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 TEO CORRE VELOCE
 Romanzo (per ora inedito) di Georg Maag
 TEO CORRE VELOCE
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admin
Forum Admin


846 Messaggi

Inserito il - 23/01/2004 :  07:49:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Qui trovate in "anteprima mondiale" i primi capitoli del mio romanzo "Teo corre veloce". Si tratta di un libro grande, lungo e importante (almeno per me ), che si svolge tra Torino e Berlino, con effetti tremendi per tutto il mondo.
Comincia piano, quasi in punta di piedi, ma poi prenderà una svolta inaspettata, e diventerà sempre più teso e "scuro", e ad un certo punto vi farà persino venire i brividi, quando capirete che dietro a un numero di fatti strani (e soprattutto inosservati dagli adulti) c'è un piano diabolico che coinvolge tutto il mondo!
Avrei enorme piacere se qualcuno di voi "piccoli autori" mi mandasse qualche commento, perché, anche se sono autore, non sono sempre sicuro di fare tutto giusto! E con questo romanzo ho qualche dubbio, soprattutto sull'inizio. Dunque fatemi il piacere: leggete numerosi (magari segnalate questo forum anche ai vostri compagni e amici) e fatemi sapere cosa ne pensate. Ci sono anche i prossimi capitoli qui sotto, e vorrei che un buon mumero di voi "rispondesse all'appello"!
(Per scrivere le vostre impressioni, potete anche aprire una discussione nuova in questo stesso forum, così i capitoli del romanzo rimangono quasi in fila ordinata)
Buona lettura,
Georg


P.S.:
Questa è la nuova versione, revisionta e rivista. Quella precedente era un po' lunga e lenta. Ora credo che scorra meglio!

admin
Forum Admin


846 Messaggi

Inserito il - 23/01/2004 :  07:54:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
TEO CORRE VELOCE

di Georg Maag



PARTE PRIMA: LE INDAGINI


Capitolo 1
Carlo si ricorda


Se mi chiedete quando ho visto Teo per la prima volta, vi stupirò, perché mi ricordo benissimo quel giorno. Mi ricordo tutto, persino l’ora e cosa stavo facendo.
Non è da me. Non ne azzecco una. Date? Impegni di lavoro? Giorni di festa? Niente da fare, sono una frana, persino quando devo ricordarmi gli appuntamenti sono un completo disastro.
Mi succedeva già da piccolo, e non sono mai riuscito a migliorare, nonostante i miei sforzi. Anzi, peggioro con l’età. Quando avevo una o due settimane, sono caduto dalla bilancia e ho battuto la testa. Non so se vale come scusa. Almeno sarebbe una spiegazione.
Più o meno tre anni fa uscivo con Anna. Aveva vent’anni, bella come il sole ed estremamente romantica. Io ne ero innamorato, mi piaceva da morire e ci vedevamo quando potevamo, tra i corsi o un esame all’Università. Un giorno avevamo un appuntamento in un bar. Lei arriva, la saluto e chiedo se vuole un caffè. Mentre beve il caffè mi guarda strano. Viene fuori che è arrabbiata con me: mi sono dimenticato il nostro primo “mesiversario”. Ci tiene tanto a queste date, per lei sono estremamente importanti. Non sopporta le persone che se ne dimenticano. Mi ha tenuto il muso per almeno una settimana e mi sono giurato che non avrei mai più dimenticaro una nostra data importante.
Che vergogna: mi sono dimenticato anche il mesiversario successivo. Niente da fare. L’avevo scritto sull’agenda. Avevo lasciato un bigliettino sulla scrivania, ma l’ho perso. Sparito sotto mille altri biglietti. Fatto sta che mi sono nuovamente dimenticato e Anna mi ha lasciato. Non ha mai più voluto nemmeno rivolgermi la parola, talmente era rimasta male. Un po’ la capisco, ma forse è meglio che sia finita subito. Se fossimo rimasti assieme, avremmo litigato ogni mesiversario, compleanno, a Natale e a Pasqua, ogni anniversario del matrimonio, compleanno e onomastico dei figli e chissà quali altri giorni importanti ancora. Un inferno per uno come me! È già tanto che arrivo puntuale al lavoro…
Ho perso il filo? Che cosa stavo dicendo? Ah, già: Teo! Pensate quanto sia eccezionale che io mi ricordi il giorno preciso in cui ho visto Teo per la prima volta.
Era il 3 settembre, dunque più di un anno fa. Abitavo da pochi giorni nella mia mansarda accanto a piazza Cavour. Dovevo ancora portare i libri da casa dei miei alla casa nuova. Quel giorno avevo la macchina parcheggiata in seconda fila con il baule aperto e stavo prendendo una pila di libri quando è passato Teo.
Non so perché mi sono accorto di lui, forse era per quella sua camminata strana che mi ha colpito. Ho alzato la testa, mi sono asciugato il sudore dalla fronte e l’ho osservato. Può darsi che fosse la sua stampella a fare un rumore inconsueto o mi stavo semplicemente rilassando un attimo. La schiena mi faceva impazzire a forza di portare libri pesanti su per cinque piani. Ovviamente la mia mansarda non possiede un ascensore. E avevo fatto almeno sei o sette volte quei maledetti piani a piedi quando Teo è passato di lì.
Potrebbe però esserci un’altra ragione per accorgermi di lui: qualche volta ho come la sensazione che ci siano persone che si “sentono” non con l’orecchio, che non si “vedono” con gli occhi, ma che ci colpiscono in un modo diverso, forse a livello inconscio. Fateci caso: magari vi è già capitato di vedere entrare una persona in una stanza piena di gente e di sentire che quella persona è speciale, e ti rendi conto che anche gli altri hanno la tua stessa sensazione. Lo capisci dalle teste che si girano, dagli sguardi o dall’attimo di silenzio che è calato sulla stanza.
Ma no! Saranno sciocchezze. Teo mi stava guardando ed io mi sono girato. Una semplice coincidenza. Tutto lì. Succede.
E invece non è andata così, pensandoci bene, perché Teo, quella volta lì, non mi aveva nemmeno visto, e dunque non posso essermi sentito osservato. E non era presente nessun altro, in quel momento. C’ero io, che non avevo più voglia di portare quei maledetti libri al millesimo piano e che per prendermi del tempo stavo fumando una sigaretta, e c’era Teo, che in quel momento stava passando dall’altra parte della strada con la sua stampella che faceva “clic…clic” sulle pietre.
Guardava dritto davanti a se e camminava male; avanzava lentamente tra la facciata della casa e le macchine parcheggiate. I suoi fianchi si contorcevano in un accenno di ballo ogni volta che avanzava con il piede sinistro. Doveva essere faticoso camminare a quel modo, con lo zaino pesante che lo disturbava nel movimento. Teo aveva un’espressione dura e decisa, per niente normale per un bambino della sua età; teneva le labbra serrate e lo sguardo rivolto in basso. I ciottoli grossolani della pavimentazione di piazza Cavour saranno anche belli, ma sono scomodi. Già quando fa bello, si rischia di prendere una storta, ma quando piove, quei ciottoli diventano scivolosi e impraticabili.
Ma sto perdendo di nuovo il filo del racconto.
Mentre ancora seguivo Teo con lo sguardo, da via Della Rocca sbucano tre ragazzi in jeans e maglietta e con le scarpe da tennis slacciate. Uno di loro, alto e con la maglietta della Juve, aveva i capelli neri dritti sparati con il gel, la fronte bassa e la tipica espressione da prepotente. Il classico ragazzino tutto calcio e niente libri, che da grande non avrà da traslocare mille libri, pensavo con un po’ di invidia! Masticava una gomma e faceva rimbalzare un pallone da calcio sui ciottoli. Ogni passo un rimbalzo. Discuteva con il compagno alla sua sinistra. “Sei scemo!” disse, “sei proprio scemo!” E rideva a voce alta. “Se lo beccavo io al tuo posto, gli facevo vedere chi era il più forte…” Rideva e faceva rimbalzare la palla. “È un fighetto, si dà un sacco di arie. Se la tira, ‘sto amico, perché i suoi sono due pezzi grossi e se la tirano un sacco. L’avesse fatta a me, lo sistemavo io, ci puoi scommettere!”
Erano sullo stesso lato del marciapiede di Teo. Presto lo avrebbero raggiunto.
Non avevo un buon presentimento, me lo ricordo ancora come se fosse successo ieri. Dentro di me una voce diceva: “ragazzino, stai attento! Guai in avvicinamento…”
“Potremmo chiedere a lui se vuole giocare in porta!”, disse il terzo ragazzo, il più piccolo dei tre. Aveva visto Teo. “Lo conosco, abita qui vicino.”
Il capo si girò verso di lui.
“Che idiota che sei, Marco!” esclamò. “Cosa vuoi che ce ne facciamo di uno che non riesce nemmeno a camminare dritto? Sembra una scimmia!” E cominciò a ridere. Era una risata grossolana e sfottente.
Il ragazzo più piccolo fece spallucce e non disse più niente. Il capo aveva preso gusto. “Potrebbe fare il portiere sul pianeta delle scimmie!” Passò la palla al compagno e cominciò a scimmiottare un gorilla, dondolandosi pesantemente sulle gambe ricurve e con le braccia alzate in alto e le mani rivolte verso il basso. “Uhh, uhh!” Rideva.
Avevo una gran voglia di prenderli per le orecchie, quei tre. No, meglio a calci nel sedere! Non sopporto le ingiustizie, ancora di meno quando vengono da mocciosi che non hanno nemmeno imparato a fare la pipì senza farla fuori dalla tazza.
I tre erano giunti all’altezza del passaggio pedonale. Dall’altra parte li aspettava il parco.
“Uhh, uhh!” gridavano in tre. “Scimmia, scimmia!”
Teo faceva finta di niente. Tirava dritto, per così dire, per la sua strada, avanzando a velocità di tartaruga. Teo non gli dava nessuna soddisfazione. Il più grande dei ragazzi perse la voglia di continuare a sfottere qualcuno che non reagiva. Fece spallucce, si riprese il pallone e gli diede un gran calcio, facendolo volare oltre la strada e le macchine parcheggiate fin quasi al centro della piazza. “Chi arriva ultimo va in porta!”
Tutti e tre partirono di corsa, gridando e ridendo, prendendosi a spintoni e tirandosi per la maglietta. In un attimo avevano raggiunto il centro del piazzale dove altri ragazzi li stavano già aspettando.
Teo aveva sentito ogni parola. Eppure faceva finta di niente e continuò lentamente e a fatica per la sua strada. Ancora pochi passi contorti e sparì dietro l’angolo di via Plana. Qualcosa in lui mi faceva pensare ad una tartaruga. Avevo visto un documentario, e mi era rimasto impresso quel modo strano di avanzare piano piano senza arrendersi mai, continuando imperterrite con la testa in avanti e la faccia seria, gli occhi concentrati su qualche punto lontano. Già appena nate sembrano vecchie. Non si fermano davanti a niente, né davanti al pericolo, né davanti ad un ostacolo, non si fermano proprio mai. Ecco, Teo mi ha dato questa idea, la prima volta che l’ho visto.
Ci rimasi un po’ male. Stetti lì a fissare i ragazzi e i bambini che giocavano nella piazza, ma poi decisi che era meglio darmi una mossa e pensare ai fatti miei.
Buttai la sigaretta e poi presi una pila di libri. Erano volumi di storia, che sono sempre più grossi e più pesanti degli altri, dovetti lasciarne almeno la metà nella macchina per il giro successivo.
Le mansarde saranno anche belle e romantiche, mi dissi, salendo lentamente le scale, ma probabilmente sono abitate da persone che non leggono o che sono così ricche da potersi pagare un trasloco.
Arrivato al quinto piano col fiatone ero tutto sudato e odiavo i miei libri di storia delle Superiori. Perché non li avevo venduti? Avrei risparmiato fatica e avuto qualche euro in tasca. Avrei dovuto pensarci prima.
Di Teo mi ero già completamente dimenticato...

