviso cerchio alla testa a quel sangue che aveva imbrattato le labbra di Makar, a come quest’ultimo si era pulito soddisfatto il viso dopo aver bevuto a sazietà. Lo prese una vertigine quando rivide i lunghissimi denti di Makar che laceravano la tenera carne del collo di quella sconosciuta, i famelici occhi viola finalmente appagati quando la lasciò esanime in un angolo, ormai irrimediabilmente morta.
Ares indietreggiò, lo sguardo terrorizzato, arrabbiato, disgustato, fisso in quello disperato di Makar. Si voltò e corse via dalla sala illuminata. Makar non lo seguì.

“Capo. Capo, mi sente?”
Makar strizzò gli occhi, concentrandosi. Sfiorò la mente del Capo per un attimo, quello che bastava per assicurarsi la sua attenzione.
“Makar, che succede, ti sento turbato.”
“Capo, un umano ha visto tutto. E’…è rimasto sveglio.”
“Cosa?”
La “voce” del Capo suonava vagamente divertita, ovviamente era impossibile credere ad una cosa del genere.
“Capo, guardi qui.”
Makar allargò la mente, una cosa che aveva imparato a fare di recente, e aprì i ricordi. Nella mente del Capo in quel momento stavano passando tutte le immagini di quella sera. Makar sentì la sua “voce” preoccuparsi.
“Vieni alla Centrale” sbottò infine. “Subito”
Makar prese il cappotto, abbandonato su una sedia da una governante poco laboriosa, e uscì in strada.
Il temporale era ormai scoppiato e infuriava come se il cielo stesse scaricando l’Apocalisse sulla Terra. Le gocce di pioggia erano pesanti e fittissime e il vento fortissimo piegava gli alberi e sembrava contorcere ogni cosa. I lampi illuminavano per qualche secondo il paesaggio inquietante nella luce artificiale e intermittente dei lampioni. I tuoni sembravano ruggiti famelici di animali minacciosi, acquattati in attesa di attaccare il mondo.
Makar aumentò la temperatura del riscaldamento, la sua Spider gli sembrava così confortante che per un attimo provò un sentimento simile quasi alla felicità. I tergicristalli lottavano febbrili senza avere il tempo di sgombrare del tutto il vetro dalla pioggia furiosa. Ma Makar continuava ad aumentare la velocità. Svoltò di colpo a centoventi l’ora, sollevando una pioggia di spruzzi d’acqua putrida che allagava le strade, una manovra impossibile a qualunque essere umano. Inchiodò di colpo la Spider e scese in mezzo all’Apocalisse che infuriava intorno a lui calcandosi il cappello sugli occhi. E, in effetti, l’Apocalisse poteva davvero essere vicina.

Dunque... i miei personali commenti sono:
All'inizio del capitolo (cioè subito dopo che Makar si mangia la ragazza) fa molto schifino. Perchè non è tanto versimile che Ares non stia vomitando, svenendo, picchiando a sangue Makar o che so io e che invece sia abbastanza lucido da recepire quello che Makar gli sta dicendo senza mettersi ad urlare.
Ma che volete, ero in fase di cambiamento... non arrivavo ancora a riflettere su queste cose...

Adele
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 09/09/2008 :  10:06:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mh... questo capitolo mi è piaciuto un po', non era ben fatto e formulato come gli altri.
C'è una parte un po' disconnessa:

Makar allargò la mente, una cosa che aveva imparato a fare di recente, e aprì i ricordi. Nella mente del Capo in quel momento stavano passando tutte le immagini di quella sera.

Mi pare strano che all'improvviso si scopra di questo "potere"... è come se avessi inventato la cosa al momento per risolvere il problema senza prolungarti troppo. Poi come hai detto tu la prima parte è un po' inverosimile.
La parte in cui parla col capo mi pare... "strana", per così dire. Insomma, se nel continuo il problema non venisse affrontato alla Centrale (ehhhhhhhhh? XD) sarebbe decisamente sciocco non parlarne direttamente sul posto. Un consiglio su quella particina?? Sarebbe motivato descrivere l'agitazione, pur se nascosta nel capo, le labrbe che fremono, il nervosismo che traspariva piano dalle parole... insomma, un po' di pezzo descrittivo lì non mi sarebbe dispiaciuto.
Potevi aggiungere qualcosa in più, mi sembra leggermente povero come capitolo, insomma, c'è solo la discussione fra i due amici di importante... potevi aggiungere il pezzo in cui arriva alla Centrale, che ne so... potevi attaccare due episodi, ma così va bene, forse sarebbe diventato un po' troppo pesante, forse... forse mi sbaglio, ma io che ne so... poi coem hai detto tu stavi nella fase di cambiamento.

Per dirla breve, la prima parte è ok, la seconda (a partire dal Capo) non mi piace molto... avresti potuto fare di meglio. ma la descrizione del temporale mi è piaciuta molto!!

Scusa di averti confuso (o come dicono i caivanesi "impapocchiato", "'nzalanut"!) e scusa di aver fatto la maestrina e di aver criticato molto, ma scusate... che ci posso fare? Però ricorda: ADORO IL TUO STILE, ADORO QUESTA STORIA! E la prima parte è stupenda, e anche la descrizione del temporale... oddio sto ripetendo di nuovo le tesse cose?? Pardon... XD

Smile98, accepts my world...

(Ps- non mi funziona bene la S, perciò scusatemi per le s mancate!)
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 09/09/2008 :  12:23:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Tranqui Smile, mi fanno sempre piacere le critiche!
Si in effetti c'hai ragione (riguardo al Capo e compagnia bella e soprattutto alla verosimiglianza del racconto...), solo una cosa...
Non ho messo la parte descrittiva del nervosismo del Capo innanzi tutto perchè io tendo a descrivere sempre quello che "si vede" in quel momento. Quindi Makar non poteva "vedere" le labbra del capo, per esempio.
E in secondo luogo, perchè il personaggio del Capo è un personaggio un pò particolare, questo lo scoprirai nel prossimo capitolo... Cioè, nella pratica, è molto cinico, molto duro, molto freddo, raramente si fa prendere dal panico... ma è comunque un personaggio "buono" (mi pare che nelle favole questo tipo di personaggio si chiami antagonista buono... non ricordo)
Ad ogni modo... si, ci avevo pensato anch'io di attaccare il prossimo capitolo a quello e di postarli insieme... solo che il prossimo capitolo è il più lungo di tutti perchè in mezzo c'è pure un'altra cosa... insomma... sarebbe venuto troppo lungo e pesante... per cui...

Mi fa piacere che ti stai appassionando a questi due tizi... questa è una delle mie storie preferite (quanto ad "idea" e "concetto"... come stile fa un pochino cacarino...) infatti ho in mente un seguito che però non ho mai la forza di buttar giù..
P.S. Un'informazione che forse potrà esservi utile... questa storia è stata ispirata ed è stata scritta ascoltando l'album "Around the sun" dei mitici R.E.M.... penso che si legga meglio, con in sottofondo le canzoni che l'hanno ispirata...
In ogni caso... ecco il prossimo capitolo...

Viaggio

La Centrale non sembrava in subbuglio, forse la notizia non si era ancora diffusa. Makar entrò nell’ingresso dal profumo familiare senza nemmeno curarsi di chiudere la porta. Per la troppa fretta rischiò di rovesciare l’enorme pianta di vaniglia addosso ad Eliza.
- Ciao Makar!
“Scusa Eliza, non ho proprio tempo adesso” le disse con la mente sperando che lei lo sentisse.
Makar svoltò a destra, in un corridoio con la moquette color tortora e lo percorse tanto velocemente che sarebbe risultato invisibile da occhi umani.
L’ufficio del Capo era l’ultima porta, quella più riccamente decorata. Ma Makar questa volta non si fermò ad osservare incantato gli intarsi floreali, la spalancò senza nemmeno bussare.
Lo invase un odore intensissimo di sangue e di castagne calde, come se il Capo stesse banchettando con un elfo dei boschi.
L’ufficio era arredato finemente, colmo di Centralette di tutti i tipi e di libroni horror. Tutte le edizioni dei romanzi di Edgar Allan Poe, per lo più.
Su una immensa scrivania marrone trovavano spazio due computer portatili, un antico telefono d’osso e oro e una cesta portadocumenti. Il Capo stava seduto da una parte della scrivania, affondato in una poltrona di pelle nera che ricordava in maniera impressionante quella dei cattivi dei cartoni animati.
L’uomo che teneva in piedi tutta quella “fiera”, come Makar amava definirla nei periodi in cui aveva disgusto persino di se stesso, era semplicemente chiamato Il Capo. Nessuno, forse nemmeno Andrea, conosceva il suo nome di battesimo, e alla Centrale circolava voce che fosse talmente tanto imbarazzante che Il Capo non lo avesse mai rivelato ad anima viva.
Il Capo era un uomo alto, muscoloso, con la pelle diafana che non tradiva il minimo segno del tempo. I capelli biondi creavano un’aureola spettinata intorno al suo viso levigato e dolce. Gli occhi castani erano grandi come quelli di Makar, ma intrisi di una esperienza così vasta da perdercisi dentro.
Il Capo guardò preoccupato Makar e le sue labbra sottili si incresparono appena.
- Siediti.

Ares correva febbrilmente sotto la pioggia. Il diluvio imperversava attorno a lui mentre continuava a correre, ogni respiro un ruggito dei suoi polmoni che imploravano pietà. La gola in fiamme gli procurava fitte di dolore ogni volta che inghiottiva l’aria, e le tempie pulsanti sotto il cappello minacciavano di farlo svenire a breve.
Ma non si fermò per riprendere fiato nemmeno una volta. Si fece di corsa i due chilometri da casa della contessa fino alla sua. Le gambe che gridavano di fermarsi, i muscoli doloranti che sembravano tirarlo verso il marciapiede.
Ares sentiva chiaramente la pioggia torrenziale inondare i suoi vestiti, scorrergli sulla carne accaldata dalla corsa, la vista annebbiata da quelle scariche d’acqua continue.
Era proprio lo scenario adatto ad una storia del terrore, si sorprese a pensare.
I pochi scalini che precedevano il portone del suo palazzo furono la sferzata finale per i suoi polmoni in fiamme, ma Ares li fece di corsa, chiudendosi il pesante portone alle spalle.
Respirò profondamente, ogni muscolo del suo corpo che implorava riposo. Il leggero odore di legno e di bagnato e di pioggia gli rivestì le narici. Ares chiuse gli occhi e si accasciò contro la porta, prendendosi la testa pulsante fra le mani tremanti. Continuò a respirare profondamente, tentando di ricacciare giù il senso di nausea che lo aveva invaso tutto ad un tratto.
Dai suoi capelli biondo cenere cadevano sul pavimento gocce d’acqua piovana, le stesse gocce che gli scivolavano dalle ciglia folte fin sulle labbra, impregnandole del sapore un po’ acidulo della pioggia.
Alla fine, quando il suo cuore smise di battere come un tamburo impazzito, prese l’ascensore e si catapultò a casa. Scaraventò i vestiti zuppi in un angolo, entrò nella cabina della doccia e aprì l’acqua.
Ares rabbrividì quando il getto d’acqua bollente della doccia lo riscaldò, colmando i vuoti del cuore, dandogli la sensazione che tutto andasse al giusto posto.
Restò sotto l’acqua calda finchè non si esaurì, e si avvolse nell’abbraccio confortante del suo accappatoio bianco panna. Le tempie continuavano a pulsargli furiosamente, mentre il cervello articolava frasi sconnesse, senza apparente connessione con la sua vita attuale.
Ares entrò in cucina, deciso a prendersi un sonnifero e a dormire fino alla mattina dopo, ma quando si voltò per prendere una tazzina dalla credenza, questa gli cadde di mano, infrangendosi in piccolissimi cocci di ceramica bianca.
La porta d’ingresso era aperta, e un refolo di aria congelata che sapeva di pioggia raffreddava l’atmosfera confortante di casa sua. Era un pensiero stupido, ma casa sua lo confortava, gli dava la sensazione di essere immune ai pericoli del mondo, e qualcuno aveva invaso la sua intimità fatta di illusioni e di bambagia.
Seduto sulla poltrona, proprio di fronte a lui, con un piccolo sorriso di scuse e con addosso un odore fortissimo di caldarroste, c’era Makar. Ora che Ares ne conosceva il segreto gli sembrava meno che mai umano, in quella posa immobile, con un sorriso serafico sulle labbra lisce somigliava più ad un Dio vendicatore.
- Che cosa ci fai qui? – Gli sputò addosso Ares.
- Sono venuto per parlarti. – La voce di Makar era intrisa di fascino, come se dopo tutti quegli anni di amicizia potessero funzionare i suoi vecchi trucchi!
- Ti ascolto.
- La cosa si fa seria. Hai parlato con qualcuno di quello che hai visto?
- No, Makar. Mi conosci, mantengo i segreti.
- Ancora meglio.
Makar si alzò con grazia dalla poltroncina bianca dove era sprofondato e accese la televisione.
- Vestiti e andiamo.
- Dove andiamo?
- Alla sala esagonale. – Disse semplicemente Makar, senza prestare troppa attenzione allo sguardo sconcertato di Ares. – Allora? Muoviti.
Ares corse in camera e, non sapendo di preciso cosa lo attendeva, si infilò una camicia nera dentro un paio di pantaloni grigi, annodò velocemente la cravatta e si scompigliò i capelli. In un ultimo lampo di vanesia si versò del collirio antiarrossamento negli occhi stanchi e infossati.
- Ci sono.
- Aspetta, guarda qua.
Makar accennò al televisore, che mandava deboli bagliori sul muro alle loro spalle. Era sintonizzato su un TG nazionale, e la voce monotona dello speaker commentava le immagini che scorrevano veloci.
“…la vittima è morta dissanguata da tre coltellate al petto, mentre si dirigeva ad una festa. Gli inquirenti sospettano che sia stata violentata, poiché la posizione al momento del ritrovamento era molto sospetta, così come il luogo: un vicolo buio e appartato, dove probabilmente era stata condotta con la forza…”
Ares non sentì più nulla quando, dalla coperta bianca e insanguinata che copriva la barella trasportata da due uomini vide spuntare la testa della ragazza della festa. La guardò meglio. Era proprio lei.
La TV mostrò una foto della ragazza, impossibile non riconoscerla. Stesse labbra turgide, stesso collo dolce, stessi corti capelli castani.
Ares si voltò serio verso Makar, che ricambiò lo sguardo.
- Capisci cosa voglio dire?
- E’…lei?
- Già. – Makar teneva gli occhi fissi sul televisore, le iridi viola rilucevano di mille colori quando i bagliori dell’apparecchio vi si posavano.
Alla fine si voltò verso Ares e sorrise.
- Ma come sei bello! – Gli disse, sarcastico, e anche Ares si lasciò sfuggire un risolino. – Dai, andiamo.
Era già mattina presto, o notte fonda, a seconda di come si vogliano chiamare le quattro del mattino, e il temporale che aveva scaricato un diluvio sulla Terra si era ridotto ad una pioggerellina leggera ma costante, e tutto era avvolto in uno strato di nebbiolina dorata. La macchina di Makar attendeva i due passeggeri sul ciglio della strada, rossa e appariscente come non mai, soprattutto in quella nebbiolina dorata. I due uomini entrarono nell’auto, e in breve nella strada non ci fu altro rumore che il sommesso ruggire del motore. Poi, con uno spruzzo d’acqua, la Spider parti a tutta velocità, nella folle corsa per la stanza esagonale.

- Sono deluso. – Sogghignò Makar alzando il riscaldamento della Spider. – Non sembri terrorizzato nemmeno un po’.
- Già, tu scherzaci, io non sono terrorizzato solo perché sono furioso.
- Come se fosse colpa mia. Non scegli di essere un Mostro. Ma se scopri di esserlo…non puoi farci nulla.
- Raccontami un po’, signor Mostro, come hai scoperto di essere una creatura ripugnante che per sopravvivere doveva privare altra gente della propria vita da persona normale?
- E non essere così perfido, dai! – Makar si rabbuiò e aumentò la velocità. – Anche a me non piace questa situazione.
- Non sono perfido, sono solo maledettamente sarcastico e…
- Furioso. – Finì per lui Makar. – Scusa, è difficile ignorare i tuoi pensieri. Sono amplificati dalla furia.
- Pensieri? Tu sai leggermi nel pensiero? Da quanto tempo invadi la mia privacy?
- Tranquillo, meno di un anno. – Makar corrugò le sopracciglia e poi, nel vedere l’espressione incredula e un po’ preoccupata dell’amico si fece una bella risata. – Davvero, generalmente cerco di non leggerti nei pensieri, ma quando provi emozioni forti si amplificano e li sento come fossero i miei.
- Fantastico. C’è la remota possibilità di tenerti all’oscuro di qualcosa?
- Mi sa proprio di no. – Makar fece una smorfia. – E mi dispiace tantissimo. Credo che sia una misura di sicurezza, così ci possiamo contattare sempre fra noi e ci teniamo sotto controllo, ma non poter avere segreti è brutto. Difficilmente ci innamoriamo, sappiamo troppe cose dell’altro. Sono esistenze molto misere.
- Bah. Sarà… Aspetta…perché il plurale?
- Non viviamo una volta sola. I Mostri si rigenerano. Sai…, hai presente il principio della reincarnazione? E’ simile. Me l’hanno spiegato una volta ad una riunione, ognuno vive la sua prima vita da Mostro, morendo alla stessa età in cui sarebbe morto se fosse restato umano. Però prima di morire sceglie la persona in cui rinascere, generalmente bambini molto piccoli, e si rigenera. Con la differenza che ricorda tutto delle vite precedenti e conserva la mente lucida di quando è morto. Non è difficile incontrare bambini che superano di poco i tre anni che sorseggiano tranquilli Centralette dopo Centralette.
- E…non morite mai?
- Solo in due casi. Possiamo morire se trasgrediamo qualche regola. Tipo rivelare la nostra identità, uccidere qualcuno prima o dopo mezzanotte e tre quarti, cose di questo tipo.
- Oppure?
- Oppure… - Makar esitò. – Se piangiamo.
- Non potete piangere?
- No. Ammenocchè non vogliamo morire. Non ci è concesso provare compassione, o tristezza. Non fisicamente, almeno. Dobbiamo essere spietati, delle macchine da guerra, non c’è tempo per le debolezze. Se piangi non ti rigeneri più, semplicemente ti dissolvi in milioni di piccole particelle. Ma nessuno si sogna di trasgredire le regole né tantomeno abbiamo motivi per piangere. Quindi, generalmente ci rigeneriamo tutti.
- E tu…tu chi sei stato?
- Nessuno. Questa è la mia prima vita.
- E come hai scoperto di essere un mostro? La risposta alla domanda sarcastica di prima la volevo davvero.
- E’ una storia lunga.
- Ho tempo.
- D’accordo…cominciò tutto…

Ricordo

…quando avevo cinque anni. Una mattina mi svegliai e mi trovai solo. Ovviamente mi misi ad urlare e a chiamare i miei genitori, ma non arrivava nessuno. Puoi immaginare, ero solo un bambino, e i miei genitori erano scomparsi, ero terrorizzato.
Poi vidi entrare una ragazza bellissima, mi sembrava quasi un angelo. Mi disse che non mi dovevo preoccupare, perché stavo attraversando un periodo della mia vita che richiedeva che io stessi lontano dai miei genitori. Incredibilmente capii. Mi disse di seguirla, perché mi doveva mostrare la mia nuova casa e spiegarmi delle cose.
- Sei una persona speciale. – Mi disse lei. – non sei come tutti gli esseri umani.
Mi portò alla Centrale e mi fece conoscere il Capo, mi spiegarono tutto quanto con incredibile schiettezza, considerando che ero solo un bambino. Non so come, ma la presi bene. All’epoca ero felicissimo di essere diventato una creatura fantastica.
Quella notte uccisi la mia prima vittima. Ho ricordi molto confusi, ma ricordo ancora chi uccisi. Era una ragazza bassa e cicciotella, svenuta, che avevano adagiato su un tavolo apposta per me. E’ l’iniziazione di ogni mostro. Per capire come cacciare, come succhiare il sangue, il primo omicidio detta il tuo futuro modo di uccidere. Ad esempio, io ho una certa passione per le braccia. Se non vi sono particolari condizioni ad impedirlo, o prede così invitanti da richiedere un morso al collo, preferisco succhiare il sangue dalle braccia. Probabilmente quella notte scelsi il braccio della ragazza per nutrirmi.
Non mi impressionai quando mi spuntarono i denti, né quando sentii il sangue scorrere via dalla ragazza, lo trovavo giusto.
La donna che mi aveva preso da casa mia mi accompagnò, dopo che ebbi bevuto a sazietà, in una casa di campagna alla periferia della città. Era bellissima.
Sembrava una reggia. Era blu, a tre piani, con una terrazza che la sera dava una vista spettacolare sul cielo stellato. Il giardino era immenso, pieno di piante e di animali e di giostre con cui giocare. Ci stavano un sacco di bambini. I più piccoli avevano la mia età, i più grandi erano diciottenni pronti ad andarsene.
Tutti eravamo Mostri. Credo che il farci stare tutti insieme, l’alterare la realtà facendoci credere che la nostra condizione fosse la normalità fosse il modo più semplice per farci accettare quello che eravamo e renderci dei Mostri perfetti.
Andavamo a scuola come i bambini normali. Con i bambini normali. Poi tornavamo a casa, ci nutrivamo con le Centralette, giocavamo, ridevamo, vivevamo la nostra vita. Una volta la settimana ci sguinzagliavano in giro, consentendoci di uccidere.
Ricordo una notte in particolare, era il compleanno del Capo, il trecentesimo, e per festeggiare concesse ad ogni bambino della Casa Blu di uccidere tre umani. Che festa! Tornai a casa con le labbra ancora profumate di sangue e la testa che mi girava furiosamente, era la prima volta che mi ubriacavo.
Quando compii diciotto anni mi fecero frequentare un corso intensivo specifico per architettura, in un anno imparai ciò per cui voi umani impiegate anni di Università.
Mi scelsi una casa mia, quella che ho tutt’ora e…basta. Non c’è più nulla da dire.

Inferno

- E io? Avere amici umani è proibito?
- Diciamo che sarebbe meglio non averne. Ma c’è una cosa che mi lega a te in maniera indissolubile.
- Cosa? – La voce di Ares somigliava ad un sussurro cospiratorio.
- Non posso dirtelo. Non mi perdoneresti mai.
Makar continuò ad accelerare, improvvisamente furioso e triste.
- Makar. Sono in macchina con te. Non so dove stiamo andando, per quel che ne so io potresti portarmi in una sala piena di Mostri decisi a togliermi di mezzo perchè so troppe cose, o potresti inchiodare e uccidermi tu stesso. Ma sono qui con te. Io mi fido di te. Ti voglio bene. Ti ho già perdonato tutto quello che ho visto. Non è abbastanza?
- No. – Ringhiò Makar. – Ares, davvero, mi odieresti.
- Dimmelo. Quanti altri segreti hai intenzione di nascondermi?
Makar non rispose. Guardò fisso la strada e decelerò un po’.
- Makar. Dimmelo. – Ares praticamente supplicò l’amico.
- Oh, e va bene. Ma so già che mi odierai. – Makar tolse la mano dal cambio e se la passò sul viso, chiudendo gli occhi. – Ricordi quando ci siamo conosciuti?
- Si. Avevamo sette anni, se non ricordo male.
- Sei e mezzo. – Precisò Makar.
- Sei e mezzo. – Ripetè Ares, evidentemente per Makar la loro amicizia contava moltissimo.
- Ricordi dove ci siamo conosciuti?
- Si. – Ares non aggiunse altro. Era molto doloroso dover ricordare certe cose. Visto che Makar non accennava ad aprir bocca alla fine si decise a completare la sua risposta. – All’orfanotrofio. E’ stato un mesetto dopo che i miei erano morti.
- Una settimana dopo che i tuoi erano morti, il 14 gennaio 1984.
- Ah, già. – Ares si voltò all’improvviso verso Makar. – Un attimo. Come fai a ricordare tanto bene queste cose? Come fai a sapere quando sono morti i miei?
Makar guardò Ares per un istante, e si morse un labbro. Non parlò, attese che il dubbio si insinuasse sul viso dell’amico.
- Si. E’ così. – Disse Makar, rispondendo ai pensieri di Ares.
- Li hai uccisi…tu? – Il volto di Ares diventò una maschera impassibile, gli occhi verdi fissi sulla strada, le mani che stringevano impietosamente i morbidi sedili di pelle della Spider.
- Ares…mi dispiace. Davvero. Col senno di poi mi sono accorto che è stata una grande cavolata. Non farei mai una cosa del genere, ma avevo sei anni, Dio santo! Non potevo capire cosa voleva dire rovinare una famiglia.
- Tu…il mio migliore amico…come…?
- Ares. Ares, ascoltami. Ti ricordi, ti ho raccontato del trecentesimo compleanno del capo. Ci aveva concesso tre persone. Io uccisi una bambina, avrà avuto poco più di tre anni, era sola, abbandonata, e nessuno sembrava cercarla. Poi ho visto i tuoi genitori. Ma tu non c’eri, non c’eri, porco cane! – Makar battè un pugno sul volante della Spider e accelerò, come faceva sempre quando era arrabbiato.
- Ero…ero malato, mi pare.
- Non sapevo avessero un figlio. Avevano un profumo così buono, così dolce, così invitante…e io potevo ucciderli. E l’ho fatto, senza pensarci.
- Come hai OSATO venirmi a trovare all’orfanotrofio? Come hai OSATO?!?
- Io…io ti ho visto al loro funerale. Piangente, disperato, sembrava volessi morire anche tu. Non c’era nessuno a consolarti, solo un’istitutrice dell’orfanotrofio. E io ho capito cosa sarebbe successo poi della tua vita. E quando ho capito che era colpa mia…
Makar lasciò la frase in sospeso. L’aria si poteva tagliare con un coltello. Ares continuava a tenere gli occhi sulla strada. Gli occhi viola di Makar invece seguivano il profilo del volto dell’amico, si posavano un attimo sulla strada e tornavano al viso di Ares.
Ares sospirò.
- Grazie. – disse infine.
E non ci fu bisogno di altre parole.
Makar seppe che lo perdonava, Ares seppe che Makar aveva fatto l’impossibile per salvarlo. Ed entrambi seppero che sarebbero restati per sempre amici.

Il resto del viaggio fu silenzioso, senza altre particolari rivelazioni a sconvolgere l’animo già turbato di Ares.
Makar continuava ad accelerare, toccarono picchi di 180 l’ora, ma sembravano non arrivare mai. Ares non sapeva di preciso quanto tempo stettero sprofondati nei sedili confortevoli della Spider rossa, ma potevano benissimo essere delle ore. Non si azzardava a guardare fuori dal finestrino, la velocità con la quale gli sfrecciavano accanto le cose era impressionante.
- Non hai paura di me, e hai paura della velocità? – Ironizzò Makar, ribattendo ai pensieri di Ares.
- Che ne pensi di smetterla una volta per tutte?
- Mi dispiace, non posso. Anche volendo i tuoi pensieri sono troppo chiari e mi sembrano i miei, te l’ho già detto.
Ares sospirò.
Con uno scatto fulmineo, Makar svoltò in un vicolo perso fra i boschi, le piante alte gettavano ombre verdognole sui finestrini oscurati della Spider rossa. La strada non asfaltata, sembrava più che altro un sentiero per il trekking, procurava scossoni violenti all’auto, e costringeva Ares ad aggrapparsi al sedile conficcandogli le unghie.
E poi, all’improvviso, gli scossoni cessarono, e Makar inchiodò su un’enorme spiazzo asfaltato di fresco e bagnato dal sole, perso nel mezzo dei boschi che circondavano l’area Sud della città.
Ares guardò prima Makar, poi si guardò intorno per un po’.
Lo spiazzo asfaltato era a forma di ellisse, e quasi completamente pieno di auto. E che auto! La più economica sembrava essere appena uscita da una concessionaria di lusso. L’intera zona era immersa in un silenzio irreale, non un uccello cinguettante, non uno scoiattolo, nemmeno un misero topolino. Proprio al centro dell’enorme ellisse asfaltata troneggiava una costruzione che ricordava in maniera impressionante uno stadio. I piloni alti e robusti reggevano un tetto blu notte leggermente a punta, e su ogni lato della struttura esagonale spiccava una enorme porta a vetri automatica. Makar lo precedette e aprì una di queste porte. Con un piccolo sorriso di incoraggiamento Makar invitò Ares ad entrare. Ares sgranò gli occhi. L’interno della costruzione era stupefacente.
Era un’unica, enorme, grandissima sala illuminata e completamente costruita con diverse tonalità di marrone: dal marrone scuro del parquet, al color mogano dell’enorme tavolo ovale che riempiva la sala, al marroncino smorto dei pannelli alle pareti, tutto era marrone, persino l’aria sembrava satura di quel colore caldo.
Ma la cosa più stupefacente per Ares, non fu la sala in se stessa, quanto chi la occupava.
In ogni angolo, ovunque si girasse, c’erano Mostri. Le zanne brillavano nella luce soffusa e marroncina della sala, i corpi atletici e i visi bellissimi, gli occhi intrisi di mistero, la sensazione generale di potere e di timore che incutevano tutte quelle creature bellissime (e lo sbrilluccichio delle loro zanne!) era incredibile.
In quella sala, anche il bellissimo Makar sembrava normale, poiché tutti erano bellissimi in un qualche modo. Nelle loro pose naturali, con i gomiti sui tavoli, o tranquillamente stravaccati su una sedia (marrone, naturalmente), che stessero ridendo o riflettendo con la fronte corrugata, tutti erano tremendamente stupendi. Ares si aggiustò la cravatta, sentendosi improvvisamente inadeguato, e Makar soffocò una risata.
Proprio mentre Ares era intento ad ammirare una donna giunonica che prendeva posto vicino a loro, sentì il respiro dolce di Makar sul collo, e la sua voce suadente e sarcastica, velata appena dalla preoccupazione:
- Beh, benvenuto all’inferno.



Oddio... scusate... è lunghissimo...
Vabbè... non riuscivo a "staccare" queste varie parti fra loro...
prometto che i prossimi saranno (un pò) meno lunghi...

Adele
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 12/09/2008 :  19:56:37  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
SCUSATEEEEEEEEEEEE!!!
NESSUNO CHE LEGGE?? NESSUNO CHE VUOLE SAPERE LE ESTERNAZIONI CONTORTE DELLA MIA MENTE MALATA???



Adele
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 17/09/2008 :  20:41:11  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
...Anche Smile mi ha ABBANDONATAAAAA gneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!


Sniff sob

Adele
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 18/09/2008 :  13:50:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Quando ho tempo, mi leggo tutta la tua discussione e commento, promesso
Matt
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 18/09/2008 :  14:20:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

thankis

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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 18/09/2008 :  16:32:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Addy, (scusa se ti chiamo così, ma come diminutivo è troooopo dolce!) l'altro giorno stao scrivendo il commento, ma si è cancellato, e i questi giorni non ho proprio voglia di scrivere Mi dispiace, commenterò a momenti. Tu comincia a inserire il secondo capitolo .

Bye bye!
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 18/09/2008 :  18:05:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Anch'io scriverò un commento, ma sono presissimo in questo periodo da una traduzione che non finisce più...
Prima o poi ce la farò!
Georg
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 18/09/2008 :  20:05:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Apprezzo la buona volontà dunque vi premio con un altro capitolo che poi che premio sia non lo so considerando quanto sia leggermente cacarinante questa storia...

Riunione


Makar sorrise quando vide tutte quelle facce poco familiari che affollavano la sala Esagonale. C’era la crème de la crème della setta dei Mostri in quella riunione. Non potevano essere più di centocinquanta, ma ognuno da solo contava più di un esercito.
C’erano Mostri così anziani che sembrava quasi impossibile che fossero presenti, ancora vivi. E c’erano Mostri addirittura più giovani di lui, probabilmente figli, nipoti o amici cari di pezzi grossi.
La maggior parte aveva già preso posto nell’enorme tavolo ovale che riempiva la sala, qualche ultimo ritardatario si affrettava a sedersi. Nel giro di dieci minuti, gli unici che rimasero in piedi furono lui e Ares. Con un cenno del capo e un gesto della mano, il Capo li invitò ad accomodarsi nelle due sedie marroncine rimaste libere.
“Come sta andando?” Chiese il Capo a Makar, consapevole che tutti erano troppo concentrati sui propri, di pensieri, per prestare attenzione a quelli degli altri.
“L’ha presa bene, tutta questa situazione. Ma non gli ho detto nulla, ho preferito portarlo direttamente qui.”
“D’accordo.”
Nell’arco di tempo necessario a questa conversazione mentale, Makar e Ares avevano preso posto attorno al tavolo ovale. Makar soffocò l’ennesima risata quando vide il volto dell’amico, poi gli strinse il gomito sotto il tavolo, e lo sentì istantaneamente calmarsi. Con un piccolo sospiro Makar sfoderò i denti, per mostrare che era davvero lui. Come se dai pensieri o dall’aura non lo potessero capire. Stupide antiquate convenzioni.
A prendere la parola fu June Mallore, il Capo della sezione inglese, una ragazza in carne con degli occhi da bambola e dei finissimi capelli color miele, che Makar aveva visto di sfuggita ad una festa di Natale.
Guardò Ares di sottecchi, il viso dell’amico spaventato e un po’ sconcertato, i muscoli tesi, il cervello che lavorava febbrile. Distolse lo sguardo e lo fissò in quello di June. Sarebbe stata una riunione molto lunga.