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Lara
piccolissimo scrittore


24 Messaggi

Inserito il - 03/02/2004 :  19:21:20  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Salve!
È bene accetto anche il commento di un' "intrusa"? Mi definisco tale perché non sono né una bambina (non più almeno!) né tantomeno una maestra (sto ancora studiando e comunque non credo sia la mia vocazione!).
Sono finita su questo sito per puro caso e mi ha fatto un bene immenso.

Ho sempre adorato scrivere e non so cosa avrei dato per un corso di scrittura creativa quando ero alle elementari! Va beh, poco male, sono sempre in tempo per imparare.
Tornando all’argomento della discussione, "Teo corre veloce", volevo semplicemente esprimere i miei più calorosi complimenti all’autore perché il capitolo che ho potuto leggere mi ha letteralmente catturata! Bellissime le "divagazioni" che hanno ulteriormente caratterizzato il personaggio iniziale e le descrizioni di Teo e degli altri ragazzini.
Da lettrice non vedo l’ora di poter leggere il libro intero! Magari in libreria molto presto?!

Più in generale, però, volevo complimentarmi per l’intero progetto. È magico, trasmette qualcosa di magico, vedere che ci sono così tanti bambini che amano leggere, che sono curiosi e soprattutto che vogliono esprimere se stessi attraverso un atto creativo quale quello della scrittura.
E rassicura il sapere che ci sono maestre e autori che si impegnano perché ai bambini questa possibilità venga data.
Se penso che per anni ho scritto solo per me stessa quando invece la bellezza di un atto creativo sta proprio nella condivisione con gli altri! E per condividere non devi necessariamente essere uno scrittore nato, devi semplicemente amare quello che stai facendo.
Spero con tutto il cuore che il progetto di scrittura creativa possa estendersi sempre di più, chissà magari in tutta Italia, perché a tutti bambini sia data la possibilità di crescere anche grazie a qualcosa di speciale come la fantasia e l’immaginazione.
In bocca al lupo per tutto!
Aspettando Teo…

Lara

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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 08/02/2004 :  10:32:05  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
È bene accetto anche il commento di un' "intrusa"?
Certo che lo è! E poi, ci sono intrusi nella letteratura? Tutti, quando leggiamo, entriamo in punta di piedi nella vita e nella testa di un autore...

Da lettrice non vedo l’ora di poter leggere il libro intero! Magari in libreria molto presto?!
E chi lo sa? Per prima cosa, mi mancano ancora una decina di capitoli. Infatti sarà un libro lungo, all'incirca lungo come Harry Potter III, e si svolgerà a Torino e a Berlino. Devo trovare il tempo, ma cerco anche stimoli da parte dei miei lettori, piccoli o meno piccoli, perché voglio sapere cosa ne pensano veramente. Dunque fate girare la voce tra amici e conoscenti. Più leggono, più scriveranno, e meglio saprò se questa forma piace oppure no.
Questo per me è un romanzo molto speciale, ad ampio respiro, e l'antagonista di Teo, un individuo anziano e potente che vive in un castello alle porte di Torino, sembra che non sia piaciuto molto alla casa Editrice (la prima per libri per bambini in Italia) alla quale avevo inviato il romanzo. E' un uomo malato di potere, immensamente ricco, che odia i bambini, e sta controllando tutti gli adulti e buona parte dei bambini attraverso un meccanismo terribile...
Ma non voglio togliervi il gusto di scoprirlo da soli!
Se non troverò nessun Editore, credo che farò uscire Teo in autofinanziamento. Ci sono persino già quasi tutte le illustrazioni a china (se riesco, e se vi interessa, ne metterò una qui nel forum)

...la bellezza di un atto creativo sta proprio nella condivisione con gli altri! E per condividere non devi necessariamente essere uno scrittore nato, devi semplicemente amare quello che stai facendo...
Hai proprio ragione, Lara. Questo è il vero messaggio che bisogna far capire ai bambini e alle maestre! Bravissima!
Allora ci sentiremo ancora, mi sa.
Georg


Modificato da - Georg Maag in data 08/02/2004 10:39:18
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 11/02/2004 :  13:54:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

Capitolo 2
Teo corre veloce (prima parte)


“Drindrindrin.”
Un rumore fastidioso, che arriva da lontano.
“Drindrindrin.”
Il rumore si fa strada, il fastidio cresce. Non c’è modo di toglierlo, si fa strada nella mente di Teo come un coltello caldo in un pezzo di burro.
Teo è perso nel suo sogno. Non vuole svegliarsi.
“Drindrindrin.”
La sveglia, però, è un freddo meccanismo inventato appositamente per disturbare chi vorrebbe dormire. Il suo cuore di metallo non ha sentimenti e non conosce pietà. Vuole interrompere il sogno dei sognanti. Deve interromperlo. E lo fa.
“Drindrindrin.” Teo dà deboli segni di vita. La stanza è al buio. Grugnisce, si gira e fa uscire la mano da sotto le coperte. A tastoni cerca la sveglia sul comodino. La spegne e si rimette subito nella posizione di prima. Vuole continuare a dormire, perché era un sogno bello. E per un miracolo, ce la fa, torna dritto nel sogno.
È estate, fa caldo. Teo corre su una spiaggia deserta. Una baia enorme, che sembra non finire mai fino all’orizzonte. Una sottile striscia di paffute nuvole bianche segue la dolce curva della baia. Corre, Teo, corre più veloce del vento; ad ogni falcata alza le ginocchia fin quasi al petto e le braccia piegate si muovono al ritmo dei passi. Corre come un atleta. La sabbia è dura e umida sotto i suoi piedi, il vento sa di sale e gli fischia nelle orecchie. L’ombra al suo fianco saltella come uno folletto impazzito ad ogni falcata.
Teo è felice. Non gli capita mai. O quasi. Quanto è bello correre a perdifiato! Quanto è bello essere felice! Quanto vorrebbe che non finisse mai!
Di colpo, però, qualcosa nel sogno cambia. Teo si rende conto che non è solo sulla spiaggia. C’è una traccia nella sabbia. Prima non c’era. Una traccia strana. Teo alza lo sguardo. Davanti, ad un centinaio di metri, qualcuno corre nella sua stessa direzione. Un bambino. Ma più che correre, avanza zoppicando, trascinandosi dietro la gamba sinistra con grande sforzo. È ovvio che il bambino ha grossi problemi alla gamba e al piede sinistro. Per quanto si sforzi, non riesce proprio ad andare veloce. Teo si avvicina ad ogni falcata. Gli ci vuole poco per raggiungere il bambino, guadagna terreno con ogni secondo che passa. Ora sente il respiro affannato del bambino che non riesce ad aumentare la sua velocità. Avanza senza speranze. Per qualche strana ragione Teo sa che il bambino non vorrebbe farsi sorpassare, che si impegna a morte per stargli davanti.
Ogni suo tentativo è inutile… Teo ormai lo ha raggiunto.
Per un attimo corrono affiancati. Il bambino gira la testa, il volto una maschera di disperazione e dolore, fa una fatica enorme. Il suo corpo è teso e dolorante per lo sforzo, i capelli neri sono inzuppati di sudore. Teo, leggero come una piuma, lo sorpassa.
Per un attimo Teo è contento che lo ha passato. Però la gioia gli dura poco. Quando gira la testa senza rallentare la corsa, s’accorge di un fatto strano: lui stesso non ha lasciato nessuna traccia sulla sabbia. L’altro bambino, sì: è una traccia irregolare, con le impronte normali del piede destro e una lunga linea a zigzag, lasciata dal piede sinistro che si trascina dietro.
Adesso Teo capisce, sente un brivido freddo corrergli sulla schiena. Sa che il sogno è finito, e con esso è finita anche la sua felicità...
“Teo?!” La voce della mamma arriva attraverso il rumore del vento e delle onde. “Non hai sentito la sveglia?”
“Hmmm!”
Un ultima onda si infrange sulla spiaggia, ma il rumore sparisce di colpo. Una mano gli tocca la fronte. “Sei tutto sudato. Stavi sognando? Hai spento la sveglia ma poi ti sei riaddormentato.”
“Hmmm!”
Teo non ce la fa proprio a parlare, appena sveglio. Non parla. Invece e odia tutti, soprattutto chi lo sta svegliando. Gli ci vuole sempre almeno un quarto d’ora per riuscire ad esprimersi con parole compiute. Ma ora si sforza ed annuisce ad occhi chiusi, per far capire alla mamma che è sveglio, altrimenti non lo lascia in pace. La mamma è una persona che non molla mai l’osso, simile ad un mastino dei cartoni animati. Inoltre, le immagini del sogno continuano a perseguitarlo. A pensarci bene, non era affatto un bel sogno, qualcosa di questa storia gli ha lasciato una brutta sensazione e…
“Ti conviene aprire gli occhi e spicciarti, altrimenti farai tardi. Ricordati che oggi è il giorno della visita al Museo Egizio! Devi essere davanti alla scuola alle otto meno venti precise per salire sullo scuolabus. Dai, sbrigati, e lavati la faccia!” Ed esce dalla stanza per preparare la colazione.
Teo tira giù le coperte e mette un piede fuori del letto. Rimane qualche secondo così, con gli occhi chiusi e brandelli dell’incubo che ritornano. Non vuole riaddormentarsi, a nessun costo! Si alza e va lentamente in bagno. Con uno sforzo notevole scaccia l’incubo, concentrandosi su quello che farà oggi a scuola.
L’idea della visita al museo gli piace. Tutte le gite piacciono a Teo. Per lui, le gite scolastiche significano vedere posti nuovi, cose nuove e, soprattutto, non si va a scuola per un giorno.
Mentre è in bagno con la faccia insaponata, gli viene in mente qualcosa. Va in camera sua e accende il computer. Ritorna in bagno, si sciacqua la faccia e si asciuga. Poi si pettina, pur sapendo che quest’ultima operazione, come sempre, sarà completamente inutile. Quando si hanno dei capelli ricci e ribelli come i suoi, nemmeno passare il pettine nei capelli bagnati serve a qualcosa. Se poi ha sognato e sudato a letto, i capelli sono un disastro. Sono un nido d’uccello con tanti boccoli neri impazziti che escono da tutte le parti! La mamma sostiene che un giorno qualche uccello gli si sarebbe posato in testa per deporre le uova. A Teo piacciono. Si vede come un “Rastaman” della Giamaica, uno con i dread-locks, come Bob Marley. L’anno scorso, suo padre gli parlò di Bob Marley, facendogli ascoltare i suoi vecchi dischi. A Teo il Reggae piace.
In un comò, nel garage, Teo qualche mese ha fatto una scoperta: una maglietta tutta nera e strappata. Il papà la usava per pulirsi le mani. Mostra la foglia di una pianta e sotto la faccia di Bob Marley. Deve essere piaciuto molto a suo papà, Bob Marley. Peccato che la maglia fosse tutta piena di buchi, altrimenti Teo l’avrebbe messa. Se non fosse assolutamente vietato dai suoi, si farebbe persino crescere i dread-locks. Gli piacerebbero da matti. Ma sua madre da quell’orecchio proprio non sente, e anche suo padre non ne vuole sapere. A Teo sembra quasi incredibile che vent’anni fa suo padre aveva una maglietta così. Oggi è sempre ben vestito quando va a lavorare, e anche una domenica sì e una no porta la camicia.
Purtroppo Teo non sa suonare nessuno strumento. In compenso gli piace cantare, preferibilmente quando è solo, perché è stonato da morire. Ora gli viene voglia. Vuole togliersi il sogno dalla mente. Magari cantare serve a questo. Ma appena si mette davanti allo specchio e comincia: “No woman no cry….!”, tenendo la spazzola come microfono, la voce rabbiosa della mamma arriva dalla cucina.
“Vieni a fare colazione! Teo!!!” grida.
Questa mattina la mamma non è in vena di scherzare. Allora Teo fa una smorfia allo specchio, ripone il microfono sul mobiletto del bagno, risponde “arrivo!”, s’infila i jeans ed una maglietta rossa con la faccia di Bob Marley ma senza la foglia verde a cinque punte, si fa la lingua allo specchio, prova a fare un sorriso non troppo riuscito e finalmente esce dal bagno.
Ma invece di andare subito in cucina, Teo ritorna davanti al computer in camera sua e clicca sull’icona del programma di posta elettronica. Mentre il programma si avvia, Teo accende le casse del computer ed alza il volume al massimo. Quando la pagina del programma è aperta e pronta, Teo clicca sulla scritta “connetti”. Fatto questo, Teo va cucina.
“Tra dieci minuti dobbiamo essere in macchina.” La mamma aiuta Teo a salire sulla sedia. Ha preparato una tazza di caffelatte e due fette di pane appena tostate sulla tovaglia a quadretti rossi e bianchi. Teo spalma il burro sulle due fette e poi versa una quantità industriale di gelatina di more sopra al burro che nel frattempo si è fuso. “Hmmm!” dice. La gelatina si mescola al burro fuso. Teo addenta la prima fetta. Gli piace da morire: appena tiepida, dolce e leggermente salata allo stesso tempo. Non rinuncerebbe a questa colazione per nessuna ragione al mondo.
Teo è un po’ maniaco. Nell’armadietto ad angolo della cucina devono rimanere almeno tre vasetti di gelatina da aprire. Solo l’idea di rimanere senza gli fa venire i brividi. Come Linus quando gli rubano la copertina! Teo si fa portare la gelatina di more dalla Francia, preparata in casa dallo zio Maurice (che poi sarebbe lo zio Maurizio, ma visto che da trent’anni abita in Bretagna, tutti in casa lo chiamano Maurice). Ogni volta che finisce un vasetto, Teo controlla nell’armadietto quanti ne rimangono. Se ce ne sono soltanto più tre, manda una e-mail allo zio Maurice, il quale poi gliene porta di nuovi quando viene a Torino. Quelle in commercio fanno proprio schifo a confronto. Effettivamente la gelatina è ottima: in Bretagna le more crescono sul bordo del mare all’aria pulita.
Fortunatamente qualcosa distoglie Teo dall’ansia di rimanere senza gelatina. Alla tele danno il telegiornale della mattina. Teo mastica e osserva le immagini sullo schermo senza prestare troppa attenzione. Non gli piacciono i telegiornali. Mai notizie interessanti per ragazzi. Parlano sempre di politica, crimini, terribili disastri, calcio e borsa. Notizie noiose che mettono angoscia. Qualcosa di normale non c’è mai. A Teo le notizie del telegiornale fanno passare la voglia di diventare grande. Quale bambino sano di mente vorrebbe mai crescere in un mondo del genere, fatto di persone che si ammazzano, che inquinano, che rubano, che sparlano degli altri e che si fanno continuamente del male? “Bello schifo,” pensa Teo mentre si lecca una goccia di gelatina di more e burro fuso dall’indice destro.
Quando Teo è già alla seconda fetta di pane tostato, lo speaker alla tele nomina “Blade-Mistress”, il suo gioco elettronico preferito. Alla tivù inquadrano un uomo anziano, con i lunghi capelli bianchi ondulati ed ingialliti, seduto ad una scrivania gigantesca. È abbronzato, ma ha delle chiazze più chiare qua e là sulla pelle rugosa. A Teo è antipatico da subito. L’uomo guarda dritto nella telecamera. I suoi occhi sono grandi e sporgenti come quelli di un rospo. Le labbra carnose danno l’idea di un sorriso. Ma è un sorriso da uomo adulto e potente, come se ne vedono qualche volta alla tivù, sorrisi che non esprimono nessun divertimento perché non raggiungono gli occhi. In effetti, gli occhi dell’uomo sono freddi e attenti. Non parla. Sorride solo. Freddo come il ghiaccio. E molto sicuro di sé. Indossa una giacca nera gessata e tiene le due mani abbronzate appoggiate sulla scrivania. Sull’anulare destro spicca un grosso anello d’oro con dei simboli incisi. Mentre Teo osserva l’uomo, gli sembra un pescecane che sta per ingoiare il primo pesciolino che gli passerà davanti.
“Il Gran Cavaliere Luponi ha dichiarato ieri mattina di aver acquistato il gigante americano della Mondo-Toys, la seconda industria mondiale dei giocattoli elettronici. La Mondo-Toys è proprietaria del famoso gioco Blade-Mistress, il più venduto in tutto il mondo. In seguito a questa notizia, alla Borsa di Milano le azioni della ‘FIGT’, la ‘Fabbrica Italiana di Giocattoli a Torino’, hanno vissuto un aumento del 350% solo nell’ultima ora delle contrattazioni! Ora ci colleghiamo con il nostro inviato alla borsa di Tokyo, dove in apertura il titolo ‘FIGT’ ha moltiplicato per dieci il suo valore…”
“QUAAAK!” Dal corridoio arriva improvvisamente una specie di starnuto d’anatra a volume altissimo. E subito dopo un altro.
“Santo cielo!” esclama la mamma, scattata in piedi come morsa da una tarantola. Per lo spavento ha versato del caffè sulla tovaglia. “Ma sei impazzito, Teo?! Non puoi tenere basso il volume del computer, per l’amor del cielo? Mi hai fatto venire un colpo!” Le tremano le mani.
“Scusa!” dice Teo con aria solo vagamente colpevole, scivola giù dalla sedia, beve l’ultimo sorso di caffelatte, prende la fetta di pane e la porta in camera sua. Si siede al computer ed abbassa il volume delle casse. Lo aveva alzato per sentire se ci fosse una e-mail. Quando arriva una e-mail, dalle casse esce quel suono d’anatra starnazzante. L’ha scelto Teo, perché gli piace quel suono, lo trova buffo. Peccato che stamattina abbia decisamente esagerato con il volume.
La mamma lo ha seguito fino in camera. Brutto segno. Quando la mamma lo segue ha l’aria di quel bulldog dei cartoni animati che dà la caccia al povero gatto Silvestro, solo che ce l’ha con Teo: “Veramente, Teo”, dice, “non è il caso di collegarti alla linea telefonica mattina e sera! Basta una volta al giorno!”
Teo è concentrato sullo schermo mentre si infila l’ultimo boccone del panino in bocca. “Ho due lettere nuove!”, dice masticando. Clicca sul simbolo della prima, che si apre. “Ah, è di Maria Pia.”
Dire “Maria Pia” con la bocca piena non è facile. Ne esce un grugnito strano.
La mamma non molla la presa. “Teo, dobbiamo andare! Ascoltami per una buona volta!”
Teo manda giù l’ultimo boccone e legge ad alta voce: “Maria Pia mi scrive: Sei sempre il solito! Che fai? Invece di leggere le tue e-mail a quest’ora del mattina dovresti fare in fretta. Altrimenti arriverai in ritardo per la visita al Museo Egizio”. Teo ci rimane un po’. Non si aspettava un messaggio così, e per di più leggendolo ad alta voce in presenza della mamma. Lancia un’occhiata alla mamma.
“Si vede che Maria Pia ti conosce”, sorride lei soddisfatta. “Meno male che qualcuno dei tuoi amici ha la testa a posto.”
L’altra lettera ha come mittente “Prof.”. Teo non conosce nessuno che si firmi così. Sotto la voce “oggetto” c’è scritto: Attenzione a Blade-Mistress!
“Strano”, mormora Teo e sta per cliccare sull’icona per aprire la lettera.
Ma la mamma lo blocca. “Basta!” dice. “La leggi stasera! Spegni quel computer!”
Quando la mamma usa troppi punti esclamativi, a Teo non rimane altro da fare che obbedire. Dev’essersela proprio presa, prima, per quel rumore d’anatra...
Pochi attimi dopo entrano nell’ascensore. Teo s’infila la giacca mentre scendono. In una delle tante tasche mette la mela che si è portata per merenda al Museo Egizio. Teo adora le tasche. Non ce ne sono mai abbastanza per le sue cose.
Quando l’ascensore si ferma nell’atrio sono le 7.25. Quindici minuti giusti per uscire di casa, entrare in macchina ed arrivare davanti alla scuola di Teo. Devono fare in fretta.
Dall’ascensore fino al portone in vetro ci sono ancora dieci scalini di marmo.
“Oggi ti porto io”, dice la mamma, e lo prende in braccio. Teo la aiuta, attaccandosi al collo della mamma che lo porta fino al portone.
“Stai diventando sempre più pesante, Teo”, dice la mamma mentre lo mette giù. “Tra poco non ce la farò più.”
Teo sorride. “Colpa tua, che cucini bene!” Le apre il portone di casa. “Dopo di lei, cara signora”, dice e fa un cenno d’invito per far passare la mamma che corre fuori per prendere la macchina. Hanno un parcheggio riservato, ma è spesso occupato da automobilisti irrispettosi.
Teo esce ed aspetta che la mamma arrivi. Poco dopo la macchina si ferma accanto al marciapiede. La mamma lo accompagna alla portiera. Quando Teo si è seduto, chiude la portiera e torna di corsa al posto di guida. Parte facendo sgommare le gomme.
Quando ha fretta, la mamma guida come un pilota di formula uno: sta appiccicata alle macchine davanti, sorpassa a destra, suona il clacson, guida sulle carreggiate di autobus e tram, svolta a destra con il semaforo rosso. Inoltre parla e gesticola tutto il tempo. A Teo non dà nessun fastidio, anzi, gli piace correre in macchina con sua madre. Sta tranquillamente seduto, con un grosso sorriso sulle labbra, ed ogni tanto le dà qualche consiglio, tipo: “quello lì, sorpassalo prima che puoi!”, oppure: “attenta alla vecchietta in bici!” E si diverte un mondo quando la mamma insulta qualche poveretto che ha osato protestare per un sorpasso da destra.
Oggi, incredibilmente, il traffico di Torino non è caotico e nevrotico come al solito. Forse perché oggi c’è il sole, ieri c’è stato il vento a pulire l’aria, e così in lontananza, in fondo a Corso Re Umberto, si possono vedere le montagne nitide e bianche. Una giornata così a Torino è rara, ripaga dei giorni di nebbia e smog invernali.
Quando la mamma in meno di due minuti riesce a fare il giro del monumento del re d’Italia in Corso Vittorio, tutti e due sanno che arriveranno in tempo al pullman della scuola.
Per un bambino come lui, correre in macchina è l’unico modo di poter correre nella vita. Lui corre solamente in macchina con la mamma. Ed ogni tanto anche nei sogni...
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 25/02/2004 :  15:42:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 3
Il secondo racconto di Carlo