Ares non capì quello che stava succedendo finchè tutta la situazione non assunse l’aspetto di una comune riunione di lavoro. Una riunione di lavoro fra modelli mostri.
Una ragazza incredibilmente attraente anche con i suoi cinque o sei chiletti di troppo si alzò dalla sedia marrone e, senza nemmeno introdurre un argomento, passò al sodo.
- Diventerà il Nemico, a giudicare da come ha reagito. Dobbiamo eliminarlo. – La sua voce era sottile e squillante, inadatta a quelle zanne (non c’era altro modo di definirle) che quasi le superavano il mento.
- Che ne sai. – Ribattè un uomo con i capelli di una sfumatura intensa di rosso. – E’ paura, June. E’ naturale.
- Scusate, signori.
La voce non proveniva dal tavolo dove stavano sedute tutte quelle bellissime e mostruose creature. Una figura impettita strava entrando dalla porta più a sud, quella vicina ad Ares e Makar.
Centocinquanta paia di occhi si voltarono a guardare chi era entrato.
Una donna.
Alta, magra da far paura, con dei lunghissimi capelli biondo platino che le carezzavano il sedere. Vestita solamente di una tunica leggera dello stesso inquietante bianco della pelle. Immediatamente nella sala calò il silenzio. Il rispetto, il timore reverenziale, (la paura?) alla vista di quella donna sembrarono invadere la sala.
Incurante delle reazioni, la donna si avvicinò al tavolo e mise una mano scheletrica sul pomello marrone della sedia di Ares. Poi si voltò a guardarlo e sorrise. E, nonostante i denti appuntiti, quel sorriso era il più umano che Ares poteva incontrare dentro quella sala.
- Non credete di essere un po’ maleducati? Dovremmo spiegare al nostro ospite le cose con calma.
- Shirley, che ci fai qui? – Sussurrò Makar all’indirizzo di quella ragazza, con lo sguardo estatico.
La ragazza, Shirley, continuò il suo discorso senza dare segni apparenti di aver sentito la domanda di Makar.
- Chi di voi vuole raccontare la storia? Poi potremmo concludere con le nostre considerazioni.
Nessuno fiatò.
Il rumore di una sedia che strisciava sul parquet ruppe il silenzio. Makar sospirò e Ares spostò lo sguardo dalla mano diafana di Shirley sul viso dell’amico.
- Migliaia di anni fa, il fondatore anonimo della nostra setta, in preda alla follia che lo portò a morire anni dopo, scrisse un documento. Documento tramandato di secolo in secolo nella nostra setta. La Profezia. Nessuno mai vi ha prestato troppo ascolto, poiché ciò che rivelava sembrava impossibile. Un Uomo avrebbe visto tutto. E il destino di quest’uomo poteva essere uno solo. Sarebbe diventato la nostra Guida, il nostro Protettore, o…il nostro peggiore Nemico.
- Bene. – La voce melodiosa di Shirley irruppe nel silenzio generato da quella storia che, a quanto pareva, tutti conoscevano già.
Nella mente di Ares si affollavano molti pensieri, uno diverso dall’altro. Lui la guida di quella setta di mostri? Ma siamo pazzi? Giusto poco prima aveva espresso il suo disgusto a Makar! Oppure…il loro peggior nemico? Ma non siamo ridicoli! Lui, solo, umano, contro migliaia di Mostri pieni di zanne?
Shirley fissò i suoi occhi blu in quelli verdi di Ares e corrugò appena le labbra sottili.
- Vuoi ripetere ad alta voce, per favore?
- C-cosa?
La voce di Ares suonò roca e patetica dopo che a parlare era stata la voce melodiosa di quella ragazza stupenda o quella suadente e calda di Makar.
- I tuoi pensieri. Non so se li abbiamo sentiti tutti.
Ares ubbidì come un bambino.
Makar gli lanciò uno sguardo preoccupato, e Ares si strinse nelle spalle.
Ancora una volta, sulla sala calò un pesante silenzio.
- A pranzo. – disse qualcuno. – poi continueremo la nostra riunione.
Ares non si accorse di quanto era affamato finchè non venne caricato di peso sulla Spider di Makar, deciso a portare prima lui al ristorante, e poi di gustarsi una Centraletta.

Makar salì sulla Spider e la avviò, concedendosi un attimo di conversazione mentale.
“Shirley, Capo, venite con noi?”
“Ti raggiungo lì” Il tono melodioso della voce di Shirley irruppe nella mente di Makar.
“Sono già in macchina, ci vediamo al ristorante, porto qualche Centraletta.” Il Capo, sbrigativo come sempre.
- Che cosa hai capito? – Chiese Makar ad Ares, nonostante i suoi pensieri fossero chiarissimi, mentre accelerava verso i 140.
- Quasi niente. – Confessò Ares. – Dove si va?
- A mangiare. – Makar rise, e Ares protestò mentalmente.
“Che umorismo macabro!”
- Dai, scusa. Ma tu dovrai pur mangiare qualcosa. Noi allungheremo le Centralette nel vino, non se ne accorgeranno nemmeno.
- Noi? – Ares socchiuse gli occhi. – Chi viene con noi?
- Il Capo e Shirley. – Makar accellerò nuovamente. – Sono due dei pochi che riuscirebbero a spiegarti le cose chiaramente senza farti spaventare.
Il paesaggio sfrecciava attorno alla Spider ad una velocità impressionante, e di nuovo Makar si vide costretto a soffocare un risatina, ma in compenso riuscirono ad arrivare al ristorante più vicino in un attimo.
Ad un tavolo stavano già seduti Shirley e il Capo. Chissà come sarebbe andata, si domandò fra se. E fu sicuro che i due Mostri lo sentirono.

Incredibile quanto sembrassero strani agli occhi di un comune mortale, i Mostri. Tutti, nell’affollato locale del ristorante, si voltavano continuamente a guardare lo strano quartetto che occupava il tavolinetto centrale. L’unico che mangiava, innanzi tutto, era Ares. Gli altri tre, bellissimi come dei, si limitavano a sorseggiare degli enormi bicchieri di vino rosso.
Ares si impedì di pensare che la metà del liquido rosso che i tre bellissimi mostri facevano tintinnare nei bicchieri era sangue. Seppur sangue di scorta, sempre sangue era.
Colui che Makar aveva chiamato Il Capo era un uomo incredibilmente bello, biondo, con un paio d’occhi castani che riuscivano a trapassarti meglio di quelli di Makar.
Shirley…beh, era Shirley. Inquietantemente bellissima nella sua tunica bianca che somigliava quasi ad una vestaglia.
- Buongiorno, Ares. – Lo salutò il Capo con un sorriso. E, notò Ares con piacere, un sorriso privo di inquietanti zanne.
- Buongiorno. – Ripetè Shirley allungandosi voluttuosamente sulla sedia.
- ‘giorno. – Biascicò Ares, sentendo la sua voce sempre più inadeguata in quel concerto di suadenti e melodiche voci angeliche.
- Mi sa che dovrete spiegargli tutto molto lentamente, è ancora un po’ sotto shock. – Sogghignò Makar. – Ma prima – continuò seguendo con lo sguardo il profilo delicato del naso di Shirley. – ho una domanda.
- Evocazione, credo. Ma per il resto non so. Non è molto chiaro nemmeno a me. – Shirley prese una lunga sorsata dal bicchiere di vino e sangue, e corrugò le labbra in una smorfia. Solo allora Ares capì che doveva aver letto la domanda nei pensieri di Makar.
- E chi ti ha evocato? – Chiese il Capo, ad alta voce, per fortuna. – Generalmente la voce è riconoscibile.
- Non saprei. Beh, forse è stato un processo involontario. La mia reincarnazione è misteriosa almeno quanto il mio dissolvimento. Comincio a pensare che ci sia una certa entità mistica che ci fa fuori quando gli viene comodo e che è obbligata a riportarci indietro se si accorge di aver sbagliato.
Makar sogghignò.
- Molto divertente. Si, quasi un Dio. E comunque non trovo altra spiegazione logica abbastanza soddisfacente. – Shirley inghiottì un altro sorso rosso dal suo bicchiere. – Quando ho cominciato a parlare della Profezia come di una cosa che va accettata…puff. Sono sparita. E quando è realmente successo…puff. Eccomi tornata.
Ares mandò giù un raviolo, finalmente cominciava a capire qualcosa. Ma ancora non gli era chiaro il motivo di quella riunione.
I tre Mostri si voltarono contemporaneamente verso di lui.
- Strano. – Disse il Capo, il volto meravigliosamente corrugato mentre sorseggiava il sangue diluito col vino, soprappensiero.
- Già, l’avete notato anche voi, eh? – Makar sogghignò nuovamente. – I suoi pensieri ti…avvolgono.
- Decisamente strano. – Convenne Shirley, gli occhi blu deliziosamente persi in un qualche punto della stanza, senza fissarlo davvero.
- Comunque – continuò Makar, vuotando d’un colpo il suo bicchiere. – sarà meglio che gli spiegate tutto, e anche abbastanza in fretta.
Ares spostò lo sguardo incantato, impaurito e confuso dal volto di Shirley a quello del Capo, in attesa.
A prendere la parola fu l’incantevole uomo dai capelli biondi che gli stava di fronte.
- La setta dei Mostri fu fondata da qualcuno di cui ancora oggi non si conosce il nome. La sua origine, così come la sua esistenza, genera ipotesi così fantasiose che sfociano quasi nella leggenda o nel satanismo.Questa…creatura, non c’è altro modo di chiamarla, cominciò a trasformare in Mostri bambini, giovani donne, uomini vigorosi, che ben presto non lo riconobbero come maestro, perché crudele e spietato come solo le bestie possono essere. Beh, ti parlo di quando ancora non eravamo organizzati bene come adesso, ti parlo di parecchi secoli prima di Cristo.
Il viso di Ares era assorto, le orecchie tese ad ascoltare quel racconto affascinante, l’espressione rapita di chi pende dalle meravigliose labbra di qualcuno. La voce incantatrice del Capo danzava nell’aria e donava immagini nuove alle parole, immagini che quasi si potevano leggere riflesse nei suoi grandissimi occhi castani.
- Insomma, questo fondatore scrisse parecchi documenti, parecchi libri, trattati, che parlavano dei più svariati argomenti. Etica, sentimenti, sensazioni, procedure, tutto ciò che c’è da sapere sui Mostri, sulla loro creazione, sul loro modo di nutrirsi. Tutto. Negli ultimi anni della sua vita, i suoi documenti diventarono più che altro frasi sconnesse, come di una persona posseduta, come di qualcuno che apre bocca per richiuderla subito dopo. Gli studiosi tendono ancora oggi a considerare che diventò pazzo, accecato dal ripudio di se stesso e dalla convinzione di essere solo al mondo, abbandonato persino dai suoi stessi discepoli. Le frasi che scriveva non avevano alcun senso logico, né come sintassi né come sintattica.
- L’ultima cosa che scrisse, prima di morire, fu la Profezia.
Senza un apparente distacco, come se si fossero messi d’accordo, senza una pausa di nemmeno un secondo, il racconto venne raccolto da Shirley. Troppo velocemente per consentire agli occhi di Ares di focalizzarsi sul viso bianco di Shirley. La voce della ragazza che gli stava seduta accanto, melodiosa e meravigliosamente dolce, articolava parole che parevano perdersi nei remoti recessi dell’anima, stuzzicando emozioni mai provate da alcun essere umano. Le labbra sottili danzavano sul piccolo viso a cuore, interrompendosi di tanto in tanto solo per inghiottire un sorso di sangue e vino, o per permettere alla sua piccola lingua guizzante di inumidirle le labbra secche.
- Anche la Profezia venne considerata il vaneggiamento insensato di un pazzo, seppur fosse molto logica e incredibilmente corretta e chiara nell’uso delle parole. Nessuno vi ha mai prestato troppa attenzione, perché da quando la nostra setta era stata creata, molti millenni fa, era sempre sembrato impossibile che ciò che recitava diventasse realtà. Racconta la profezia, che un giorno un Uomo, col sottofondo dell’Apocalisse dai rombi di tuono,vedrà ciò che accade a mezzanotte e tre quarti l’Orrore compiuto da ciò che Dio considera scarti. Il sangue copioso che scorre fra le dita, del Mostro la smorfia inorridita. Quest’Uomo, è il nostro Terrore, due i ruoli di tal’Uomo che conoscerà l’Orrore: Sarà la nostra Guida, o il nostro peggiore Nemico, questo è ciò che dico.
In un lampo ad Ares divenne tutto chiaro. L’Apocalisse, la smorfia inorridita del Mostro. Istintivamente si voltò verso Makar, che aveva nascosto il viso sotto un braccio. Poi tornò a guardare Shirley, che raccolse il suo sguardo con un piccolo sospiro, e continuò a raccontare.
- L’unico Mostro che abbia mai creduto alla Profezia come tale, cioè come predizione del futuro più lontano…sono stata io. E, quando ho tentato di convincere anche gli altri, con ben miseri risultati, mi sono dissolta. Senza un motivo. Poi…poi è successo quel che è successo e all’improvviso sono ricomparsa, mi sono come risvegliata da un torpore, e sono arrivata alla riunione appena in tempo. La situazione sarebbe precipitata se non fossi arrivata io, ve l’assicuro.
- E ora… - Ares si schiarì la voce, nel patetico tentativo di renderla melodiosa e suadente come quelle dei tre bellissimi Mostri che sedevano al tavolo con lui. – che succederà?
- E’ questo che mi spaventa. – Makar sollevò la testa di scatto, e la sua voce bassa, calda, avvolgente, familiare, ebbe un istantaneo effetto calmante su Ares. – Non lo sappiamo.
I tre si scambiarono uno sguardo eloquente, probabilmente assorti in un qualche dialogo mentale.
- Ora basta. Andiamo. – Il Capo vuotò il suo bicchiere, e lo stesso fece la bellissima Shirley. Si avviarono ognuno alle proprie macchine, e Ares prese il suo ormai abituale posto sul morbidissimo sedile di pelle della Spider di Makar.
Prima di avviare il motore, Makar fissò i suoi occhi viola in quelli verdi di Ares, e per un momento ad Ares sembrò di entrare in Paradiso.
Makar ghignò.
- E’ tutt’altro che il Paradiso, questo.
Poi toccò i 180 all’ora, e le sue risa sembrarono avvolgere persino la musica dell’autoradio, mentre ascoltava i pensieri preoccupati di Ares, tutti rivolti all’elevata velocità dell’auto.

Grr…

Gli ultimi ritardatari presero posto nell’enorme tavolo ovale, e la riunione riprese come era cominciata, senza un inizio e senza un preludio.
- Dunque, signori. – Shirley si alzò in piedi, una sedia era stata aggiunta in tutta fretta al tavolo per farla accomodare. – Abbiamo tutti avuto modo di riflettere. Esponete le vostre opinioni.
Shirley si accomodò sulla sedia marrone e attese, rivolgendo lo sguardo al Mostro che le sedeva accanto. Makar.
- Guida. – Disse lui. – Col tempo supererà sia il disgusto che la paura, ognuno di noi ha provato entrambe queste sensazioni quando ha scoperto di essere un Mostro.
Makar si risedette, e si alzò il mostro che gli sedeva accanto, un uomo con dei lunghi capelli biondi ondulati e degli occhi grigi spenti e opachi.
- Nemico. E’ pur sempre un umano. E le sue qualità, che certamente avrete notato tutti, lasciano intendere che ben presto potrebbe sviluppare doti in gradi di annientarci.
- Guida. Non annienterebbe mai il suo migliore amico.
La riunione proseguì così, nell’alternarsi di opinioni e di ragioni diverse, e Makar cominciò a torcersi nervosamente le mani. Quando anche l’ultimo Mostro ebbe espresso il suo parere, i “Nemico” vincevano 86 a 65. Makar dilatò le narici e sgranò gli occhi, strinse il gomito di Ares sotto il tavolo finchè non sentì l’amico protestare mentalmente. Nessuno fiatava.
Senza alzarsi né muoversi di un millimetro dalla sua posizione originaria, un uomo molto anziano anche per gli immortali Mostri prese la parola, la voce tagliente e incantatrice nonostante l’età elevatissima.
- E’ inutile continuare a prenderci in giro, lo stiamo pensando tutti, qua dentro. O quasi. – E nel dire questo si voltò verso Makar, trapassandolo con i suoi occhi lattiginosi, e facendolo sentire incredibilmente nudo. – Fatelo adesso, togliamoci il pensiero.
Makar sgranò ancora di più gli occhi e li spostò su Ares, che ancora non aveva capito nulla.

Ares guardò uno per uno i volti dei bellissimi Mostri che sedevano al tavolo ovale. Non capiva esattamente le parole di chi aveva appena parlato, (purtroppo non sapeva leggere nei pensieri, lui), ma sperò che fosse qualcosa di positivo.
Makar gli strinse il gomito. Ares si voltò verso Shirley, incontrò per un attimo il suo sguardo rassegnato e poi staccò gli occhi da quella visione, e in un lampo, voltandosi, vide gli sguardi inumani di ottantasei meravigliosi volti famelici puntati su di lui.
- Almeno non fategli sentire dolore. – Disse qualcuno.
E Ares improvvisamente, capì.
Non si muoveva, la gola non produceva un suono. Era immobile come una statua di cera, solo il respiro affannato e angosciato tradiva il suo terrore. Makar, al suo fianco, aveva assunto una posa altrettanto immobile, i muscoli contratti, gli occhi viola sbarrati.
Ottantasei famelici mostri zannuti erano in piedi e lo fissavano. Uno di loro, un ragazzetto con i capelli color bronzo e i denti affilatissimi, all’improvviso spiccò un enorme balzo e raggiunse la sedia di Ares.
Sentì il suo respiro sul collo, le labbra che lentamente si spostavano giù, fino al ventre, poi, come in un lampo, vide uno spruzzo di sangue uscirgli dalla pancia, ma giusto uno spruzzetto.
Poi, prima che il Mostro cominciasse a succhiare o a lacerargli la carne, Makar, dal posto accanto al suo, si alzò in piedi e dalla gola gli crebbe un ruggito.
Un ruggito forte e chiaro, roco eppure incredibilmente acuto e perfetto, che fece raggelare il sangue nelle vene a tutti i presenti. La ferita sulla pancia di Ares sanguinava appena, ma fortunatamente era ancora solo un graffio. Il Mostro che lo aveva morso stava immobile accanto a lui, tutti fissavano Makar.
- No! – Ruggì questo. – No! Lui non morirà! Dovete passare prima sul mio cadavere!
E nel dire questo, afferrò agilmente per le spalle il mostro dai capelli rossicci che stava ancora chino, immobile, su Ares, e lo scaraventò senza il minimo sforzo contro la porta dal lato opposto della sala, mandandola in frantumi.
- Scappa! – Urlò all’indirizzo di Ares. – In macchina, corri!
Ares non se lo fece ripetere due volte, e in qualche falcata fu sul sedile della Spider di Makar, ormai entrato in iperventilazione, constatò il danno sul suo ventre, un graffio abbastanza profondo, che continuava a perdere del sangue, sangue che gli macchiava la camicia nera, dandogli la sgradevole sensazione di umido caldo di acqua sporca. Ma era ancora peggio, perché l’odore acre, ferreo, del sangue, gli raggiungeva il naso, pizzicandogli sgradevolmente le narici.
Makar balzò in macchina, e Ares non potè fare a meno di notare l’enorme graffio sanguinante che si apriva sulla sua mano destra.
Makar lanciò un ultimo ruggito di avvertimento, poi avviò il motore, e per una volta, quando Ares si preoccupò dei 200 all’ora a cui procedevano, non rise.

***

- Stai bene? – Chiese Makar ad Ares, sorseggiando una Centraletta in un bicchierino per vodka. La mano destra era fasciata così stretta che quasi stava perdendo la sensibilità alle dita, ma aveva perso molto sangue, e non voleva rischiare di indebolirsi, proprio ora che aveva bisogno di più forze possibili.
- Meglio. – Ares sorseggiava invece della vodka, una fasciatura un po’ sporca di sangue gli stringeva il ventre sopra ai pantaloni grigi.
- Hai capito cosa succede?
- Purtroppo si.
- Finchè ci sarò io a proteggerti, stai tranquillo che non ti torceranno nemmeno un capello, dovesse costarmi la vita.
- Grazie.
Erano a casa di Ares, seduti in cucina, tentando di riprendersi dalla folle corsa in macchina e dalla riunione tremenda che l’aveva preceduta.
“Makar, dove siete?”
La voce dolce di Shirley risuonò chiara nella mente di Makar, erano solo lei e il Capo a poter entrare nella sua mente, ora che l’aveva sigillata.
“A casa di Ares” Gli mandò via ricordi una piantina con la strada da fare.
“Sono col Capo” Rispose semplicemente lei. “Dobbiamo parlarvi assolutamente. Veniamo lì.”
“Vi aspettiamo”
- Arrivano Shirley e il Capo. – Comunicò ad Ares, stappando un’altra Centraletta e aspirandone l’odore convenzionale e un po’ stantio del sangue conservato a lungo.
- Makar. – Ares vuotò un altro bicchierino di vodka, senza che avesse apparente effetto sul suo corpo scosso da brividi o sul suo viso pallido quasi come quello di Shirley. – Che succederà adesso?
- Non lo so davvero, Ares.
In quel momento la TV, rimasta accesa fino ad allora su un TG, tanto per fare compagnia ai due sconvolti amici, riportò una notizia che fece automaticamente girare Ares verso l’apparecchio. Col bicchierino di vodka in mano si posizionò sulla poltroncina bianca che stava davanti allo schermo e bevve le parole dalla voce monotona dello speaker.
“E’ stato ritrovato nel bosco il cadavere di un uomo morto in circostanze misteriose, si pensa ad un suicidio, la vittima non è stata ancora identificata…”
Un’immagine mostrò l’uomo, o meglio, il Mostro dai capelli rossicci che aveva assalito Ares, con le labbra blu e dei segni di soffocamento sul collo.
- Già. – Rispose Makar, prevedendo la domanda nei pensieri di Ares. – Dissanguato, l’unico modo di uccidere un Mostro. Ci ha tentato anche lui, ovviamente, ma non gli è riuscito molto bene. – Makar sollevo la mano destra.
- Sei incredibile. – Ares sorrise.
In quel momento, il citofonò suonò, e Makar aprì con un movimento automatico. In breve, a rendere sempre più inadeguata la modesta casa di Ares, nell’anticamera stavano entrando il Capo e la bellissima Shirley. Il corpo magro da far paura era fasciato in un paio di jeans aderentissimi e i piccoli seni spingevano in avanti un maglione nero d’angora.
- Sei un deficiente! – Ringhiò il Capo contro Makar. – Dovevi lasciar fare a me, io potevo fermarli! Ma no! Tu dovevi fare l’eroe! E ora siete nei guai seri sia tu che Ares, come se non bastavano quelli che avevate prima!
- Non ho potuto fare altrimenti, è stato un riflesso involontario, quando ho visto il sangue…
- E ora cosa conti di fare? – Ruggì il Capo. – Nasconderti per tutta la vita?
- Non…non lo so. – La voce di Makar gli tremava, così come le mani
- Vieni con me. – Disse alla fine il Capo. – Dobbiamo parlare in privato.
I due abbandonarono la sala, e solo allora Ares si ricordò di Shirley, che era rimasta immobile in un angolo per tutta la durata della conversazione.
Gli accennò la poltrona, e i due si sedettero uno di fronte all’altro.
- La situazione qui è grave.
- Cosa devo fare?
- Ora te lo spiegherò.

Scelta

1.
- Devi compiere una scelta. – Shirley accompagnava le parole con dei vaghi gesti delle mani bianche, gli occhi rimanevano inespressivi nonostante la gravità e l’importanza di ciò che stava dicendo.
- Che devo fare? – Ripetè Ares, l’unica cosa che voleva era un’indicazione precisa. Fai questo punto e basta.
- Cercherò di spiegarti le cose con più calma e semplicità possibile… - Shirley fece una smorfia. – Santoddio smettila di preoccuparti così! I tuoi pensieri sono snervanti! – Con un sospiro continuò a parlare. – Makar ha ucciso quel Mostro. Ora la Giustizia gli da la caccia per ucciderlo.
Ares sgranò gli occhi.
- Ma la cosa principale e più importante è questa. Danno la caccia anche a te, perché devi morire. – Ares sobbalzò. – Credono che diventerai il nemico e quindi vogliono eliminarti. Se uccidono te credo che smetteranno di dare la caccia a Makar, perché il motivo della rissa sei stato tu. Ma c’è anche una terza opzione. Tu e Makar potete nascondervi per sempre, per il resto della vostra vita, così non succederà niente a nessuno dei due.
- Io…devo riflettere…
- Non c’è il tempo, per riflettere! – Ruggì Shirley, prendendosi il viso deliziosamente infuriato fra le lunghe mani bianche.
Si diede un attimo per pensare una soluzione riguardo a ciò che aveva appena sentito.
Di vivere braccati non se ne parlava nemmeno, non era nemmeno esistenza, quella, meglio morire subito. Ora che i Mostri avevano preso una decisione (sarebbe diventato il nemico punto e basta) non c’era modo di fargli cambiare idea, lo si leggeva chiaramente sul volto stanco e teso di Shirley.
E quindi?
Makar aveva detto che lo avrebbe protetto a costo della vita, ma Ares l’aveva inteso come un semplice modo di dire. Non poteva rischiare di far morire Makar per colpa sua. Non l’avrebbe sopportato per tutto il resto della sua breve vita.
E poi, in un lampo, tutto gli fu chiaro. Gli fu chiaro cosa doveva fare, come lo doveva fare e quando lo doveva fare.
Dall’altra stanza si alzò un ruggito, che Ares riconobbe come quello di Makar.
Che succedeva là dentro?
Si voltò verso Shirley, e in quel momento, nella sala, entrarono il Capo e Makar.
Gli occhi verdi di Ares incontrarono i magnifici occhi viola di Makar.
- Non se ne parla nemmeno. – Makar sminuì la sua idea con un ferreo tono di voce e un gesto della lunga mano affusolata. Ma Ares era determinato ad andare fino in fondo. Makar contrasse il viso in una smorfia. – Non farò nessuna delle due cose mi sono state proposte, chiaro? Non lascerò che lui metta in pratica la sua idea, e non farò ciò che lei vuole costringermi a fare, capito, Capo?
E in quel momento, Ares capì che anche Makar e il Capo dovevano aver avuto una discussione simile alla sua.

2.
Quando Makar seguì il Capo dentro la sala, e lasciò Shirley e Ares in quell’altra, cominciò a temere che stesse per succedere qualcosa di terribile. Lui si accomodò sul letto morbido della camera di Ares, il Capo restò in piedi di fronte a lui, torcendosi nervosamente le mani.
- Mi dispiace, Makar. – Disse semplicemente. – C’è solo una cosa che puoi fare per salvare tutta la situazione.
- Cosa?
- Vivere per sempre nascosto, con Ares.
Non seppe di preciso se il Capo avesse letto al risposta nei suoi pensieri o nella sua espressione, ma in qualche modo capì.
- E allora Ares deve morire.
- No. – La voce ridotta ad un sibilo risultava aliena anche a lui.
- Ragiona, Makar, per favore! – Sbottò il Capo. – Tu sei prezioso per la setta dei Mostri, e sai benissimo che in ogni caso Ares diverrebbe davvero il Nemico. Sono sicuro che anche lui sarà d’accordo.
- No. – Gli occhi di Makar lanciavano lampi di furia dentro quelli castani del Capo.
- Vuoi morire, è questo che vuoi? – Il Capo allargò le braccia. – Vuoi morire e lasciare che Ares distrugga la setta dei Mostri?
- Non la distruggerà.
- O lo farà, o morirà.
Poi entrambi tacquero, Makar perché non aveva più nulla da dire, il Capo perché ascoltava le voci nella sua testa.
- Ares è d’accordo. Ha appena deciso che vuole morire.
Un ruggito si levò dalla gola di Makar, e potè quasi sentire Ares, nell’altra stanza, sobbalzare.
Si alzò dal letto e piombò come una furia nella sala dove, con un bicchierino di vodka in mano, Ares stava pianificando mentalmente il suo suicidio.
Incontrò gli occhi verdi di Ares per un momento, e ascoltò i suoi pensieri.
- Non se ne parla nemmeno. Non farò nessuna delle due cose mi sono state proposte, chiaro? Non lascerò che lui metta in pratica la sua idea, e non farò ciò che lei vuole costringermi a fare, capito, Capo?
Ares si alzò dalla poltroncina dove stava sprofondato.
- Makar, sappiamo benissimo tutti e due, tu addirittura meglio di me, cosa succederà se non metteremo in pratica questa soluzione. Siamo entrambi concordi sul fatto che vivere come animali braccati non è vita. E quindi, che altra soluzione ci resta?
- Morirò io. – Makar strinse la mano sinistra in un pugno. – E tu distruggerai la Setta, come sarebbe successo se non fossimo stati migliori amici.
- Non voglio distruggere la setta. Non posso. Non ne ho le capacità. Non voglio.
- Makar, ascoltalo, per l’amor di Dio! – Shirley si fece più vicina ad Ares. – Ha ragione. Non ha abbastanza forza d’animo per distruggerci tutti!
Makar si accasciò su una sedia e si prese la testa fra le mani. Se non fosse stato impossibile, si sarebbe potuto dire che stava piangendo.

3.
Ares aveva deciso e non aveva intenzione di tornare indietro, Makar o meno. Silenziosamente, senza dire una parola, Shirley e il Capo raccattarono le loro cose e solo quando furono sulla porta il Capo sussurrò:
- Decidete in fretta, per favore.
Poi la porta si chiuse, e nella stanza rimasero solo Ares e Makar, che si guardavano in cagnesco.

Ehm... anche questo un pò lunghetto...
sorry sorry... spero che vi piaccia...
Ah, un'altra cosa... Da questa parte della storia in poi i protagonisti sembreranno quasi omosessuali... (le faccine non sono assolutamente riferite all'omosessualità in genere che è una cosa che io rispetto in toto...) sono riferite più che altro al fatto che questa cosa non è voluta... Cioè, in un primo tempo ci avevo anche pensato, ma l'evoluzione della storia nella mia testa era diversa e quindi quest'omosessualità che compariva all'imrpovviso non ci stava proprio perchè distraeva dal resto... ma il desiderio di scrivere qualcosa di "omo" mi resta sempre in the heart... Per ora non l'ho mai fatto perchè aspetto di crescere un pò e di conoscere un pò meglio la vita prima di affrontare un tema così delicato quanto affascinante...

Adele
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miticalilly96
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Inserito il - 21/09/2008 :  12:52:20  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ho letto il primo capitolo e la storia del barbone...accidenti a te, Adele, che talento!!!! Oddio, io confronto a te sono una cacca (per non dire di peggio...) Mi spaventi! Mi potresti ridare l'indirizzo del tuo blog? Non ci riesco ad andare!!!
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 21/09/2008 :  15:04:14  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
il mio blog si è cancellato... per quello...

eheh...
Grazie dei complimenti!!

Adele
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miticalilly96
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Inserito il - 26/09/2008 :  20:06:03  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Sono andata avanti...volevo chiederti...
1) Come fai a trovare questi nomi così strani?
2) Come fai ad essere così dannatamente appassionante?? Voglio anch'ioooo il tuooo talentooo...

Premetto che io non noto gli errori di grammatica. Neanche quando rileggo i testi. Un brutto difetto. Fortunatamente non li faccio e quindi...Comunque, non ne ho notato nessuno...sono troppo presa dalla storia! Quando avrò tempo (ora devo andare a cena), lo leggerò tutto!!! Lo finiròòò!!! Bacissimi!
Lilly (e connettiti di più su msn!)
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adele
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Inserito il - 26/09/2008 :  22:27:19  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
RISPOSTE: (oddiiiiiiio... una prima mezza.quasi.intervista!!)

1. Beh... parlerò di tutte le storie qui pubblicate.
Beppe... beh non è tanto originale
Butch... insomma... il barbone è ispirato ad un barbone REALE che vedo sempre girare a marsala... siccome è tedesco... mi è venuto in mente questo nome e gli ho dato questo.
Aurora è un nome evocativo, da solo basta a figurarsi una ragazza eterea... o sbaglio? (questo è uno dei pochi nomi "ragionati" che affibio ai miei pg...)
Makar... oh! beh, stavo leggendo la saga dei Guardiani, e c'era un ragazzetto che si chiamava così... il nome mi è piaciuto talmente tanto che ho continuato a rigirarmelo in testa finchè non ha deciso di uscire fuori...
Ares... è il nome di un dio (greco o romano non lo so... li confondo sempre...) e mi piaceva l'idea di dare un nome "divino" a colui che in realtà in questa storia è l'umano della situazione... è una ironica e un pò cattivella...
Comunque in effetti sono fissata con i nomi strani... A PATTO CHE riguardino persone strane. Cioè, per esempio, agli angeli () metto nomi da angeli (Damabiah, Raphael, Sasnigiel etc etc.) ma se devo parlare di una ragazzina che va a scuola non le metto certo "Meredith"!! Le metterò un nome come "Anna" o che so io...
A mio parere, infatti, è il crescente uso delle parole straniere nei romanzi italiani a far cadere molto in basso la letteratura del nostro paese... forse è una convinzione sbagliata... ma la penso così...

2. Beh, sai, non è che QUESTO RACCONTO mi appassioni più di tanto... Ti assicuro che riesco a fare MOLTO di meglio...
Per esempio, avrai notato che qui non ci sono molti dialoghi. ODIO i dialoghi. Cioè, odio scriverli, perchè a)non li so fare molto bene e b)secondo me se una persona PENSA qualcosa non è necessario che la DICA, anzi, molte cose che si pensano si EVITANO di dirle, quindi dallo studio interiore della personalità si evincono molte più cose rispetto che ai dialoghi. (Ed è questo uno dei motivi per cui mi piacciono romanzi come "il profumo" o i romanzi gotici o gli introspettivi...). Quindi, almeno credo, quella apparente sensazione di suspense, di attrazione, è dovuta al fatto che molte cose non sono "dette" dai personaggi, ma le ricavo attraverso un loro gesto o un loro sguardo... Anche se in questo racconto in particolare non si nota molto perchè ero ancora all'inzio di questo mio attuale stile...
Sono arrivata a scrivere un racconto di dodici pagine con tre battute di dialogo. E nel romanzo (o almeno, spero tale) che sto scrivendo attualmente, su cinquantatrè pagine (finora scritte) ci sono tipo... dieci, venti battute di dialogo al massimo.
Penso sia dovuto a quello.
Il talento... boh.
Sarei falsamente modesta (cioè ciò che odio di più... meglio l'egocentrismo che la falsa modestia...) se dicessi di non averne. No, penso di avere del talento. Credo solo di non riuscire ad usarlo bene come dovrei. Semplicemente perchè io non scrivo per il piacere di vedermi pubblicata (cioè, se succedesse tanto di guadagnato...non disdegno mica...) ma non è la mia massima priorità. La mia massima priorità è scrivere qualcosa che possa MIGLIORARE la qualità attuale della letteratura. Oddio, non ho la pretesa di far salire di livello la letteratura italiana...
ma credo di "sfruttare" male il mio talento perchè scrivo di cose che interessano A ME, per il MIO percorso, che possano aiutarmi a CAPIRE. Cose anche complicate, se vogliamo. Cose che non hanno le stesse probabilità di essere smerciate come pane come i libri di VALENTINA F. o di LOREDANA FRESCURA o di chiunque scriva (per) ragazzi o essendo ragazzi (VALENTINA F se non sbaglio ha sedici anni)
Capite cosa voglio dire?

Oddio... mi sono dilungata troppo... e va bè... sono logorroica che ci vogliamo fare??

P.S. Lilly ho visto che mi hai aggiunto! Ti ho accettata, ma sono entrata poco fa perchè ero ad una festa... comunque (te ne accorgerai) il mio computer non trova pace... sto sempre connessa...)

Adele
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miticalilly96
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Inserito il - 27/09/2008 :  17:56:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Io invece adoro i dialoghi...sono la parte che preferisco dei libri...

Vedrò di stare domani al computer...ma devo fare i compiti e il pomeriggio vado al cinema con i miei amici...BACI!
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adele
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Inserito il - 28/09/2008 :  23:18:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ok, ecco un altro capitolo!! (spero in tal modo di spronarvi a leggere!)