Quando è stata la seconda volta che ho visto Teo?
Me lo ricordo benissimo!
No, stavolta non c’è niente di strano. Non c’entrano il caso, il fato, il destino. Non c’è nulla di misterioso o sovrannaturale nel fatto che mi sia rimasto impresso anche l’incontro successivo con Teo. Intanto erano trascorsi solo pochi minuti dal primo incontro, e perciò la storia era ancora fresca e non ho avuto problemi, dopo, a mettere i due avvenimenti nello stesso cassetto della mia memoria. Ecco perché mi ricordo sia l’uno, sia l’altro.
Avevo fatto ancora un ultimo giro fino alla macchina per prendere i libri rimasti. Arrivato in mansarda avevo buttato i libri su una delle tante pile nel centro della stanza. In casa c’erano libri dappertutto. Dovevo stare attento a dove mettevo i piedi, tanti libri c’erano. D’altronde non avevo nessuna voglia di metterli subito in ordine negli scaffali. Ero stanco e senza fiato. Sapevo che avrei dovuto scendere abbastanza in fretta per spostare la macchina rimasta parcheggiata in seconda fila. Non avevo intenzione di prendermi l’ennesima multa per un parcheggio sbagliato. A Torino i vigili sono terribili. Se eccezionalmente hai bisogno di un vigile, non lo trovi nemmeno se piangi in cinese. Ma se lasci la macchina parcheggiata fuori dalle strisce, anche solo un attimo, giusto per fare il biglietto al parcometro, allora i vigili si scatenano. Diventano feroci, ma agiscono solo se tu non li vedi. Ho l’impressione che si nascondano dietro agli angoli, o dietro le altre macchine parcheggiate, probabilmente persino accovacciati col fiato sospeso, e appena tu ti allontani per fare il biglietto… ecco che ti appioppano una multa.
Torino deve essere la città con più macchine e meno parcheggi al mondo, l’unica dove si costruiscono macchine però si tolgono i posti dove parcheggiarle. Un incubo per i torinesi, un paradiso per i vigili, insomma. In qualsiasi posto, piazza o strada dove passano, possono distribuire multe a piene mani. Riescono persino a dare le multe a mezzanotte, roba da fare impallidire un poliziotto americano dei telefilm, che a quell’ora probabilmente sta già dormendo nel lettuccio caldo.
Ma sto perdendo il filo del racconto. Se mi dovesse capitare di nuovo, interrompetemi subito! Non volevo parlare dei vigili. Volevo parlare di Teo: non avevo ancora ripreso il fiato per riscendere le scale e spostare la macchina. Mi facevano male le braccia e la schiena a forza di fare scale con i libri. Un’altra delle ingiustizie della vita. Io, che passo ore ed ore a leggere da quando sono piccolo, non ho il fisico allenato per poi portare tutti i miei libri da una casa all’altra. Quel ragazzo prepotente di prima non fa altro che correre: avrebbe il fisico per trasportare libri, ma non ne ha. Così è il mondo. Però mi sto perdendo di nuovo!
Per evitare di trovarmi la multa sotto il tergicristallo, mi ero messo sul minuscolo balconcino della camera da letto, proprio accanto alla facciata della chiesa. Da qui potevo vedere la macchina sotto, tutta la piazza ornata di alberi (nel centro i ragazzi facevano la loro partita a pallone urlando come ossessi), e vedere uno spicchio del Po in fondo a via Giolitti. Dietro si alza la collina con in primo piano il monte dei Cappuccini, più a sinistra la basilica di Superga ed in lontananza i ripetitori della televisione. È incantevole la vista da casa mia, e mi calma sempre quando sono stanco o agitato per qualcosa. Secondo me ci sono poche case con una vista così spettacolare in tutta la città.
Stavo lì tranquillo, mi ero aperto una lattina di birra calda, avendo dimenticato di accendere il frigo. Stavo bevendo e fumando una sigaretta e guardavo fuori. Ogni tanto davo una sguardo alla macchina proprio sotto. Avevo lasciato il baule aperto e le frecce accese, ma ho già spiegato come sono i vigili, e non mi fidavo per niente. Probabilmente per loro sarebbe stato una soddisfazione maggiore dare una multa ad un poveretto che era nel bel mezzo di un trasloco! Era meglio controllare. Però non c’era traccia di vigili, e chissà perché, mi sono sporto un po’ in fuori dal balcone per dare uno sguardo a via delle Rosine, sulla sinistra, praticamente nascosta dietro l’angolo della chiesa.
Quando mi sporgo molto, riesco a vedere l’imboccatura della via ed uno spicchio della casa proprio di fronte alla chiesa, ma solo la prima fila di finestre che danno su via delle Rosine. Fino a qualche anno fa c’era un Liceo privato nell’edificio, ma aveva chiuso, ed ora la casa è abitata da inquilini, almeno dal secondo al quarto piano.
Non so come mai, ma l’occhio mi è caduto subito sulla finestra del secondo piano. Forse perché era l’unica finestra ad essere aperta, forse perché la persona che stava alla finestra aveva il volto illuminato dalla luce del giorno mentre l’interno della stanza era buio. Teneva le mani appoggiate sul davanzale e lo sguardo fisso sulla facciata della chiesa di fronte a lui. Piangeva in silenzio. Lacrime gli scendevano sulle guance, e le spalle ogni tanto avevano un tremito, ma per il resto non si muoveva. Stava immobile, fissava il nulla e piangeva senza fare rumore. Non poteva sapere che qualcuno lo stesse guardando. Nessun’altra persona tranne me poteva vederlo, perché di fronte alla sua finestra c’è soltanto la facciata della chiesa, e io mi stavo sporgendo ben fuori dal mio balcone, rischiando l’osso del collo per guardarlo meglio. C’era della musica, nella camera, ma era troppo lontano e non riuscivo a capire che musica fosse. Poi mi giunse la voce allarmata di una donna che lo stava chiamando ripetutamente. Sentivo bussare forte. Ma lui non si muoveva. Le sue mani stringevano forte il davanzale della finestra. Guardava il nulla e piangeva in silenzio. Sembrava un attore tragico sulla scena di un teatro, ed era Teo.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 02/03/2004 :  08:43:15  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 4
Tutto quello che piace a Teo