Last Will

Ares si alzò dalla poltroncina e andò in cucina, sfilò dal cassetto un enorme coltello e se lo portò vicino al polso.
- Ti voglio bene. – Disse a Makar.
Questo, con un balzo fulmineo gli strappò il coltello dalle mani e lo getto fuori dalla finestra.
- Insomma Makar! – Strillò Ares. – Ora basta. Lasciami morire oppure viviamo come animali braccati.
- Non se ne parla nemmeno. – Makar scandì le parole una ad una. – Non lo sopporterò se sapessi che sei morto per colpa mia.
- Makar, la tua vita durerà all’infinito, avrai il tempo di dimenticarmi.
- Ares…ti prego…non mi lasciare… - La voce di Makar era implorante, sembrava stesse supplicando la sua ragazza, piuttosto che il suo migliore amico.
- Devo farlo, Makar. – Ares si guardò intorno in cerca di un altro coltello.
- Non puoi suicidarti! – Ruggì Makar.
- Ho deciso che morirò, con o senza il tuo consenso. E’ l’unico modo per risolvere tutta la situazione.
- Morirò io.
- Mi annienterebbero comunque, e lo sai bene.
- Ares…per favore.
Makar si gettò sulla poltroncina bianca, la testa fra le mani, la voce implorante.
- Un’ora. Aspetta un’ora. Solo un’ora, che ti costa? – Gli chiese Makar, quasi una supplica.
- Cosa puoi fare in un’ora?
- Puoi cambiare idea. Puoi…decidere un modo più onorevole di gestire la situazione, o un modo più spettacoloso di morire piuttosto che tagliarti le vene nella cucina di casa tua…un’ora. La nostra ora. Passeremo insieme la nostra ora. Per favore…
- Va bene, Makar. Un’ora. Niente di più.
- Grazie.
L’ora imposta da Makar trascorse velocemente, troppo velocemente. I due amici chiacchieravano distratti, consapevoli che forse sarebbe stata l’ultima occasione per guardarsi negli occhi.
Makar ascoltava i pensieri fermi di Ares, le cui idee non vacillavano per alcun motivo al mondo, Ares tentava di leggere l’espressione dell’amico, e sentiva un peso sullo stomaco, un peso che era a metà fra il senso del dovere e il sacrificio, fra l’altruismo e la voglia di vivere.
- Un’ora. E’ passata.
- Hai…riflettuto? – Makar abbassò lo sguardo.
- Lo sai benissimo, Makar.
- Ares, per favore. Ci deve essere un altro modo…
- Non c’è, Makar, sono stati chiarissimi.
Makar sospirò, rassegnato, combattuto, distrutto dentro.
- Ho un ultimo desiderio.
- Lo esaudirò. – promise Makar
- Qualunque cosa sia?
- Si. – Makar si rese conto della promessa troppo avventata una volta che non poteva farci più nulla.
- Uccidimi tu. Mangiami.
- No. – Makar usò un tono di voce calmo, ma incredibilmente fermo e deciso.
- Hai promesso.
- Non posso ucciderti io.
- Hai promesso.
- No. – Ringhiò Makar. – Non me lo perdonerò mai!
- Voglio lasciarti un bel ricordo, il mio sangue ti piacerà, te lo assicuro.
Makar sondò un attimo i pensieri di Ares, e vide che non c’era modo di scrollarlo dalle sue decisioni. Voleva che fosse Makar ad ucciderlo punto e basta.
Makar sospirò.
- Va bene. Lo farò io. – Makar si lasciò cadere nuovamente sulla poltrona, come se tutto quel discorso lo avesse sfinito anche dal punto di vista fisico.
- Fallo davvero, è il mio ultimo desiderio.
- Ti ucciderò io. – Ringhiò Makar.
E il ringhio si perse nell’aria.

Morte

“Vedo che vi siete messi d’accordo”
Il Capo irruppe nella mente di Makar.
“Si.” Sbottò lui.
“E non fare così, Makar!”
“Non mi costringa a cambiare idea!”
“Ares ha un buon sapore, te lo assicuro, appena ti mostrerà la carne vorrai balzargli addosso. Non sarà troppo difficile.”
Makar non rispose e chiuse la mente, sentendo echeggiare in lontananza le ultime risa del Capo.
Avrebbe accontentato Ares, anche se ciò voleva dire distruggere la sua vita per l’ennesima, ma quantomeno per l’ultima, volta.
Senza parlare uscì di casa, sentendo Ares che gli camminava dietro e si fermava un attimo ad ammirare per l’ultima volta casa sua.
La sua Spider sembrava stranamente inadeguata all’occasione, tuttavia ci si fondarono in fretta, per evitare che l’aria congelata della prima sera gli fermasse la circolazione.
Il cielo era ridiventato pulito, senza nuvole, ma l’inverno era ormai inoltrato, e il freddo pungente bruciava la fronte imperlata di sudore di un preoccupatissimo Makar.
Ares, dal canto suo, era innaturalmente tranquillo, come se non avesse fatto nient’altro in vita sua che prepararsi ad essere mangiato dal suo migliore amico.
Il silenzio dell’abitacolo era irreale. Makar guardò di sottecchi Ares, sospirando.
- Ne sei veramente sicuro? – Chiese per l’ennesima volta.
- Si, Makar. Davvero.
- Per favore…ripensaci…non posso vivere senza di te, non posso sapere che non ci sei più…non posso rovinarti ulteriormente la vita…
- Ma ti senti? Sembri un fidanzato disperato! – Ares rise, e Makar gli concesse un sorriso.
- Parla. – Decise immediatamente Makar. Voleva sentire la voce di Ares per l’ultima volta, voleva imprimersi nella mente tutti i particolari più fugaci, i piccoli nei che gli costellavano la pelle chiara, i capelli biondo cenere, il timbro della voce particolare, sottile, un po’ rauca. Voleva conservare un ricordo preciso come un’istantanea fulminea.
- Cosa vuoi che dica?
- Dì qualcosa. Non mi importa. Qualunque cosa. Parla di quello che vuoi.
- Parlerò di te, allora.
- Io mi conosco, parla di qualcos’altro. Dimmi…dimmi tutti i segreti che mi hai celato in questi anni.
Ares lo guardò storto.
- Te l’ho già detto, ti leggo nei pensieri solo da un anno.
- E va bene. – Sospirò Ares. – Ma non ti piaceranno molto.

Ares cominciò a pensare ad ogni minimo particolare insignificante, ogni più piccolo, inutile, misero segreto indegno di essere citato come tale, deciso ad essere, almeno per una volta in vita sua, completamente sincero.
- Allora… - Si portò un dito sulla fossetta appena sotto il labbro inferiore. – ricordi quando hai ritrovato il tuo pallone in mezzo alle spine?
- Avevamo nove anni, mi sembra. L’avevo calciato fuori dalla finestra nel sonno, mi pare.
- Ehm…veramente te l’avevo rubato io…
- Continua.
- Ti ricordi Maria? Al liceo, la ragazzina della 4b? Quella per cui avevi perso la testa?
- Oh, già! – Gli occhi di Makar si persero nei ricordi. – Capelli biondi, occhi neri…eccome se me la ricordo! Mi ero illuso di potermi innamorare di lei…
- L’ho baciata. Siamo stati insieme due mesi. Ho anche perso la verginità con lei, se non sbaglio.
- No! – Il tono di Makar era fintamente offeso. – E io ero a deprimermi nel mio letto della Casa Blu! Che amico che sei!
Il viaggio in macchina, che li doveva condurre in un qualche posto ignoto che sarebbe poi divenuta la tomba di Ares, continuò a suon di rivelazioni e di ricordi che aleggiavano nell’aria. I segreti più piccoli e più insignificanti, anche quelli più imbarazzanti, venivano svelati, e Ares si sentì leggero e libero come non mai.
Non sembrava lo scenario adatto a quello che stava per succedere, a quello che Ares voleva che succedesse. Alla morte.

“Makar? Ho una comunicazione urgente!”
- Che ne pensi? – Gli chiese Ares.
- Un momento. – Makar lo zittì con la mano, poi tornò a rivolgersi a Shirley, nel suo dialogo mentale.
“Dimmi.”
“Hanno deciso di dare ad Ares l’elisir, così per te sarà più facile.”
“L’elisir?” Makar era incredulo. L’ultima volta che avevano usato l’elisir era stato…beh…secoli fa! “Ma siete sicuri?”
“C’è il rischio che cambi idea all’ultimo momento. E’ per stare al sicuro.”
“D’accordo, ci saranno effetti collaterali per lui?”
“Makar! Un po’ di fiducia! Portalo alla Centrale.”
“Stavo andando proprio lì.”
La comunicazione si chiuse.
- Chi era? – Chiese curioso Ares, senza lasciarsi sfuggire la lancetta del tachimetro che si sollevava.
- Shirley. Vogliono darti l’elisir.
- Eh?
- L’elisir è una pozione molto potente, di preciso non so che cosa c’è dentro. Viene usato per gli omicidi forzati, come quando un mostro si rifiuta di uccidere la sua prima vittima…cose del genere. Basta una sola goccia sul corpo della vittima per rendere il suo sangue irresistibile. Praticamente infallibile. – Sorrise, sempre più triste.
- Perfetto. – Bofonchiò Ares. – Così non potrai cambiare idea.
- Per l’ennesima volta…ripensaci!
- No, Makar. Vedrai che con l’elisir sarà molto più facile.
- E’ questo che mi spaventa.

Perlopiù il resto del viaggio fu silenzioso. Solo di tanto in tanto Makar tentava nuovamente di far cambiare idea ad Ares.
Dopo poco Makar inchiodò in un vicolo cieco e molto sporco, aprì una porticina e Ares fu invaso da un odore di sangue così intenso che quasi gli bruciavano le narici. Makar sembrava quasi non farci caso.
All’ingresso, un’enorme pianta di vaniglia troneggiava su una piccola donna bionda, che rivolse a Makar un sorriso molto più intenso del necessario.
“Abbiamo fatto conquiste!”
Disse mentalmente Ares a Makar, e lo vide sorridere mentre salutava la ragazza che stava seduta all’ingresso chiamandola Eliza.
- Tu aspetta qui. – Disse a Makar. – Fra un po’ ti chiameranno, tempo che l’elisir faccia effetto. Tu vai invece nella rotonda, è la seconda porta a sinistra.
- Grazie. – disse Ares.
Si stava avviando nel corridoio, quando Makar lo strattonò per un braccio.
- Un momento solo.
Si sollevò dal divanetto di legno ricoperto di cuscini dove si era seduto e guardò Ares così intensamente da farlo sentire quasi a disagio, sembrava volesse imprimersi nella mente tutti i particolari che lo concernevano.
Poi, con un gesto improvviso e fulmineo, si chinò sul collo di Ares e aspirò il suo odore.
Sorrise e si strinse nelle spalle.
- Voglio ricordarmi com’era prima dell’elisir.
Ares sorrise e scomparve dietro la seconda porta a sinistra.




NON E' FINITA!!
MANCANO DUE CAPITOLI ALLA FINE!! (CIOè, UNO, CONSIDERANDO CHE LI POSTO A DUE A DUE...)

Buona lettura!!

Adele
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adele
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Inserito il - 01/10/2008 :  23:24:36  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
O_o

CONTINUO A DICHIARARMI OFFESISSIMA DALLA SCARSITA' DI COMMENTI! XD

Adele
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


756 Messaggi

Inserito il - 02/10/2008 :  18:30:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Addy, adesso ti spiego perché non ti sto più commentando.
Ho in progetto di fare un commento unico per ogni capitolo alla fine della storia, sennò perdo il filo!! perciò aspetta... ma stanne certa, ti farò un bel commentone!

NON TI HO ABBANDONATA ç_ç

e nessuno mi ha fatto gli auguri, è il mio onomastico...
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 02/10/2008 :  18:45:04  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
tanti auguri!! oggi è santa smile!! xD

Comunque... ok!

Torno al mio latino...

Adele
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


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Inserito il - 02/10/2008 :  19:47:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Auguroni! Ma qual è il tuo vero nome??
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 02/10/2008 :  20:18:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Credo sia angela o angelica o qualcosa del genere...
Una delle mie migliori amiche (angelica) fa l'onomastico oggi e quindi...

Adele

P.S. siamo MOLTO off topic...!! xD

In questo periodo sono molto proficua... appena finisco di postare questo racconto (manca una puntata, se qualcuno mi incoraggiasse con un commentino forse... ) comincio a mettere altra roba (per me) più interessante... xD
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


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Inserito il - 05/10/2008 :  17:01:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
FINITOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
Ho finito di leggere TUTTO il tuo racconto! Alleluia!
Non ci crederai...ma mi sono spaventata un sacco! Davvero! Che ne dici di provare a pubblicare? A Parte questo...mi ero fatta degli appunti in certe parti del racconto...solo in alcune, in altre ero troppo presa dalla storia! Hai uno stile fantastico, catturi il lettore nel vero senso della parola...belle le descrizioni (soprattutto quella di quando Makar uccide la ragazza...mi ha fatto venire la pelle d'oca!)
Ci sono alcune espressioni che non mi sono piaciute, come "l'uomo che teneva in piedi quella fiera..."/ "un gran bel pezzo di donna"...ma è questione di gusti...
Sinceramente mi è piaciuta di più la prima parte, quella prima della riuninone...anche perchè mi è sembrato un po' snervante tutte quelle "ci hai ripensato?" sulla morte di Ares...
Altra cosa...che fantasia! Tremenda davvero...dove prendi gli spinti? (tranne quelli horror...in qualche modo i racconti horror mi affascinano...ma più che altro mi spaventano terribilmente...come il tuo! )
Insomma, davvero un bel racconto! Pubblica il finale al più presto...dopo tutta la fatica che ho fatto a leggerlo, VOGLIO sapere il finale! Un bacio e ancora complimenti
Lilly
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 05/10/2008 :  19:30:37  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ghgh... thanks...
Su quelle espressioni di cui parli... beh, è veramente una cose soggettiva, perchè le ho messe lì apposta... Makar è una persona molto ironica, molto sarcastica, molto dura... Quindi pensa e agisce in maniera molto "cruda", per cui una bella ragazza diventa "una gran ***" etc etc... è un pò volgare, anche, come persona... era tutto fatto apposta! (Tranquilla, non sei l'unica che mi ha fatto questo appunto, nemmeno a mio padre piacevano quelle parti lì... xD)
Per quanto riguarda la parte del "ripensaci" sulla morte di Ares... Si hai ragione, è un pò snervante e in molti punti inutile, però l'intento originario era quello di far accrescere il senso di amicizia dei due (non so se hai letto che in un primo tempo li volevo far diventare omosessuali e che ho cambiato idea solo dopo...), però siccome non riuscivo ancora bene a scrivere in quel genere lì (tutt'ora gli horror mi escono un pò abbaggianati quindi preferisco spingermi al massimo sul dark o sul gotico...) hai ragione, è venuto tutto un pò ripetitivo...
Gli spunti... beh... sono convinta che ogni cosa che vediamo ogni giorno ci rimanga sotto la pelle e resti lì, in attesa del momento buono per uscire fuori... è stato così per il nome Makar (letto nella saga dei Guardiani), è stato così per la fuoriuscita dei denti (che vedrai nel finale) descritta in maniera simile nel primo capitolo di midnight sun (il libro ancora inedito della Meyer, il primo capitolo è disponibile su www.twilighters.it) e per molte altre cose...
Comunque, dopo aver fatto il mio solito monologo logorroico, ecco a te il finale!! EEEEEEEE!!!




La Fine?

Makar stava seduto su una scomoda seggiolina, incapace di stare fermo e consapevole che l’unica cosa che poteva fare era aspettare.
Più passava il tempo e più si convinceva che sarebbe riuscito a resistere all’elisir e, quindi, Ares sarebbe potuto restare vivo. Le regole erano regole.
Eliza non lo degnò di uno sguardo, continuava a smanettare sul computer, interrompendosi solo ogni tanto per bere qualche sorso di sangue dall’enorme bicchiere che le stava accanto.
Makar si prese la testa fra le mani. Sospirò.
Ce la poteva fare. E ce l’avrebbe fatta. Non c’era altra verità al mondo.
Non avrebbe ucciso il suo migliore amico. Nemmeno se era stato lui a chiederglielo. Sarebbe entrato in quella sala, l’avrebbe preso, caricato sulla Spider e sarebbe partito. Sarebbero andati da qualche parte, ovunque, e si sarebbero nascosti per sempre. Poco importava se Ares non era d’accordo. Non era nelle condizioni di protestare.
Makar continuò a perfezionare il piano, il tempo sembrava non passare mai.
- Makar?
Eliza lo chiamò dolcemente, come solo le ragazze sanno fare.
- Si?
- Stai bene.
- No. No che non sto bene. Mi verrebbe voglia di piangere.
Eliza afferrò il suo bicchiere di sangue e uscì da dietro la scrivania, stando attenta alla gigantesca pianta di vaniglia.
Il piccolo corpo dolce e il visino affilato volarono fino alla sedia accanto a Makar.
- No…andrà tutto bene, vedrai.
- No. Invece no.
Eliza si era abbandonata sul suo petto, offrendogli il bicchiere di sangue.
Makar le sorrise e la circondò con un braccio, prendendo un sorso generoso dal bicchiere che reggeva in una mano.
- Noi siamo immortali. – Sussurrò Eliza. – Lo dimenticherai in un lampo.
- Non voglio dimenticarlo.
“Makar, puoi entrare.”
Makar si sollevò di scatto dalla sedia e si catapultò nella rotonda, sapeva esattamente dove era la porta di emergenza in quella costruzione graziosa, piena di panchine e di verde, un piccolo giardino pensile. Sarebbe entrato, avrebbe caricato Ares in spalla e avrebbe raggiunto la Spider. Il tutto non comportava più di tre secondi di movimento.
Aprì la porta e il profumo lo invase.
Il profumo era…indefinibile. Non esistono parole abbastanza sature di voglioso piacere da descrivere la sensazione che Makar provò in quell’istante.
Il profumo era un’unica, solida cosa compatta, riempiva tutta la stanza, ne era piena. Satura. La terra, le piante, i fiori, i muri, ogni singola molecola d’aria era impregnata di quell’essenza indescrivibile.
La bocca di Makar si carbonizzò, all’istante. I denti spingevano per uscirgli dalle gengive.
Gli occhi viola erano diventati fiammeggianti, le narici dilatate, la circolazione d’aria nei polmoni arrestata al minimo, per non soccombere.
Ogni singolo respiro gli portava nel petto, lungo il naso, fin nella gola, il profumo. Come mettere un eroinomane in crisi di astinenza davanti a un pacchetto dell’eroina più fine.
I polmoni di Makar erano in fiamme, i muscoli tesi, i pugni chiusi, gli occhi sbarrati, le narici dilatate.
Il profumo lo avvolse come una nuvola, come una benda. Gli rivestì il naso, i polmoni ne erano saturi, tutto in quella stanza aveva smesso di essere qualcosa ed era diventato profumo.
“Fanculo.” Pensò Makar ringhiando appena. “Hanno fatto le cose per bene”
A quel punto, Makar si accorse di Ares. Guardò il suo viso, i suoi capelli biondo cenere, i suoi spaventati ma rassegnati occhi verdi.
Non poteva ucciderlo. Ma…il profumo…
Ares mosse appena una mano, e una…cannonata di profumo colpì Makar nel pieno del viso. Respirava appena, ma all’istante quell’essenza irresistibile gli penetrò nelle narici, riempiendole ancora di più. Si sentì la lingua impastata di quell’odore, chissà che sapore…
Deglutì, nel tentativo disperato di togliersi quella saliva satura di odore dalla lingua. Fu come se il profumo gli riscaldasse lo stomaco, gli desse la sensazione di essere perfettamente come doveva essere.
Ares lo guardò e sollevò la testa, testardo.
Con quel movimento, un’altra zaffata d’aria carica di odore raggiunse Makar, che stava immobile come una statua.
Un altro piccolo, microscopico respiro bastò a mandare Makar in estasi. Non immaginava Paradiso migliore di quello.
- Fallo e basta. – Ares lo fissò con quei suoi occhi verdi, così carichi di sentimento, di struggente testardaggine. – Non farmi aspettare. Fallo ora.
Quanto diavolo di elisir gli avevano messo addosso? Ogni minimo movimento delle labbra portava alle narici e alle labbra vogliose di Makar una nuova zaffata di letale profumo.
Non c’era altra cosa al mondo che Makar desiderasse più di balzargli addosso, di affondargli i denti nel braccio e di succhiare quell’umico, caldo, dolcissimo, meraviglioso sangue rosso e saturo di quel profumo così incredibilmente eccitante…niente che volesse più di sentire scorrergli il sangue sulla lingua, giù per l’esofago, che sapore… No! Basta!
Era Ares.
Era il suo migliore amico.
Non l’avrebbe ucciso!
- No. No. Non posso. – Ogni parola era uno sforzo enorme per la sua lingua impastata di profumata saliva, per la sua aria, conteggiata dai respiri minimi che gli portavano in circolo per tutto il corpo quell’aria satura di un’eccitante fragranza.
- Devi. E’ giusto così. Lo hai promesso.
Ares arrotolò la manica della sua camicia e mosse un passo verso Makar.
Era incredibile come un profumo già così intenso potesse diventare ancora più intenso e attraente. Eppure lo era diventato. Si potevano quasi vedere le profumatissime scie d’aria che abbandonavano la carne chiara, tenera, indifesa, morbida di Ares.
I denti di Makar ormai spingevano in maniera insopportabile, li serrò ancora più forte. Fra un po’ la gengiva avrebbe ceduto, si sorprese a costatare, e a quel punto avrebbe avuto una scusa per aggredire quel braccio meraviglioso, fino al ritmico pulsare del sangue…No!
Non poteva avvicinarsi ad Ares, avrebbe rischiato di balzargli addosso. E allora, che poteva fare?
- No! – Ringhiò Makar. – Vattene! Scappa!
Sperava di essere stato abbastanza convincente. Pregò, col pensiero ottenebrato dalla fragranza che appesantiva ogni molecola della sala, pregò che Ares gli desse ascolto, che non fosse tanto pazzo da andare avanti con le sue idee sconclusionate.
Preghiere vane, ovviamente.
- Finiamola qui. E’ inutile aspettare, sai che dovrai farlo prima o poi. Voglio che sia tu a farlo, per favore…!
Non appena Ares aprì bocca, una ventata di aria profumata colpì Makar, molto più forte di tutte le precedenti, molto più forte di qualunque altra cosa l’avesse mai colpito in vita sua.
Chiuse gli occhi, in preda all’estasi.
Errore.
Il contatto visivo fra lui e Ares si era dissolto. L’autocontrollo di Makar vacillò per un millesimo di secondo. Il tempo di riprenderlo che si ritrovò chino su Ares, sul suo braccio nudo, chiaro, profumatissimo…
Da vicino il profumo era ancora più eccitante, più intenso, concentrato. Makar gemette.
I denti stridettero quando spuntarono, a meno di un millimetro dalla carne di Ares.
Makar sentì l’amico respirare accanto a lui, tranquillo, sentì la sua rassegnazione, la sua paura, la sua cocciutaggine, i suoi desideri, sentì tutto, malgrado il velo denso di profumo che lo avvolgeva come un velo di tenebra. Erano passati due secondi.
Makar affondò i suoi denti nella carne tenera del braccio di Ares, sentendolo gemere giusto un po’.
Poi si chinò ancora di più per bere.
Il sangue era carico di attività, pieno di quel mortale, eccitante, meraviglioso, irresistibile profumo. Gli scorreva sulla lingua, voluttuosamente, estasiando le sue papille gustative. Caldo, meraviglioso, dolce, gli scendeva giù nell’esofago, lo stomaco ne era rivestito. Makar continuò a bere, chino sull’enorme ferita che squarciava il braccio di Ares, dove la carne viva spiccava sopra la morbida pelle chiara, lacerata dai denti di Makar.
Makar gemette, estatico.
Mollò all’improvviso il braccio di Ares e lo guardò un momento.
Quello che era stato il suo migliore amico giaceva adesso appoggiato ad un muro, il braccio squartato che lasciava intravedere il bianco dell’osso era poggiato per terra, circondato dal sangue.
Il viso e il corpo, ancora caldi, erano immobili e statici, fermi in una posa innaturale.
Era un cadavere.
Makar gli gettò un’altra occhiata, ormai il profumo non lo scalfiva più, seppure lo sentisse ancora forte e chiaro.
Lo guardò, e ancora e ancora e ancora.
I capelli biondi, scompigliati, gli tenevano in ombra una parte del viso dolce, gli occhi erano chiusi, quel verde smeraldo sarebbe stato celato per sempre dalle lunghe ciglia folte.
Le labbra sottili erano appena curvate in un sorriso che aveva un che di isterico.
Makar lo baciò, su una guancia, sentendola ancora tiepida, ma incredibilmente morta.
Si sollevò, aiutandosi con le braccia.
Da dove si trovava fino alla porta di emergenza c’erano circa cinque secondi di camminata.
Ma cinque secondi gli bastarono.
Ripensò in un lampo ad Ares. Tutto il suo corpo era saturo di Ares, e si sentì incredibilmente sporco. Sporco per quello che aveva fatto, per essersi lasciato convincere così facilmente, ingannato da un profumo che sapeva non essere quello di Ares.
Poi ripensò al corpo dell’amico, senza vita, abbandonato là dove lo aveva lasciato.
Non lo avrebbe rivisto mai più.
Non avrebbe mai più rivisto il suo sorriso sarcastico, le deliziose pieghe del viso che gli si formavano quando corrugava le sopracciglia, perplesso.
Una vita insieme. Una vita. Finita così.
E poi gli si propinò davanti agli occhi un ricordo che aveva completamente dimenticato. Lui e Ares, quindicenni, vagavano senza una meta in moto, la moto di Makar.
Erano stati in viaggio due giorni, senza mai fermarsi. Si erano fermati solo quando avevano raggiunto il mare, a quel punto avevano mangiato un cheesburger schifoso (Makar aveva gradito molto di più il succo di arancia rossa…) , comprato appena partiti, unto, oleoso, ma incredibilmente saturo dell’adrenalina del loro primo viaggio da soli.
“Cacchio, Makar” gli aveva detto Ares, la bocca ancora piena di cheesburger. “E’ fottutamente fighissimo, sto viaggio”
Lui aveva sorriso.
“Dobbiamo rifarlo. Cacchio, voglio fare un sacco di cose! Voglio avere una vita spericolata. E tu devi venire con me, sempre. Diventeremo famosi.”
“E per che cosa?” Aveva chiesto lui.
“Non lo so, che ti frega, per qualcosa. E poi, all’apice del successo, ci buttiamo da uno scoglio e muoriamo insieme, chissenefrega, tanto io non ho niente da perdere, e tu nemmeno. E continuiamo a fare pazzie in Paradiso, o all’inferno, o dovunque ci mandano, ok?”
“Grande!” aveva risposto Makar. “Ci sto.”
“Prometto.”
“Prometto.”
Si erano stretti la mano.
Prometto.
Dovevano morire insieme.
Prometto.
Che schifo di promessa.
Infranta.
Da chi dei due? Non lo sapeva. Sapeva solo che dove a spegnere la fiamma che l’aveva invaso, quella del senso di colpa.
Makar ripensò al viso di Ares, e sentì un improvviso bruciore.
Non l’aveva mai provato in vita sua, un tipo di bruciore così. Era strano. Faceva male, era come…salato…ma era straordinariamente piacevole.
Fu a quel punto che si sentì la guancia umida, in fiamme, pizzicata da qualcosa che sembrava sale su una ferita.
Sollevò la mano per sfiorarsi la guancia. E poi capì.
Una lacrima.
Aveva pianto.
Si guardò la mano bagnata appena e sorrise.
- Prometto. – Sussurrò.
E, in mezzo secondo, di lui non resto più nulla.
Come un filo di fumo, che un momento prima si leva sicuro nell’aria e quello dopo è scomparso, dissolto.
Makar non era diventato niente più né meno di un filo di fumo.



Epilogo

Di preciso non seppi mai come Makar fece a tenermi in vita. Non vollero dirmelo, probabilmente non lo sapevano nemmeno loro.
So solo che, ricordando quel lontano giorno di quarantacinque anni fa, rivedo perfettamente tutte le immagini, come fossero davanti a me in un gioco di realtà virtuale.
Makar che, gli occhi famelici devastati dal senso di colpa, mi affondava i denti nel braccio, che cominciava a togliermi sangue, che si imbrattava il viso, le meravigliose labbra. Il capelli che gli scivolavano in avanti, solleticandomi piacevolmente la pelle…
E poi, la vista aveva cominciato a tradirmi. Tutto si era riempito di puntini neri e bianchi, le immagini si erano sfocate, come in un vecchio televisore.
Ma ero ancora vivo. Probabilmente Makar non se ne accorse, perché si chinò per baciarmi e mi guardò a lungo. Io provavo a parlare, ma non riuscivo a comandare i muscoli delle labbra.
Quando ho visto la lacrima brillargli all’angolo dell’occhio ce l’ho fatta. L’ho detto. Ho supplicato un “No”, troppo debole perché lo potesse sentire. Era ottenebrato dalla voglia di morire, dal senso di colpa, credo.
E poi, di colpo, non l’ho visto più.
E poi, ancora più improvvisamente, mi sono risvegliato in un letto. Chini su di me, Shirley e il Capo, stupiti almeno quanto me che fossi ancora vivo.
In quelle prime settimane ho creduto di delirare.
Mi scarrozzavano sempre qua e là. La Giustizia, la Centrale, la Sala Esagonale, era un continuo andirivieni.
Alla fine decisero che potevo essere bollato come miracolo, e quindi in fase di studio, e quindi era vietato distruggermi. Sai che fortuna.
Volevo distruggermi io stesso.
Non ricordavo i minimi particolari di Makar, io. Non l’avevo fissato milioni di volte, prima che morisse, io.
E poi, mesi dopo, mi apparve Makar in sogno. Perfettamente, come se mi fosse apparso nella realtà. Il timbro della voce, suadente e calda, gli occhi viola intensi come ametiste, il drittissimo profilo del naso perfetto…
Mi manca da morire, ogni giorno della mia vita. Non ho mai smesso di pensare a lui.
Una volta mio figlio, quando era piccolo, si era seduto sulle mie ginocchia e mi aveva fissato negli occhi.
- Papà, cos’è questa cicatrice?
Aveva chiesto, indicando la lunghissima cicatrice bitorzoluta che si stendeva sul mio braccio.
- Un piccolo segreto. – Avevo risposto io strizzando l’occhio, e incredibilmente, lui non aveva protestato. Me lo chiedevano tutti, cosa fosse quella cicatrice. Ma io non rispondevo mai.
Oggi ho settantacinque anni, sono vecchio, pieno di ricordi bellissimi, e di bellissimi nipotini. Casa mia sembra un porto di mare, gente che entra e che esce, bimbi urlanti e giovanotti come mio figlio.
Oggi è domenica, pranzo di famiglia.
Tutti sono seduti a tavola, meno mio figlio, seduto sul divano che guarda vecchie foto.
Mi accomodo accanto a lui, e guardo la foto ingiallita di due trentenni in ghingheri. Uno biondo con gli occhi verdi, l’altro castano con un paio d’occhi viola enormi e quasi inquietanti.
- Posa queste foto, Makar, andiamo a tavola. – Gli dico togliendogli l’album di mano.
- D’accordo, arrivo.
- Ti voglio bene, Makar.
Sussurro. E non è diretto solo a mio figlio.
Da qualche parte, nell’aria, sento la risata ironica del mio migliore amico.

A.B.




P.S. Per Georg: nel capitolo "La fine?" la descrizione dell'odore ti ricorda niente?? Vediamo se capisci a cosa mi sono ispirata... Mwawawawawawa!!

Adele
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 06/10/2008 :  14:24:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bella storia, scritta benissimo.
No, non se bene a cosa ti riferisci, ma fa venire in mente "Il profumo" di Suesskind, ma non ne sono certo.
Piuttosto mi hai fatto venire in mente una scena di "Dracula" di Scorsese!
(L'eronia non credo venga in "pacchetti", ma in sacchetti o "forinitura")

Georg
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


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Inserito il - 06/10/2008 :  21:37:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cooolpooo di scena! Grande Adele! Comunque avevo ragione, riguardo alla fine...almeno un po'...sapevo che Makar moriva...ma chi si aspettava che Ares restasse vivo?!?
Mi sono sempre piaciuti i colpi di scena...brava...però, ti prego..nel prossimo racconto che posti, non lo puoi far finire bene? Senza la morte di nessuno-nessuno-nessuno?
Please...io odio quando la gente muore, mi mette troppa tristrezza!
Esempio...in Hp7 muore Fred Weasley...dopo Harry il mio personaggio preferito...sono rimasta così scioccata che non ho il coraggio di riprendere in mano quel libro...e tanto meno di rileggerlo...perchè ogni volta che nella mia testa sento il suono "Fred"...è orribile!
Buuu, povero Makar! Ok...finito il momento di pazzia! XD
Ancora complimenti...non vedo l'ora di leggere il tuo prossimo racconto!
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 06/10/2008 :  23:25:53  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Hehe...
Caro Georg hai azzeccato, il Profumo di Susssssskind!! :D

Per Lilly... beh, ci voleva qualcosa che dia uno spiraglio per fare un seguito... o no?

Posterò un altro racconto quando ne sceglierò uno che voglio postare... ora devo ancora studiare (sono stata a palermo tutto il giorno per fare un provino e sono tornata solo alle nove e mezza... dop di chè mi sono messa a vedere Coco Chanel e ora devo studiare l'arte preistorica e le fonti legislative del diritto... DOVREI fare inglese, ma lo copio domani...)

Adele
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Goblin Delirante
piccolissimo scrittore


48 Messaggi

Inserito il - 07/10/2008 :  14:48:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
tatarada!
Goblin Delirante torna alla riscossa!
Mi è piaciuta molto una delle tue prime storie in questa discussione, quella del vagabondo.
Ma ad un certo punto c'è una piccola incongruenza logica:
tu dici che Aurora aveva vestiti vecchi e sbrindellati perchè il fidanzato l' aveva lasciata qualche giorno prima.
Ma qualche giorno può rendere i vestiti sbrindellati, non vecchi!
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 07/10/2008 :  14:54:37  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
1. Intanto grazie (per avere commentato, letto e in parte apprezzato qualcuna delle mie creazioni xD)
2. Aurora indossava vecchi vestiti perchè non aveva più voluto curare il suo aspetta, persa com'era nelle sue riflessioni... forse mi ero speigata male nel testo...



Oh...
Alluuuuura... vi posto di seguito una stroia che avevo originariamente scritto per un concorso a tema, ma al quale poi ho mandato un'altra storia che mi convinceva di più... Scusate la concitatezza, ma sono andata MOLTO fuori del limite massimo di parole quindi... sarebbe addirittura TROPPO lungo... xD
Ah, prima di leggerlo, cercate su Google un'immagine del quadro "I bari" di Caravaggio, è ispirato a quel quadro, questa storia.

(come molte delle mie storie, non ha un titolo xD... a mettere i titoli faccio veramente pena...)