Che Teo sia un bambino particolare, lo abbiamo capito da tempo. Sotto alcuni aspetti, è un ragazzo estremamente forte. Chi non lo conosce si domanda spesso come faccia ad essere così, nonostante i suoi problemi.
Se glielo chiedessi di persona, troverebbe facile rispondere. Teo la pensa così: “Se, quando sono nato, mi è stato tolto l’utilizzo di una gamba, se da un lato devo rinunciare a tante cose che gli altri ragazzi possono fare (per esempio giocare a calcio, correre o saltellare), vorrà dire che dall’altra parte mi è stato dato qualcosa che gli altri non hanno!”
Effettivamente Teo non ha tutti torti. Uscire di casa, fare la spesa, giocare, praticare sport e fare lunghe camminate fuori città sono tutte attività piacevoli. Sono chiamate anche “passatempi”, nel senso che portano via tanto tempo a chi lo fa. Teo, senza volere, raccoglie quotidianamente tutto questo tempo. Ha un personalissimo salvadanaio per il tempo, che rimane completamente a sua disposizione, ogni pomeriggio, mentre è costretto a stare in casa.
Teo legge molto, tantissimo e fa le parole incrociate. Ma non si può sempre e solo leggere e fare le parole incrociate. Ci vuole anche uno svago, altrimenti si impazzisce. I suoi genitori gli hanno comprato un computer, l’anno scorso alla fine delle elementari, e Teo ha scoperto un mondo tutto nuovo. All’inizio erano soprattutto i videogiochi ad attirarlo. Ne aveva a decine. Dopo i primi tempi ha cominciato ad usare il computer di più per altri scopi, per esempio per sentire i suoi CD di musica. Mentre studia, ascolta spesso musica. Lo usa anche per scrivere lettere e per fare disegni o gli schemi delle cose che deve studiare a scuola.
Però non è solo il fatto che Teo abbia a disposizione molto tempo a renderlo particolare. In verità, il tempo di per sé non conta, conta quello che si fa con il proprio tempo (altra cosa che ha imparato dal babbo). Se Teo dormisse tutti i pomeriggi a casa, se guardasse ore e ore di tivù, sarebbe un altro. Sarebbe un ragazzo zoppo e noioso.
A Natale i suoi gli hanno regalato un modem per collegarsi ad Internet. Da quel momento in poi, Teo si è messo ad imparare veramente tutto quello che poteva, a cominciare da Internet e dalla posta elettronica. Per fortuna, nella sua Scuola Media esiste una sala-computer. Qui, tutti i pomeriggi, un insegnante riceve gli studenti e spiega loro come si inizia ad usare Internet. L’insegnante si chiama Giovanni Tropea, ma per i ragazzi è diventato Little Mouse, il “topolino”, o anche solo Mouse. A scuola si sentono frasi come: “Vado un’oretta da Little Mouse”, oppure: “Ci vediamo da Mouse alle tre!” e “Ieri, Little Mouse mi ha spiegato come si salva una lettera sul floppy-disk.”
Se l’insegnante sa del suo nomignolo, non lo fa capire. È un bravo insegnante, Little Mouse, anche se ha l’alito un po’, come dire…? pesante. Probabilmente mangia aglio e cipolle tutti i giorni. In effetti, nell’aula aleggia sempre un certo odore sgradevole, come in una stanza dove la sera prima qualcuno abbia preparato la bagnacaoda.
Teo conosce bene l’alito di Mouse e l’odore della sala-computer. Ha passato pomeriggi interi in quell’aula. Ma non gli dà un gran fastidio. Con l’aiuto di Mouse ha imparato tante cose, e grazie ad Internet ha trovato altri ragazzi, sia in Italia che all’estero con i quali scambia lettere, opinioni, giochi e pezzi di musica. È stato lui stesso a trovare le sue amicizie, aiutandosi con il suo computer, mandando numerose e-mail ad altre scuole e a gruppi di studenti, persino negli USA, in Inghilterra e Spagna. Così, ora può contare quasi cinquanta indirizzi di amiche e amici nella sua rubrica della posta elettronica. Cinque o sei di questi sono amici della scuola o comunque sono di Torino e cintura. Gli altri abitano a Roma, Ragusa, Venezia, Parigi, Londra, Berna, Valencia e tante altre città del mondo. Uno di loro vive persino in Australia.
Chiaro che Teo non scrive ogni giorno a tutti! Nessuno avrebbe voglia, e nemmeno abbastanza tempo per farlo. Ogni due o tre settimane Teo manda una lettera a tutti. Se proprio non ha tempo, scrive una lettera nella quale spiega come sta e che cosa ha fatto di interessante, e poi la spedisce a tutti i suoi amici. Con la posta elettronica, si può fare in un attimo, e la lettera raggiunge automaticamente ogni persona che Teo ha scelto tra gli indirizzi di amici e conoscenti. Comodo...
Ma parliamo di quello che piace a Teo. Non è necessario scervellarci o fare indagini. Non c’è nemmeno il bisogno di chiederglielo. Come mai? Lui stesso ci dà una mano.
Teo ha un’idea abbastanza precisa di alcuni aspetti della sua vita, forse più di tanti adulti. Per esempio, lui ha una personalissima abitudine, che è quella di mettersi ogni tanto a scrivere. Stranamente non sul computer, bensì su un foglio di carta. Lo fa una volta ogni due o tre mesi, quando si sente un po’ giù. Qualche volta anche quando è arrabbiato. Che c’entra questo con le cose che piacciono a Teo? C’entra, eccome! Proprio la settimana scorsa ha preso un pezzo di carta e si è messo a scrivere una lista:


QUELLO CHE MI PIACE:

- Maria Pia (è carina)
- Il computer
- I giochi elettronici (BLADE-MISTRESS è il massimo!!!)
- Comunicare per posta elettronica
- La musica (Bob Marley e Carlos Santana!)
- Leggere i libri di Dahl



Poi – e qui sta il vero trucco – scrive un’altra lista, su un secondo foglio di carta. Elenca le cose che non gli piacciono, che non sopporta o che addirittura odia. Se la prima lista risulta più lunga della seconda, allora va tutto bene, ci pensa su e si tranquillizza. Se succede il contrario, se ha scritto più cose negative che positive, Teo sa che qualcosa non va. A dire il vero, fino ad ora questo non è mai successo, e Teo non saprebbe nemmeno cosa fare se accadesse. Ma rimane il fatto che per lui il trucco funziona, ed è quello che conta.
L’altra settimana voleva semplicemente controllare se stava bene. Ha preso un secondo pezzo di carta, ha pensato ben bene alle cose negative da scrivere e alla fine, oltre al titolo, ha trovato soltanto cinque righe da riempire. Eccole:

QUELLO CHE NON MI PIACE:

- Alzarmi presto al mattino
- Il fegato ai ferri – fa schifo
- Mangiare le cose verdi
- Il libro di Storia delle medie – bleah!
- La visita settimanale di fisiatria


Così si è tranquillizzato. Sul primo pezzo di carta c’erano sei righe, sul secondo solo cinque, e, a pensarci bene, non erano poi tutte cose così terribili. Vediamole assieme.
Alzarsi presto al mattino non è bello per nessuno, ma se non altro è il triste destino di tutti. Come si dice: mal comune, mezzo gaudio…
Il fegato ai ferri fa rivoltare i bambini di mezzo mondo, mentre i bambini dell’altra metà del mondo soffrono la fame, e dunque è meglio non lagnarsi troppo. Le cose verdi spesso non sono buoni: cavolini, broccoli, fave, ecc. Gli spinaci fanno eccezione.
Lo studente a cui piaccia veramente il proprio libro di Storia probabilmente deve ancora nascere.
La visita settimanale di fisiatria invece è tutto un altro capitolo. Anzi, vale un capitolo per sé. Lo vedremo più avanti.
Tutto lì, il trucco di Teo: scrivere due liste senza ingannarsi. Bisogna aggiungere che il tema della lista può variare. Che cosa scrive sul foglio dipende dalla situazione e da come si sente. Così, qualche volta il titolo del foglio era: “Quello che mi piace di Maria Pia”, seguito da: “Quello che non mi piace di Maria Pia”, un’altra volta ha scritto: “Quello che mi piace di me” e: “Quello che odio di me”.
Finiamo piuttosto il discorso iniziato: fin qua, sembra che Teo non abbia nessuna ragione per essere triste. O quasi.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 02/03/2004 :  08:45:53  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 5
Walter Gauss ha un sospetto