Il ragazzo entrò timoroso dentro la taverna, dove echeggiavano risa sguaiate, urla, pugni sui tavolacci di legno, tintinnii di bicchieri.
Si guardò un momento intorno, in piedi sulla soglia, senza sapere bene cosa fare. Il primo istinto era quello di scappare. Che cosa ci faceva un ragazzo per bene come lui in quella lurida bettola? Come si era lasciato convincere?
Rivolse uno sguardo incerto all’uomo alle sue spalle, che lo incoraggiò con un sorriso sdentato. Deglutendo, il ragazzo scese i tre scalini che lo separavano dal pavimento lurido. Era stretto nelle spalle, le braccia al petto, un po’ curvo, come se volesse rimpicciolirsi. Se per disgusto o per paura, lascerò giudicare a voi.
L’uomo lo condusse verso un lungo tavolaccio di legno, salutò sguaiato l’oste, intento a miscelare due liquidi chiari non meglio identificati con l’indice lurido. Il ragazzo sentì la lauta cena di poco prima risalirgli su per l’esofago. Che razza di posto era?
L’uomo gli fece strada fra la folla ubriaca e insonnolita, diretto verso un tavolaccio di legno. Gli occhi scuri del ragazzo scivolavano insicuri da un volto rubizzo all’altro, da un abito lurido all’altro, da un boccale all’altro.
<<Vuoi ancora giocare?>> Gli chiese l’uomo, un’ombra di sarcasmo sul viso punteggiato da una barba mal fatta. Il ragazzo deglutì, si guardò intorno. In quel momento l’unica cosa che voleva fare era uscire da quel locale sporco e puzzolente e ritornarsene a casa sua, stendersi sui cuscini di seta e farsi un buon sonno. Tuttavia, non poteva fare la solita figura del ragazzetto per bene cresciuto nella bambagia, spaventato e insicuro. L’orgoglio non glielo consentiva. Annuì verso l’uomo, si fece coraggio, prese un bel respiro e si sedette sullo sgabello di legno.
Dall’altro lato del tavolo si sedette quasi simultaneamente un altro ragazzo, con le guance un po’ arrossate da una probabile sbronza. Così era quello il suo avversario.
Si sentiva un pesce fuor d’acqua, lì, in quella bettola, con il viso candido e puro in preda alla tensione, gli occhi fuggitivi che gli davano un’aria ingenua. Ma al gioco era imbattibile, questo lo sapeva bene. Guardò di sottecchi prima l’uomo al suo fianco, che l’aveva convinto ad entrare dentro quel postaccio con la promessa di un gioco più “serio”, poi il suo avversario. Lo vedeva con una luce diversa, ora che era invaso dalla consapevolezza che di lì a poco l’avrebbe stracciato. Le carte erano il suo territorio, era quasi un’utopia pensare che qualcuno, meno che mai un popolano dai luridi vestiti, potesse illudersi di batterlo.
L’uomo sciolse il nodo del sacchettino di tela che portava appeso alla cinta e ne estrasse un mazzo di carte così consunte che sembravano vecchie di qualche decennio.
Senza parlare distribuì le carte ai due giocatori, che si guardavano di sottecchi cercando di non farsi scoprire. Non appena il ragazzo prese in mano le carte, il mondo cessò di esistere. Si dimenticò del tavolaccio lurido, si dimenticò della compagnia indegna, si dimenticò della bettola schifosa in cui era finito. Non sentiva quasi più gli schiamazzi delle persone ubriache, gli sgabelli che cadevano, i bicchieri di vetro grezzo che tintinnavano e si rompevano, tutto in lui era concentrato sul gioco e sulle carte.
Non si accorse del sorriso fugace del suo avversario, né dell’occhiata maliziosa che scambiò con l’uomo seduto al suo fianco.
Lo sguardo dell’uomo profilò per un istante il nasino delicato del ragazzo, le sue labbra nivee, con una luce degli occhi scuri sospesa da qualche parte fra la malizia e la compassione, fra la furbizia e il rimorso.
Poi indietreggiò leggermente con lo sgabello, e il gioco dei bari cominciò.




Et voilà!

Adele
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


276 Messaggi

Inserito il - 13/10/2008 :  20:57:43  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Non so, Adele...forse perchè è troppo corto...ma non mi ha dato nessuna emozione!

Fatti valere nel prossimo capitolo, così dopo commento!

Bacio
Lilly
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 13/10/2008 :  21:18:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ma non ela una stolia a puntate... uffi... ;P si in effetti non l'ho mandata anche perchè nemmeno a me trasmetteva tanto xD

ihih...

Adele
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 17/10/2008 :  09:34:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
A volte succede.
E' strano scrivere. Nemmeno mettere insieme tante parole belle e scelte poi riecono a rievocare i sentimenti.
Poi, altre volte, succede l'incontrario! Poche parole buttate lì quasi per caso "vanno a bersaglio".
Ma perché succeda, francamente non lo so nemmeno io.
Ci sono pagine che proprio non vogliono uscire "dritte" anche quando scrivo io. Con il tempo ho imparato che in questi casi è meglio lasciar perdere, o riscrivere da capo, senza tentare di migliorare...
Georg
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 05/11/2008 :  14:30:58  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Occhi negli occhi. Qui. Io e tu. Non conta tutto il resto, non conta il pavimento di legno chiaro, le pareti bianche, lo specchio coperto da un panno beige. Io e tu. Non conta chi siamo, da dove veniamo, dove siamo stati finora. Siamo qui, obbediamo.
Occhi negli occhi, silenzio. Non ridete. Si, ok.
E allora guardiamoci. I tuoi occhi sono lontani da me, guarderò meglio. Eccoli, sono castani, castano chiaro. Sono piccoli, un po’ strabici, te n’eri mai accorto? E i miei occhi…? Ti danno fastidio, forse? Non lo dimostri, se è così. Chissà come ti appaiono. Sono curiosa, vorrei urlartelo, ma c’è troppa gente intorno.
Guardatevi bene negli occhi.
Guardatevi negli occhi, si. Ma che cosa ci posso scovare in degli occhi come i tuoi? Sono piatti, sono… sono vuoti. Sono ermetici, criptici. Lo vedo, lo sento che anche tu stai facendo lo stesso con me. Cerchi, cerchi, cerchi. Che cosa trovi dentro i miei occhi? Che cosa trovi? Assurdo. Sto cercando nei tuoi occhi quello che tu trovi nei miei. Assurdo.
BUM. Distolgo lo sguardo. Mi fanno male gli occhi. La luce è troppo forte, credo. La luce sgrana tutte le cose, tutto il contorno, mi abbaglia, mi fa male.
Guardatevi, non distogliete lo sguardo.
Un momento, abbassiamo le luci… Ma non l’ho detto. Ritorno a malincuore dentro i tuoi occhi castano chiaro.
Adesso ricordate, ricordate qualcosa. Qualcosa che non avete mai detto a nessuno, che sia frivola o inconfessabile, triste o buffa. Qualunque cosa.
Oddio, oddio, panico. Quante… quante cose… quante… Già… quante? Ci sono poche cose che nessuno, ma proprio nessuno nessuno, sa. Alcune cose, è vero, si sanno distorte… ma…
Oddio, panico, ho bisogno di concentrazione. Non guardarmi così, non guardarmi affatto. Mi scompigli la testa, mi serve un momento per pensare.
BAM. Via gli occhi da te. Fissi nell’angolo a sinistra, si riprendono, si sfocano. Sbatto le ciglia, furiosamente. Ok, magari un ricordo ce l’ho. E’ una cosa mia, però. Non so se mi va di fartela sapere. Oh, ma che dico. Tanto non la capirai.
Non staccate mai lo sguardo.
*****, un attimo solo!
Torno a guardarti. Strano. Molto strano. Si sfoca tutto, solo i tuoi occhi, i tuoi occhi dentro i miei, castano chiaro dentro castano scuro. Credo, almeno, che i miei siano così.
E non vedo più nemmeno te. Non hai più un naso o una bocca, due orecchie un po’ a sventola o un corpo minuto ma ben fatto, non hai più occhiali o pelle scura, o capelli o mani o piedi. Tu sei tu, e sei contenuto solo negli occhi, solo lì. Ti sei trasferito tutto lì, ti sei inglobato là dentro, imbozzolato e infiocchettato aspettando che io ti guardassi.
Adesso, dite all’altro il vostro ricordo, il vostro segreto. Ma diteglielo con gli occhi.
Panico, ancora panico. Ma stavolta lo sguardo da te non lo stacco. Non so cosa stiano facendo gli altri. So solo che i tuoi occhi stanno cominciando ad interessarmi, perché la stanza si sfuma, sbiadisce, svanisce.
Sono concentrata, se è questo che volete da me. E adesso? Il mio ricordo?? Panico, panico, panico. Non posso dirtelo. E’ troppo privato, mi dispiace. Ti guardo meglio, cerco di scavare più a fondo. I tuoi occhi adesso sono più morbidi, sono cedevoli, ma non si arrendono ancora al mio sguardo. Sono troppo curiosa? Forse sì. Non so se tu lo sei altrettanto con me. Ho troppe cose a cui pensare. Per la miseria, mi sa che non mi sta riuscendo, questo esercizio, non dovrei pensare a niente, o forse si?
Comunicatelo con gli occhi, dai.
Ok, ok, si. Te lo dico, va bene. Ti guardo, e comincio a raccontartelo. A raccontartelo senza parlare. Comincio dall’inizio. Il cappotto nero col colletto alzato. Lo zaino sulle spalle. Che giorno era?
Ma mi sento confusa, inutile. Tu mi ascolti? O stai raccontando? Se raccontiamo insieme non si più fare, chi ascolta me? E chi ascolta te?
E allora mettiamoci d’accordo, dai. Non ho capito niente. Ok, tutto daccapo. Sbatto gli occhi, furiosamente, ciglia contro ciglia. Ti rimetto a fuoco, lontano nella stanza. Ok, comincia tu, allora.
E tu, incredibilmente, cominci. Ma come sei criptico, Cristo! Non capisco niente, mi arrivano poche cose. Sensazioni, più che altro. Brividi, parole, frasi smozzicate. Ti apri e ti chiudi… lascia cadere quella facciata. Guardami, ti sto ascoltando. Ci sto provando.
I tuoi occhi si ammorbidiscono. Non abbastanza, ma è già qualcosa. Ecco di nuovo la stanza che si sfoca e che si riempie di troppa luce, e tu ti racchiudi di nuovo negli occhi.
Non riesco a capire la tua storia.
C’è del verde. Del verde, si. Verde scuro, verde militare. Mi guardi e mi dai del verde per dipingere il tuo ricordo. Poi continui, con insistenza. Cielo, cielo, cielo. Com’è quel cielo? E’ sereno? Non me lo vuoi dire?
Scollo gli occhi un momento. Sento che non fai lo stesso. Torno a guardarti.
Non staccate mai lo sguardo, forza.
Ali? Ali? Ali di cosa? Aeroplano? No, forse un uccello. Un grande uccello bianco. Pieno di piume. Con le gambe lunghe. No, forse ripensandoci è un aeroplano. Guardami meglio, dai.
Ti sorrido, non te ne accorgi. O forse si. E poi, all’improvviso, racconto io. Racconto io la mia storia.
Ti faccio vedere tutto quello che voglio raccontarti.
Nero, un giaccone nero. Il grigio del cancello, lo scricchiolio della ghiaia. Le due foto sbiadite, le vedi? No? Aspetta, adesso? Ok, adesso si. E poi… poi beh, le due rose. Rose rosse, nelle due piccole fioriere di ferro. No, aspetta, non rose di ferro. Rose vere. Oh, ricominciamo.
Lo so, lo so, sto facendo confusione. Mi dispiace, non ci sono abituata. Se solo potessi parlare…
E… incredibilmente… tu capisci. No, non capisci. Non tutto. Ma capisci, per Dio, capisci qualcosa senza bisogno che io te lo spieghi. Mi vedi anche tu contenuta tutta negli occhi, eh? Vedi anche tu la luce concentrarsi attorno a me, distorcere il mio viso, allungare la bocca e appiattire il naso, cancellando tutto quello di me che non è OCCHI?
Da come mi guardi… si. Credo di si.
Se ne sentite il bisogno, fate un passo verso la persona che vi sta davanti.
Qualcuno, vicino a noi, si muove. Io e tu? No, noi no. E’ troppo presto, vero? O forse… o forse non ne abbiamo bisogno. Ci stiamo capendo benissimo così. Ok, basta.
Guardami, guardami. Ti stavo finendo di raccontare la storia. Te la ripeto? Ok. E te la ripeto, Dio, te la ripeto. Adesso ripetimi la tua, che non l’ho capita benissimo.
Si, il verde lo vedo. Verde… verde e giallo? Stoffa? Una giacca? No, un giubbotto? Un vetro? Che c’entra il vetro? Ok, vai avanti, basta.
Ancora le ali? Si, si lo so. Lo so che non ti capisco. Provaci, provaci di nuovo, dai. Abbassa quelle difese.
Una donna? Una donna… bionda? O rossa? Chi è? Chi è, dimmelo.
BAM. Distogli lo sguardo. Lo cerco. Guardami. Ok, scusami, sono stata invadente. Ok, racconto io.
Come dici? Che cosa c’entra l’eternità? Te lo rispiego. Le vedi le tombe? Si, si, quel grigio. Le rose le vedi, le rose rosse! Non le tombe! Le rose sono rosse! Sorrido. Ecco…
Se ve lo sentite, fate un passo avanti.
BAM. Ti allunghi di tre passi verso di me. Cosa? Che c’è? Mi vuoi più vicina o mi SENTI più vicina? Oh, non importa. Continuiamo a raccontarci le storie, mi piace raccontarti le cose.
Chiudete gli occhi, ora.
Cosa? No aspetta, un attimo, io…
Chiudete gli occhi.
BAM. Buio. Sento ancora i tuoi occhi addosso.
Muovete qualche passo verso la persona che vi sta davanti… …FERMI! Aprite gli occhi.
Ok, sei più vicino. Da vicino i tuoi occhi non sembrano tanto strabici.
Tornate indietro.
Raccontiamo ancora.
Quando vi sentite pronti, quando sentite di avere capito, alzate la mano destra come a salutare il vostro amico che parte. Urlate, se volete. Ridete, o piangete, o chiamate la persona che vi sta davanti.
Non ho bisogno di questo. Ma non ho ancora capito bene. Nemmeno tu, non hai alzato la mano. Sorrido. Ricambi.
Continuiamo a parlare. Una giacca… una giacca militare, forse? O un telaio? E che c’entra la donna? Ah, niente? Quella era un’altra cosa? Ma non fare confusione però! Ridiamo.
Mi guardi, curioso. Perché non l’ho detto a nessuno? Io…
BAM. Via lo sguardo, lontano da te. Poi ritorno.
Ok, te lo dico. Io… non lo so. E’ privato. E’ mio. Non c’è un motivo particolare. Abbasso lo sguardo.
Occhi negli occhi, di nuovo solo io e tu. Ok, adesso sai qualcosa in più, alza quella cavolo di mano.
No, no, no. Lo devi fare prima tu.
Ok, racconto allora.
E continuo, continuo, continuo. Rose rosse, capito? Fin lì ci sei? Due, una per parte. Un biglietto a quadretti. Calma, calma!
Penso alle rose. Ci penso tanto intensamente che nei tuoi occhi lontani vedo riflesse le due rose. Ok, ok, adesso si, mi viene da piangere.
Posso piangere? E’ ancora valido? Non li stacco gli occhi da te. Che ci fa se mi vedi piangere? Mi vedi solo tu, e sai il perché.
E allora mi guardi. Affondi il tuo sguardo dentro al mio, quasi con violenza. Poi mi sorridi, leggermente. Le vedo salire, le lacrime ai tuoi occhi. Piangi per me o per te?

Ehi? Rispondimi. Per me o per te?
BUM. Alzi la mano, mi saluti con un sorriso. Hai… capito?
Ci ripenso. Oh, ok. Forse anche io ho capito. Cosa? Mi dici di non avere fretta. Un’altra immagine sola? Va bene…
Coltelli? Che cosa…? Coltelli… fuxia?? Cosa sono questi coltelli fuxia? Dove li ho già visti? Qualcosa che ti riguarda, ne sono sicura.
Oh… oh… adesso… adesso ho capito…
Ti sorrido, ti saluto con la mano. Ho capito.
Adesso fate…
Non lo ascolto più, per un attimo. Guardo solo te. Che paradosso.
Ti conosco appena, ho scambiato con te solo qualche parola.
Eppure… eppure adesso sento di poter scambiare con te qualunque cosa, di poterti portare nel posto di cui ti parlavo prima, di stare con te in silenzio e di farti capire con quel silenzio ciò che voglio.
E, per la prima volta, sento una cosa strana. Sento di non essere più me stessa… me stessa racchiusa in un corpo. Come se fluttuassi libera nell’aria, disperatamente e spasmodicamente alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparmi.
Chiudo gli occhi. Sono contenuta tutta lì, negli occhi. Li riapro, annaspo, cerco qualcosa, qualunque cosa che mi riporti nel mio corpo.
Poi fisso i miei occhi nei tuoi.
BUM. Sono di nuovo dentro il mio corpo. Ehi, grazie.
Ti sorrido. Ammicco.
Ok, basta giocare. Occhi negli occhi, adesso.
…Chi hai detto che era quella donna…?
Ehi, guardami. Non fare il timido. Lo sai che comunque puoi usare la scusa che ho capito male, vero?

Ah… capelli biondi, allora?




scritta subito dopo un esercizio di recitazione, ieri sera, con la mente scombussolata e lo stomaco attorcigliato.
Non darò spiegazioni, anche perchè non ne ho...

Adele
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 12/11/2008 :  20:22:30  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Aloha?? L'ho riletta, non faceva tanto schifo!! Pleaze commentare!!