A Berlino, proprio davanti all’ingresso del castello di Charlottenburg, si trova una grossa piazza alberata chiamata Luisenplatz. Uscendo dal castello, e attraversando questa piazza, si imbocca un largo viale chiamato Schloss-Strasse. Davanti all’ingresso del castello c’è anche la fermata dei pullman e dei tram.
Giusto ora, un tram illuminato rompe il silenzio del mattino, si avvicina dalla sinistra facendo il giro della rotonda dello Spandauer Damm, raddrizza la sua corsa e passa davanti alla magnifica cancellata in ferro battuto del castello, rallenta all’ultimo momento e si ferma con un rumore stridulo. Il conducente apre le porte.
Alle 7.30 del mattino fa ancora buio. I turisti sono a letto tentando di riprendere le forze per affrontare un’altra giornata faticosa. Arriveranno numerosi ma molto più tardi, dopo le nove, per entrare nel castello di Charlottenburg con gli appartamenti reali di Federico I e sua moglie Sophie Charlotte, oppure per visitare uno dei tre musei ospitati nelle due antiche caserme gemelle all’imbocco della Schloss-Strasse.
Alle 7.30 del mattino è persino troppo presto per il personale di servizio del castello e dei musei; in effetti, i primi uscieri, il personale delle pulizie e gli impiegati cominceranno ad arrivare tra venti minuti. Perciò non c’è niente di strano nel vedere scendere una sola persona dal tram. Le porte si richiudono, il tram riparte, prende velocità e s’infila sferragliando tra gli alberi scuri dello Spandauer Damm come un immenso serpente illuminato.
L’uomo sulla banchina lo ha seguito con lo sguardo. Ora si aggiusta il colletto del cappotto, infila le mani nelle tasche ed alza lo sguardo verso il cielo. Fa abbastanza freddo, ma il tempo promette bene. Manca meno di mezz’ora al levare del sole ed il cielo sopra Berlino comincia a diventare chiaro con qualche riflesso rosa. Una soffice nuvola bianca a forma di nocciolina americana e la pancia grigia sembra essersi impigliata nel braccio alzato della statua dorata della dea Fortuna, posta in cima alla torre centrale del castello. Il resto del cielo è limpido come in un dipinto. A pochi passi dall’uomo, la cancellata in ferro dorato finisce con due grossi pilastri che formano l’ingresso al castello. Sopra i pilastri, le statue di due guerrieri con pugnali e lo scudo alzato si sporgono pericolosamente sopra il cancello. Dalla sua posizione alla fermata del tram, l’uomo ha l’impressione che i guerrieri tentino di proteggere la dea Fortuna dall’attacco silenzioso della nocciolina americana. Per qualche attimo l’uomo osserva la scena con aria interessata, ma poi la nuvola si stufa di stare ferma e s’allontana dalla statua. I due guerrieri sulle colonne rimangono impietriti, nudi e senza nemico da combattere. Probabilmente non si aspettavano che la nuvola desistesse così facilmente.
L’uomo era rimasto immobile per qualche minuto per osservare la scena. Ora si scuote e si rimette in movimento, avvicinandosi cautamente alle strisce pedonali. Prima di lasciare la pensilina del tram guarda a destra, guarda a sinistra, riguarda a destra. Non c’è nessuno. Lo Spandauer Damm è deserto. Tutto tace, solo i semafori lampeggiano. Si accenderanno tra poco, alle otto meno venti, quando inizia il primo traffico.
L’uomo attraversa il viale a piccoli passi veloci. Arrivato sul marciapiede del lato opposto, gira a destra e s’incammina tra due file di platani. Cinquanta metri ed è arrivato all’edicola. L’edicola è un chioschetto rotondo in ferro battuto col tetto a cupola. Tutto intorno al chioschetto sono appesi quotidiani, riviste e cartoline per i turisti. L’uomo si ferma davanti alla vetrata illuminata.
“Buon giorno, signore”, dice l’edicolante, prende una copia della “Berliner Tageblatt”, la piega e la dà all’uomo. Poi, per essere gentile, aggiunge: “Un autunno così non lo vedevamo da anni!”
“Meglio così”, risponde l’altro, “ma vedrà che il bel tempo non dura!” S’infila il quotidiano sotto il braccio, pesca con la mano in tasca per trovare gli spiccioli e paga. Salutato il giornalaio, l’uomo imbocca la Schloss-Strasse, il largo viale che parte dallo Spandauer Damm per finire, dopo soli quattro isolati, nella grande piazza chiamata Sophie-Charlotte-Platz. Già da lontano si possono scorgere, sulla destra, le finestre illuminate del Cafè Charlottenburg, ed è lì che l’uomo si dirige ora. Quando apre le porte del bar viene accolto dal profumo di caffè e di croissant freschi, appena sfornati.
“Buon giorno a lei, signor vicedirettore Gauss!” Il barista carica la macchina del caffè espresso con un sorriso. Porta una divisa blu con un grembiule verde e ha la faccia paonazza e due braccia grosse e pelose. “Il solito?”
“Sì, grazie”, risponde l’uomo mentre si sbottona il cappotto. Di fianco al bancone c’è una fila di nicchie in legno scuro, ciascuna con un tavolino e quattro sedie di legno. Dalla finestra si ha la vista sulla Schloss-Strasse e, dall’altra parte, sull’ingresso del Museo Egizio. L’uomo si toglie il cappotto, lo appende accuratamente, mette il quotidiano sul secondo tavolino, si tira un po’ su i pantaloni per non rovinare la piega e si siede. Sta finendo l’articolo principale della prima pagina con aria soddisfatta quando il barista arriva con una grossa tazza di caffè macchiato ed un croissant alla marmellata.
Il signor Walter Gauss, ora che abbiamo tempo per guardarlo meglio, è un uomo abbastanza piccolo, sulla cinquantina. Ha la pelle molto chiara, le mani piccole e pochi capelli grigi tagliati corti, un paio di baffi curati, il naso affilato ma leggermente storto e due occhi azzurri dietro spessi occhiali senza montatura. Se non avesse gli occhi azzurro chiaro, sembrerebbe ancora più anziano di quanto non sia. Gli occhi piccoli e vivaci sono l’unica sua nota di colore. Per il resto, possiamo dire che ha una spiccata predilezione per il colore grigio scuro. Anche oggi il signor Gauss indossa giacca e pantaloni grigio scuro e una camicia bianca. Possiede almeno quattro giacche e altrettante paia di pantaloni, ma sono tutte dello stesso colore e modello. In autunno ed inverno e fino alla primavera inoltrata il signor Gauss si protegge dal freddo berlinese aggiungendo un cappotto di lana grigio scuro e un paio di guanti neri. Quando a casa apre il suo guardaroba, si sente sempre un po’ come un astronauta che sta fissando un buco nero dall’oblò della astronave.
Ma intanto è seduto, beve il caffè, legge il giornale e non pensa affatto al buio dentro il suo armadio…
Quando ha finito le pagine di politica nazionale, internazionale e di cultura (le altre notizie non lo interessano), mancano cinque minuti all’apertura del Museo Egizio. Il signor Gauss si alza, si rimette il cappotto, paga e poi saluta il barista con un cenno del capo.
Quando esce dal Cafè Charlottenburg, il sole si sta alzando dietro l’antica caserma, da oltre settant’anni sede del Museo Egizio di Berlino. Con il sole dritto negli occhi il signor Gauss attraversa la strada sulle strisce pedonali e sale i gradini fino al portone secondario del museo. Qualche metro più in là, due uscieri stanno aprendo il portone centrale per preparare l’ingresso del pubblico. “Buon giorno, signor vicedirettore”, salutano. “Bellissimo tempo, non è vero?” Uno di loro lustra le due maniglie di ottone dell’ingresso vetrato.
Lui si limita ad annuire ed entra dalla porticina accanto. Ha avuto il sole in faccia, e quando la porta si chiude dietro di lui, il corridoio che collega tutti gli uffici amministrativi è talmente buio che il signor Gauss deve fermarsi un momento per orientarsi. Intanto si toglie il cappotto.
Quando i suoi occhi si sono abituati alla penombra va ad appendere il cappotto nel guardaroba, passando davanti all’ufficio del direttore. La porta è aperta, ma il direttore non c’è in ufficio ed il telefono sulla sua scrivania squilla a vuoto.
Negli uffici amministrativi, fino a qualche anno fa aveva lavorato un numero maggiore di personale, ma ultimamente molti impiegati erano andati in pensione e non erano più stati sostituiti. Fatto sta che ora erano rimasti in pochi a lavorare qui. Così non è strano che il corridoio sia vuoto, tranne che per il busto in bronzo, nella nicchia tra il guardaroba e l’ufficio del direttore, che raffigura il filologo berlinese Wilamowitz. Come sempre, il direttore ha messo il suo cappello sulla testa del busto. “I nostri colleghi del museo Pergamon ce l’hanno regalato, ma non per farci un piacere, bensì per disfarsene”, sostiene stizzito dal giorno in cui il busto è arrivato. “Cosa c’entra Wilamowitz con noi? Niente! E allora io lo uso come cappelliera, almeno serve a qualche cosa!” Non gli va giù l’idea che i filologi tedeschi parleranno di lui, la sera, ridendo dietro ai boccali di birra.
Il signor Gauss guarda il busto di bronzo con gli occhi socchiusi. C’è un pensiero che gli balena in testa, un ricordo di un altro busto di bronzo. Che fine aveva fatto il busto di Schliemann, l’uomo che aveva scoperta l’antica Troia? Non era sempre stato lì nell’atrio, accanto alla cassa? In fondo, era molto più logico avere Schliemann nel museo egizio che non Wilamowitz. E ora che ci pensava, non vi erano stati altri busti nel museo, qualche tempo fa...?
Il signor Gauss s’avvicina e scruta la faccia del busto di Wilamowitz come se potesse avere una risposta da lui, ma gli occhi bronzei nell’ombra del cappello a falda larga del direttore fissano il vuoto da pupille vuote.