Adele
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 28/11/2008 :  17:20:46  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Non è un'offesa.
Ma non ho capito bene.
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 28/11/2008 :  18:02:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Quello è il punto. Deve essere un pò incomprensibile.
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 29/11/2008 :  16:23:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Aspetta! Rileggendolo un po'...
ho capito il senso del suo non senso.
E' molto bello, come testo, è uno stile particolare, ma proprio per questo, ha una sua originalità e una sua bellezza, basta guardarlo bene .

Smile98, o meglio Brandy
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 29/11/2008 :  17:25:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
"Guardarlo" o "Leggerlo"?

Georg
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smile98
Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 30/11/2008 :  12:21:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
volevo scrivere leggerlo, poi ho pensato: "ma non si dice << leggere un diverso punto di vista >>, ma notare, guardare".
Basta "guardare" dal lato giusto la situazione, e non leggerla

Modificato da - smile98 in data 30/11/2008 12:21:49
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 30/11/2008 :  14:03:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
hehe...

la storia che segue l'ho scritta per un concorso a tema "san valentino e gli innamorati", per prendere un pò in giro sia gli organizzatori ch le persone che avrebbero mandato i loro racconti smielosi e sdolcinosi.

CONSIGLI PER INNAMORATI E INQUILINE ALLA RICERCA DI ZUCCHERO

L’amore, si sa, è la forza che muove il mondo, da sempre, per sempre. E’ la cosa più bella che ci sia, è il nettare della vita, il baricentro, il collante che tiene tutto insieme. “Quando ingrana l’amore ingrana tutto” dice il proverbio. Vedi tutto rosa, vedi tutto bello. Tutti ci squagliamo come neve al sole per l’amore. Ma il troppo è troppo…

Mario e Francesca si guardarono negli occhi intensamente, sprofondando nel grande divano drappeggiato con nastri rossi con file di cuoricini. Il lampadario sulle loro teste riversava la luce rosata sulle decorazioni: piccoli cupidi grassocci, archi dorati, cuori, cuori, cuori dappertutto, sui muri, sui tavoli, sul divano, sul tappeto. Persino la stanza sembrava diventata a forma di cuore, era tutto un cuore.
Lo stereo (ricoperto di piccoli cuoricini) mandava in sottofondo una compilation di canzoni romantiche strappalacrime, probabilmente cantate da malati cronici di mal di pancia, ma non importava, non in quel momento così catartico.
I due ragazzi si appoggiarono l’uno all’altro con fare solenne, Francesca chiuse gli occhi e sorrise, Mario le baciò la fronte.
- Tesoro… - Sospirò lui accarezzandole i capelli. - …sei bellissima.
- Anche tu, amore mio.
La canzone cambiò, una donna disperata si struggeva per chissà quale crudele, vile traditore che l’aveva mollata, Mario e Francesca erano ormai persi negli abissi del proprio amore senza fine (!).
Francesca intrecciò le proprie dita a quelle del suo amato, che l’accolse fra le proprie braccia.
- Ti amo così tanto… - Disse lei, rivolgendosi all’aria che aveva davanti, considerato che Mario la schiacciava contro il proprio petto, in un impeto di ciò che comunemente viene chiamato “passione”.
- Ti amo anch’io, moltissimo. – Rispose lui, chiudendo gli occhi.
- No, ti amo di più io. – Ribattè Francesca, aggrappandosi alle sue spalle come se fossero l’unico punto fermo dell’universo.
- No, sono io che ti amo di più. – Mario si scostò un poco per guardarla in viso.
A questo punto, forte della consapevolezza che le donne un po’ imbronciate sono estremamente tenere e sexy, Francesca si immedesimò in una bimba di cinque anni e ribattè nuovamente.
- No, ti amo di più io.
- No, io!
Sappiamo bene che la specie umana si è evoluta ad un certo grado di intelligenza, ma non si è ancora stabilito se ciò vale in egual misura per uomini e donne. Qualcosa di strano gli uomini lo hanno di certo, considerando quanto possono essere infantili e testardi. La povera Francesca, accecata da tutto questo “amore” non si era resa conto che Mario era un esemplare della specie australopiteca che la voleva aver vinta per forza. O che, magari, non sapeva riconoscere quando qualcosa è detto “tanto per”. In ogni caso, scemo lo era di sicuro.
- Guarda, ti assicuro che ti amo di più io. – Il tono fermo che usò Francesca era di quelli che non ammetteva repliche.
Anche Francesca non era messa molto meglio, quanto a posizione nella scala evolutiva. Si erano trovati, fra tutt’e due.
- Ti amo di più io, e basta! – Mario si alzò dal divano. Francesca fece altrettanto. In sottofondo, qualcuno malato di mal di pancia si straziava per il suo amore perduto.
- Smettila di dire eresie! Non ti sopporto più! Perché mi contraddici sempre? – Urlò Francesca.
- Perché tu non lo vuoi ammettere, sono io ad amarti di più!
- Non è vero, te lo giuro! – Francesca gli si scagliò contro. – Ti amo di più io!
- Ti sbagli! Tu non mi ami di più di quanto ti amo io!
- Io ti amo di più!
- No, io!
- No, io!
- No, io!
…Dlin-dlon…
Scavalcando i cuscini a forma di cuore sparsi un po’ dovunque per accogliere meglio la coppietta, Mario aprì la porta. Sul pianerottolo, in vestaglia, con i bigodini in testa e una tazza vuota in mano, stava l’inquilina del piano di sopra.
- Scusate se vi disturbo…non avreste dello zucchero da darmi? – Chiese quella, un po’ insonnata.
- Ecco, Francesca, facciamo decidere a lei. – Disse Mario, tirando dentro la donna che si guardava intorno disorientata. – Sono io ad amarla di più, o è lei ad amarmi di più?
La donna spostò lo sguardo dall’uno all’altro, con l’espressione di chi sta pensando di essere finita in compagnia di due malati mentali.
- Io volevo solo dello zucchero… - Mugugnò con aria di difesa.
- Ecco, hai visto! E’ una chiara conferma che ho ragione io! – Urlò Mario.
- Basta, sono stufa di te! Fra noi finisce qui! – Francesca raccattò borsa e cappotto e uscì.
Mario strinse i pugni, mentre chissà quale cantante pop si pentiva di aver tradito la sua donna.
L’inquilina del piano di sopra spostò lo sguardo all’interno della stanza stracolma di cuoricini.
- Qualcuno mi dà dello zucchero?

Cari innamorati, per cortesia, PONETE UN LIMITE ALLE VOSTRE EFFUSIONI SENTIMENTALI!
Care inquiline del piano di sopra, compratevi dello zucchero in più… non si sa mai!



...ahahahah... no comment.... ahahah xD

Adele
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 30/11/2008 :  15:58:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

Carina!
Difficile che vincerai il concorso. Saranno quelli zuccherini a vincere...
Georg
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 30/11/2008 :  18:08:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
infatti non si sono manco degnati di mandarmi a dormire! xD

(il concorso era l'anno scorso ahah... xD)

besito ;P
Adele
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 01/12/2008 :  09:50:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Beh, la gentilezza non è di tutti. Succede anche a me quando mando proposte ad editori! Incredibile ma vero!
Tra l'altro: ogni tanto aggiungo nuovi concorsi alla discussione dedicata. Se volete andare a vedere, magari c'è qualcosa che vi interessa.
Altrimenti si trovano concorsi anche cercando in Internet. Se dovestre trovare qualcosa di interessante, potete metterlo anche voi in quella discussione. Anzi, sarebbe carino se la ricerca fosse un lavoro condiviso da altri...
Georg
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adele
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1350 Messaggi

Inserito il - 01/12/2008 :  13:36:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Io di concorsi ne trovo tantissimi... ma sono troppi... nemmeno a voler fare una ricerca selezionata ti spunta quello che vorresti. Fra laltro sono quasi tutte cose stupide... le rare volte in cui capita qualcosa di carino o è già scaduto o irrimediabilmente non ho ispirazione.
E' un periodo che non mando più storie ai concorsi. Vabbè, volendo allargare il giro è anche un periodo che non scrivo più quasi niente... ma vabbè...

Adele
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 02/12/2008 :  11:21:37  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Troppi "vabbè" per il mio gusto...
Una vera scrittice scrive nonostante i "vabbé"! E per Dindirindina!
Comunque ci sono tanti concorsi scemi o stupidi, è vero. Bisogna stare molto all'occhio.
Georg
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


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Inserito il - 19/12/2008 :  10:07:32  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bellissima la storia "non zuccherosa!"

Scusate se sono mancata , ma ho avuto tanto da fare e ho dovuto persino aiutare una mia amica con il suo nuovo sito (cosa si fa per gli amici...)
Ora vi scrivo da casa, oggi sono "malata" e non vado a scuola, yeah!
Per quanto riguarda i concorsi, io sono sempre stata sfortunata... quando ne ho voglia di fare qualcuno, non ne trovo MAI, e dico MAI, uno adatto, mentre quando sono piena di cose (scuola, libri, amici, computer e pure questo maledetto sito della mia amica mi occupano davvero tanto tanto...che la scrittura è andata a farsi benedire!)
Ora, sono occupatissima...ma ho trovato un paio di concorsi che non mi voglio far scappare! ^^
Altra cosa...Georg, puoi contattare quelli della rivista? Ah..e si può inviare per i concorsi un tema scolastico? (l'ultimo che ho fatto è semplicemente divino...(scusate )...e ho pure preso 10! *me balla dalla gioia al ripensarci!*)
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adele
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Inserito il - 19/12/2008 :  11:49:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Beh, dipende dal concorso e dal tema.
Di solito non è specificato e si dice solo "sezione prosa" ma ovviamente dipende da che tema è.
Se è un saggio deve esserci la voce "saggi" se è un racconto deve esserci la voce "racconti". In ogni caso penso che, si, lo potresti inviare...

P.S. Caro Georg, ebbene si ho ripreso a scrivere!! Nonostante sia sempre sfavata (cioè che non mi va di fare nnt e sono sempre nervosa) riesco ogni tanto a scrivere almeno mezza paginetta del mio nuovo "epopeico" romanzo che, devo dirlo, sta riuscendo anche abbastanza bene. Sto scrivendo un'altro musical (a proposito non mi ha più detto se hai qualche contatto con produttori etc) e ogni tanto mi piglio di ispirazione e scrivo in poche ore delle specie di "spaccati" cortini ma molto "sentiti", quasi completamente privi di aggettivi e avverbi!! O______________ò (ti sembra normale per me?? mah mah)
Ad ogni modo, scrivo. E questo è già qualcosa.
^^

Adele
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


276 Messaggi

Inserito il - 21/12/2008 :  20:49:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando


Beata te, che scrivi...!!
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adele
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Inserito il - 21/04/2009 :  14:59:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Nonostante mi sia nata la fobia del plagio via web voglio ugualmente farvi leggere qualcosa :P
Quello qui di seguito è un racconto che ho estrapolato (con molta fatica O_o) da un mio sogno di due notti fa...
(N.B. Emily sarei io XD)

SOGNO


Introduzione
Pioveva, quella notte.
Lui si passò una mano fra i capelli, mentre la pioggia si mescolava alle sue lacrime. Scivolò per terra e si sedette in un angolo della stanza, guardando fuori dalla finestra con gli occhi appannati. Dentro la stanza continuava a piovere. Fuori, però, la notte era serena. Sospirò, mentre la pioggia gli infradiciava i vestiti e i capelli, poi chiuse gli occhi e schioccò le dita.

Ripetizione
Lei entrò nella stanza passando da una finestra. Dentro quella stanza pioveva, mentre fuori la notte era calma, placida. Era piombata lì, in quel mondo appannato, in pochi secondi, senza sapere né come né perché né dove si trovasse. Ma stranamente non sentiva il bisogno di chiederlo a nessuno. In quell’Universo dai contorni sfumati si sentiva a proprio agio.
Lei lo vide raggomitolato in un angolo della stanza, con la testa appoggiata su un braccio, fradicio di pioggia. Gli si avvicinò senza sapere chi fosse, con la sensazione di essere stata catapultata dentro la vita di qualcun altro.
“Light!” Chiamò.
Lui alzò il viso per guardarla un momento con quegli occhi azzurri che le sembrava di aver visto, in un’altra vita. Light le sorrise, guardò in alto, da dove la pioggia scrosciava dentro la stanza, e le allungò una mano.
“Dove sei stata, Emily?” Le chiese.
Emily non sapeva di chiamarsi così. Non sapeva chi fosse Light e non sapeva dove si trovasse. Come non sapeva cosa era stata poco tempo prima di entrare da quella finestra e non sapeva perché la pioggia scrosciasse dentro una stanza, e non fuori da quella stessa finestra.
“Lontana da te, purtroppo.” Rispose, con l’inspiegabile sensazione di sapere tutto ciò che le sembrava di non ricordare, ma di averlo seppellito in qualche anfratto dell’anima.
Prese la mano di Light e l’aiutò ad alzarsi. Si accorse di essere anche lei completamente fradicia solo quando il contatto con la mano di Light non la bagnò.
“Devo fare qualcosa per tutto questo.” Disse Light, indicando la pioggia con un cenno del mento affilato.
Emily rispose che si, era proprio il momento adatto. Poi uscì nel giardino e di Light non seppe più nulla.

Iulio e Marçia la aspettavano nel giardino, in piedi accanto ad una panchina di pietra, con gli abiti scuri che sfumavano nei contorni sfocati della scena. Avevano entrambi in mano due bacchette, anche se Emily non ricordava a cosa servissero.
Iulio aveva un viso grave, Marçia il solito viso disgustato; benché lei non ricordasse né di averli mai visti né di conoscere i loro nomi. Iulio agitò la bacchetta indicando la balaustra di pietra del piano superiore.
“Che casino.”
Marçia concordò. Emily annuì.
Parlarono, Emily non sapeva di cosa. Da un momento all’altro Marçia sparì, e lei si ritrovò sola con Iulio, senza chiedersi cosa fosse successo semplicemente perché non le sembrava molto importante.
Poi si sentì un urlo di disperazione che echeggiò in tutto il giardino.
“m....!” Esclamò Iulio. “È arrivata Agnese.”
Poi si guardarono e corsero al piano superiore di gran carriera.

Nella stanza pioveva, come sempre.
E c’era Agnese gettata in terra che piangeva abbracciata a Marçia. Iulio si unì a loro per tentare di calmarla. Emily la guardò con disprezzo sapendo che c’era un motivo valido per farlo, anche se non le sovveniva. Poi, poco più lontano, vide anche Light steso in terra come svenuto, e in un attimo gli si gettò accanto. Poggiò la testa di Light, fradicia di pioggia, sulle sue ginocchia candide. Gli scostò i capelli dal viso e gli accarezzò le guance, abbracciandolo freneticamente e cantandogli ninnananne dimenticate.
Light aprì i suoi occhi azzurri e li fissò in quelli di Emily. Agnese urlò un’altra volta, ma Marçia riuscì a tenerla a bada.
Emily gli accarezzò i capelli, e Light le baciò una mano, aspirandone il profumo.
“Perché piove, qui dentro?” Chiese Emily.
“Non tutto è quello che sembra, Emily. Non tutto è ciò che è. Prendi me, per esempio.”
E in quel momento, con il viso di Light sulle sue ginocchia, quei capelli fradici di pioggia fra le sue dita e quei suoi occhi azzurri spalancati sul mondo, Emily sentì crescere la tensione. Ed ebbe la sensazione che avrebbe smesso di piovere se lei l’avesse baciato lì, in quel momento. Che Agnese avrebbe smesso di strillare, una volta e per sempre, e che lei avrebbe finalmente appagato quel senso di confusione che le faceva perdere il senso delle cose.
Light la guardò, e si vedeva che pensava la stessa cosa. E si vedeva che forse era veramente così. Agnese urlò un’altra volta, contorcendosi in un delirio da pazza. Marçia tirò fuori la bacchetta.
“Prendi me, ad esempio. Posso chiamarmi in qualunque modo. Posso chiamarmi Cosimo o Galeno…” Continuò Light.
Ed Emily lo guardò, accarezzandogli il viso. Le sue labbra erano vicine, sempre più vicine, e l’atmosfera era sempre più carica di pathos mentre Agnese si dibatteva sotto le braccia di Marçia. Emily poteva sentire il contatto con le labbra di Light ancor prima che questo avvenisse, e sentì che nella stanza non pioveva più, che non sarebbe piovuto mai più se lei avesse colmato quella piccola distanza che c’era ancora fra loro.

Poi suonò la sveglia. Ed Emily ritornò di botto ad essere se stessa, immersa nel suo sudore e con mille progetti per la giornata appena iniziata. Sentiva una strana sensazione, come se qualcuno si fosse appena alzato dalle sue ginocchia lasciandole una piacevole sensazione di formicolio. Poi si alzò, e riprese a vivere.

Epilogo
Marçia gli si avvicinò.
“Agnese se n’è andata.” Gli disse. Lui annuì. “Iulio sta arrivando” Aggiunse.
Stava per uscire, ma poi tornò indietro.
“Light?” Chiamò. Lui le fece un cenno. “Lasciala andare. Non può piovere per sempre.”
Light sogghignò.
“Scommettiamo?”

Pioveva, quella notte.
Lui si passò una mano fra i capelli, mentre la pioggia si mescolava alle sue lacrime. Scivolò per terra e si sedette in un angolo della stanza, guardando fuori dalla finestra con gli occhi appannati. Dentro la stanza continuava a piovere. Fuori, però, la notte era serena. Sospirò, mentre la pioggia gli infradiciava i vestiti e i capelli, poi chiuse gli occhi e schioccò le dita.

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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 25/09/2009 :  19:19:01  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
io PRETENDO un commento di mio marito U.u

e se poi voi altri piccoliscrittori voleste commentare, non farebbe certo male :P
bre :P
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Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03