Sì, ora il signor Gauss è quasi certo che qualche tempo fa c’erano stati altri busti nell’atrio. Quanti erano, e di chi? Il signor Gauss è assorbito da ricordi di vecchi busti quando una voce squillante gli fa fare un piccolo salto dallo spavento: “Buongiorno, signor vicedirettore!” Si gira di scatto.
Una donna molto grassa è sbucata velocemente da un ufficio accanto al suo e si è fermata accanto al signor Gauss. Gli sorride. Indossa un paio di pantaloni larghissimi e una camicia di seta rossa, sotto la quale i suoi seni enormi continuano a muoversi pericolosamente mentre respira con affanno. Considerata la sua mole, la signora Schabowski possiede una leggiadria stupefacente. Sembra quasi che i suoi piccoli piedi non tocchino nemmeno il linoleum del corridoio. In effetti, non la si sente mai arrivare, perché non fa rumore. “Il signor direttore è nella sala… come si chiama già… ah, sì, nella sala Nefertiti”, informa, parlando velocemente. In ogni cosa che fa, la signora Schabowski dà l’idea di avere una gran fretta. “Se vuole fare un salto da lui per assicurarsi che non abbia bisogno di lei, vada pure; io intanto le preparo la posta e la lascio sulla sua scrivania.” Osserva per un momento il signor Gauss, che è rimasto tutto il tempo fermo davanti al busto di Wilamowitz con il cappello sulla testa, si lascia scappare un sospiro e riparte a piccoli passi veloci giù per il corridoio senza aspettare una risposta e senza fare il minimo rumore. Sospira sempre, la signora Schabowski. Non si sa se faccia così perché non è d’accordo con la persona che le si trova davanti, oppure semplicemente perché è molto affaticata a causa del peso eccessivo.
Il signor Gauss non ama particolarmente i sospiri della signora Schabowski. Lo mettono in soggezione. Si sente in colpa senza sapere perché e senza aver fatto nulla. Segue la donna con lo sguardo finché lei sparisce dalla sua vista a metà corridoio, entrando in uno degli uffici. Ha perso il filo dei pensieri e non riesce a riprenderlo. Allora si scuote, va nel suo ufficio, apre la porta e guarda dentro. La scrivania è vuota e pulita. Il sole filtra nella stanza attraverso i rami dei platani della piazza Luisenplatz. Il signor Gauss entra, posa il quotidiano sulla scrivania, ma non si siede. Sta lì e pensa. Finché la signora Schabowski non porta la posta, lui non ha niente da fare. Gli viene l’impulso di andare a vedere come mai il direttore sia nella sala Nefertiti. Perciò si aggiusta la giacca grigia, controlla che le scarpe nere siano perfettamente lucide e ritorna in corridoio. Apre la porta che collega il corridoio degli impiegati all’atrio del museo, dove due donne delle pulizie stanno finendo di lucidare le scale di marmo. Chiacchierano tutte e due allo stesso tempo, e le loro voci rimbombano sotto la cupola del soffitto nell’atrio. Stanno parlando animatamente di un programma televisivo che devono avere visto da poco e non si accorgono della presenza del vicedirettore. Il signor Gauss sale le scale facendo molta attenzione a non scivolare sul marmo bagnato. Si tiene al corrimano mentre avanza gradino per gradino, e, arrivato in alto, sospira sollevato e svolta a destra.
La sala Nefertiti è forse la stanza più importante del Museo Egizio di Berlino. Oltre al busto di Nefertiti, famoso in tutto il mondo, la sala ospita alcuni dei bassorilievi più belli dell’antico Egitto: Akhenaton, Nefertiti con i figli ed infine Tutankhamon con la sua sposa.
Quando il signor Gauss raggiunge la sala, il direttore è in piedi nel centro della stanza, immobile e con la schiena rivolta verso il signor Gauss. Sembra perso nei suoi pensieri.
Il signor Gauss non vuole spaventare il direttore arrivandogli alle spalle. Sarebbe poco educato. Così si schiarisce la voce: “Hmhmhmmm.”
Il direttore si gira di scatto. “Ah, è lei, Gauss!” dice quando riconosce il suo collaboratore. “Bene, bene, bene. Come va?” Ha un’aria strana, non da direttore serio ed inavvicinabile come al solito. Ora dà piuttosto l’idea di un bambino che sia stato sorpreso a rubare una caramella dalla tasca di un altro. Allunga il braccio per dare la mano al signor Gauss, cosa che normalmente non accade mai. Il signor Gauss non si ricorda nemmeno l’ultima volta che il direttore gli ha dato la mano. Forse cinque anni fa, quando era stato nominato vicedirettore?
Ma il signor Gauss non gli dà la mano. Nemmeno risponde. Ma non è certo per maleducazione, no! Sta improvvisamente pensando ad altro. Ha visto qualcosa dietro le spalle del direttore che lo terrorizza. Anzi, non ha visto qualcosa, un oggetto…
“Cos’è successo al busto di Nefertiti?!” chiede con un filo di voce. Si rende conto che deve avere un’espressione poco intelligente. “Non mi dica che è stato rubato il busto di Nefer…!!!” Non riesce a finire la domanda per paura di sentire una risposta affermativa. Fa un passo a lato per guardare il posto vuoto dove da anni – da sempre, per quanto si possa ricordare! – il busto forse più famoso del mondo era esposto.
Il direttore scuote la testa. Tenta di sorridere ma gli riesce male. Ne esce un ghigno più di sofferenza che di gioia. “Ma no!” gracchia, agitato, “ma cosa sta dicendo, caro Gauss? Non starà pensando che sia… ehmm… sparito il busto di… il busto di…!” Per qualche strana ragione non finisce la frase. Tira fuori un fazzoletto e se lo passa sulla fronte. “Qui niente è stato rubato!” Poi si guarda attorno, come per assicurarsi che non ci sia nessuno nella sala oltre a loro. “Non si ricorda, Gauss?” chiede sottovoce e tenta di mettergli una mano sulla spalla, quasi lo volesse tranquilizzare.
Il signor Gauss è esterrefatto. Il direttore che vuole mettergli la mano sulla spalla? Ora è decisamente troppo! Già normalmente non gli piace essere toccato, ma poi dal direttore del museo! Involontariamente il signor Gauss fa un passo indietro e scuote la testa. “No!” Lo sta quasi gridando, si accorge di aver esagerato e ripete con voce controllata: "No.” Scuote la testa, senza perdere d’occhio il direttore. “Francamente non mi ricordo. Non ho la minima idea di cosa stia dicendo!” Incrocia le mani sul petto e chiede: “ Mi può spiegare cosa dovrei ricordarmi?”
“Deve aver dimenticato che la statua doveva essere trasportata al Ministero della Cultura per i lavori di restauro”, dice il direttore subito.
Il signor Gauss continua a scuotere la testa. Un allarme gli si accende in testa, una piccola lucetta rossa da qualche parte nel buio, però si tratta d’un pensiero che non riesce a mettere a fuoco. “Non ho mai sentito parlare di un simile progetto”, dice, dopo che ci ha pensato per un po’. “Inoltre, se mi ricordo bene, la statua era in perfetto stato.”
“Ma no, caro Gauss!” Il direttore si sforza visibilmente di sorridere. S’avvicina al signor Gauss con le mani alzate come se lo volesse calmare. “Ne parlavamo giusto l’altra settimana! Non si ricorda che ultimamente si stavano sgretolando i bordi della capigliatura di… di…?”
“Nefertiti?” finisce il signor Gauss per lui.
Il direttore annuisce sollevato. Ma non parla.
“No, non mi ricordo.” Il signor Gauss si sente estremamente confuso. Come mai il direttore non riesce a dire il nome di Nefertiti? Lo fa apposta? E se sì, perché lo fa? Il signor Gauss scuote la testa. “L’ho ancora guardata il mese scorso, e mi sembrava perfettamente a posto.”
Per un attimo, i due si fissano a vicenda. Il direttore si ripassa il fazzoletto sulla fronte. Se lo mette in tasca. “Fa parte del programma di trasloco del museo per l’anno venturo. Ci saranno tanti nostri reperti che passeranno dal Ministero dei Beni Culturali prima di venire esposti nella nostra nuova sede del Museo Egizio.” Ora il direttore sembra essersi rinfrancato un po’. Quando vede che il signor Gauss sta per dire qualcosa, lo interrompe subito alzando il braccio piegato e guarda l’orologio da polso. “Ritorniamo negli uffici”, ordina. “Tra un minuto suona la campana per l’apertura del museo al pubblico.” Prende il vicedirettore per il gomito e lo dirige fuori dalla sala. Effettivamente, mentre scendono la scala, la campana suona. L’usciere nell’atrio saluta il direttore ed il vicedirettore e poi va ad aprire la serratura di sicurezza della porta in vetro, dietro la quale s’intravedono già due visitatori mattutini in attesa di entrare. Le due donne delle pulizie stanno lasciando l’atrio con i loro attrezzi. Continuano a parlare animatamente mentre si allontanano con le loro ciabatte di plastica.
“Venga, facciamo presto!”, dice il direttore, “venga, Gauss.” Attraversano l’atrio e si avvicinano alla porta laterale. Il direttore la apre. I due entrano nel corridoio degli uffici amministrativi e si chiudono la porta dietro. Mentre percorrono il corridoio, il direttore improvvisamente si ferma e chiede: “Ma lei, Gauss, non guarda mai la televisione?”
Il signor Gauss si blocca, smarrito. Fissa il direttore. Gli ci vuole un bel po’ per rispondere. “No” dice infine, “non possiedo nemmeno un televisore a casa.”
“Ah, capisco!”, fa il direttore, e ripete un’altra volta: “Capisco!” Ha l’aria sollevata. Si rimette in movimento in direzione del suo ufficio, passandosi il fazzoletto sulla fronte.
“Come mai me lo chiede?” Il signor Gauss non capisce più niente. È proprio una mattina da incubo, questa.
“Niente, niente. Solo così”, risponde il direttore, senza né fermarsi, né girarsi. “Vada. Vada pure a controllare la posta.” Ed entra nel suo ufficio, chiudendosi la porta dietro.
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paola
Georg


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Inserito il - 02/03/2004 :  14:54:21  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Georg,
stiamo leggendo i capitoli del tuo nuovo libro.
La maestra ha assegnato a me ed ad ALESSIO ,il compito di “critici” di classe,che afronteremo tutti turnando fra di noi
Intanto vogliamo farti sapere che ci piace il tuo nuovo libro.
Tuttavia vorremmo inviarti il nostri dubbi, le nostre “critiche”
Abbiamo letto il primo capitolo, e secondo noi ti sei dilungato troppo su un fatto tuo personale che appesantisce la storia che stai incominciando a raccontare.
Tu ci hai insegnato a rendere l’inizio interessante catturando l’attenzione di chi legge.
Secondo noi questo pezzo ferma un po’ il proseguimento del racconto.
Dalla versione stampabile vai a vede dalla metà della settima riga fino a …per me

"Quando avevo una o due settimane, sono caduto dalla bilancia e ho battuto la testa. Non so se vale come scusa. Almeno sarebbe una spiegazione.
Una volta, deve essere stato tre anni fa, stavo uscendo con una ragazza. Era molto bella, si chiamava Anna, aveva vent’anni ed era una persona estremamente romantica. Io ne ero innamorato, mi piaceva da morire e ci vedevamo spesso, appena avevamo un po’ di tempo tra un esame e l’altro all’Università. Un giorno l’aspetto all’appuntamento in un bar, lei arriva, la saluto e chiedo se vuole un caffè. Lei mi guarda un attimo, poi s’arrabbia e dice che mi sono
dimenticato il nostro primo “mesiversario”, che lei ci tiene tanto alle nostre date, che per lei sono estremamente importanti e che non sopporta le persone che se ne dimenticano. È andata avanti così per almeno una settimana e mi sono promesso di non dimenticare mai più una nostra data importante.
Mi vergogno a dirlo: mi sono dimenticato anche il mesiversario successivo, nonostante tutti i miei sforzi per ricordarmelo. L’avevo scritto sull’agenda, ma poi mi ero scordato di guardare l’agenda. Avevo scritto un bigliettino e lo avevo lasciato sulla scrivania, ma era andato inspiegabilmente perso. Forse mia madre aveva fatto ordine e lo aveva buttato via, anche se dopo mi ha giurato di non aver visto nessun bigliettino. Fatto sta che mi sono nuovamente dimenticato del fatidico giorno, e Anna mi ha lasciato. Non ha mai più voluto nemmeno rivolgermi la parola, talmente era rimasta male. Un po’ la posso capire, ma forse è meglio che sia finita subito. Se fossimo rimasti assieme, avremo litigato ogni mesiversario, compleanno, a Natale e a Pasqua, ogni anniversario del matrimonio, compleanno dei figli e chissà quali altri giorni importanti ancora. Sarebbe stato un inferno per lei e per me"

!Secondo noi, inoltre, dovresti togliere I TUOI DIFETTI DI ADULTO (fumo preferenze di squadre…..)
Speriamo di non averti offeso,ti faremo sapere se vuoi le nostre impressioni su gli altri capitoli se sei d’accordo.
CiaO
Andrea e Alessio
4C Vittorino da Feltre To
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 03/03/2004 :  21:46:09  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari Andrea e Alessio,
grazie mille per il vostro commento. Vi siete impegnati, e quello che avete scritto, mi trova anche abbastanza d'accordo. Forse mi sono proprio troppo dilungato nel passaggio che avete citato tra virgolette.
Un po', per dire il vero, volevo che Carlo si dilungasse. Lui è così, è un adulto che racconta, raconta e si perde mentre parla. Ma se parla troppo, direte voi, ci annoia. E credo che abbiate ragione. Magari taglierò qualcosa, non tutto. Vediamo.
Ma lasciate che Carlo tenga per una squadra! Se mi diete che non deve fumare, potrei darvi ragione. Ma che non possa tenere per il Toro, mi sembra francamente troppo. Non è che siete dei Juventini malefici, per caso???!!!
Comunque aspetto con ansia il prossimo vostro giudizio. Avrete visto che è arrivato del nuovo materiale!
Grazie mille. Siete grandi,
Georg
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Don Milani
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 09/03/2004 :  12:27:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Siamo gli alunni della 3^ A della scuola Don Milani. Abbiamo appena letto i primi due incantevoli capitoli del libro "Teo corre veloce":ci è piaciuto molto e l'abbiamo letto - ascoltato con molto piacere. Sei fortissimo, scrivi proprio bene. Speriamo che Teo possa posare le stampelle e correre come tutti noi! . Già dall'inizio eravamo curiosi di sapere come andava a finire. Lo sapremo la prossima settimana, quando la maestra Patrizia ci porterà di nuovo a computer! Ti scriveremo ancora.
I ragazzi della 3^ A.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 09/03/2004 :  14:27:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 6
Tutto quello che non piace a Teo


Dell’alzarsi presto, del fegato ai ferri e del libro di Storia abbiamo già detto tutto. Ci manca l’ultimo punto della lista di Teo: la visita dal fisiatra.
Il fisiatra è un medico. Un medico un po’ diverso, perché aiuta le persone che hanno problemi a muoversi. Ci sono tante persone con problemi motori (così si chiamano), alcuni sono molto gravi e non riescono proprio a muoversi o a camminare, e ci sono altri che per esempio hanno “solo” un problema ad una articolazione: il gomito, la mano, il ginocchio o la spalla. Allora il fisiatra (o fisioterapista – è quasi la stessa cosa) tenta di migliorare i movimenti di queste persone. Ci sono vari metodi per farlo, e dipendono da caso in caso.
Come mai ci sono persone che hanno questi problemi? Difficile dirlo, le cause delle malattie o disfunzioni motorie possono essere tante. Per esempio, si può nascere già così, ma può anche succedere che una persona adulta non riesca più a muovere una mano a causa di una stupida caduta dalla bicicletta!
Se tu glielo chiedessi, Teo ti direbbe sicuramente di essere un ragazzo fortunato. Che ci sono ragazzi e adulti con problemi ben peggiori dei suoi. Questa è la lezione che Teo ha imparato tutto da solo, con la sua testa, nei pomeriggi di ogni martedì. Il fisiatra del martedì pomeriggio esiste da quando Teo riesce a ricordarsi. Ogni martedì alle 17.30, Teo entra nella sala d’attesa del Dott. Fissore, un uomo gentile, grasso, con enormi baffi ma molto pelato, che ha sempre le mani calde e sudate e ogni tanto si mette a ridere da solo, come se qualche invisibile spiritello gli raccontasse delle barzellette. Probabilmente mentre tocca la caviglia o il ginocchio di Teo si ricorda l’ultimo dei tanti disastri che gli capitano continuamente. Il dott. Fissore ha le mani sante per i suoi pazienti, ma di pasta frolla per ogni oggetto che tocca. Che cosa intendo per mani di pasta frolla? Diciamo che, ad esempio, squilla il telefono. Il dottor Fissore lavora da solo nello studio, quindi deve andare di persona a rispondere. Normalmente succede quando è inginocchiato davanti a Teo e gli muove il piede. Mentre si alza di scatto, sbatte la schiena contro il tavolino con sopra i suoi strumenti da medico (questo succede praticamente sempre), il tavolino e tutto l’armamentario cadono per terra con un fracasso terribile, ma il dott. Fissore ormai sta correndo verso il telefono, prende la curva troppo stretta e urta il lettino dove è seduto Teo. Il lettino ha le rotelle, e così Teo si ritrova a viaggiare attraverso la stanza in direzione della vetrinetta nell’angolo. Normalmente Teo si butta indietro sul lettino, allunga le braccia e riesce a bloccarlo prima che investa la vetrina. Una volta sola Teo proprio non ce l’ha fatta, e così, mentre il dott. Fissore raggiungeva il telefono, alzava la cornetta e urlava “Chi è!” (al telefono urla sempre, forse perché è agitato), il lettino con Teo sopra ha investito l’innocente vetrinetta che è andata in frantumi con un baccano indescrivibile. E a quel punto il dott. Fissore ha lasciato cadere la cornetta che si è rotta sulle piastrelle, tirandosi dietro anche il telefono.
Un’altra volta, il dott. Fissore era miracolosamente arrivato sano e salvo fino al telefono, ma quando ha tirato su la cornetta, per qualche ragione inspiegabile il filo tra cornetta e telefono si è staccato ed il fisiatra era lì, con una cornetta senza filo premuta contro l’orecchio a gridare sempre più forte: “Chi è? Chi parla? Ma perché non parla?!!! Proooonto!”, mentre Teo rideva così tanto che ha dovuto sdraiarsi sul suo lettino e tenersi la pancia per non scoppiare. Meno male che il buon dott. Fissore non è uno che se la prende. Quando si è accorto di cosa era successo, si è messo la cornetta staccata nel taschino del camice bianco ed è tornato al lavoro. “Almeno così non mi chiameranno per un po’”, ha detto con un sorriso.
Il buon dottor Fissore conosce Teo praticamente dalla nascita. Il dottore doveva essere appena laureato, all’epoca, perché nonostante gli sia rimasto solo un magro cerchietto di capelli bianchi attorno alla pelata rotonda non è affatto un uomo anziano. Ha una moglie alta, magrissima e tutta storta, una figlia che ha due o tre anni in più di Teo, due figlie gemelle scatenate che frequentano la terza elementare, e infine un bambino grassottello di un anno che è uguale a suo papà (solo che il bimbo ha ancora i capelli e non ancora i baffi) e che, a quanto pare, non dorme mai di notte. Per completare la famiglia, ora si è aggiunto anche un grosso cane nevrotico che abbaia tutto il tempo. Probabilmente anche a casa sua il dottor Fissore rompe buona parte dell’arredamento ogni volta che squilla il telefono. Per paura che accada questo, Teo ha sempre evitato di telefonargli a casa…
Ma ci stiamo perdendo. Parlavamo della sala d’attesa. Teo arriva sempre qualche minuto prima. Si siede nella piccola stanza, dove ci sono solo quattro sedie. Teo potrebbe disegnare la stanza esattamente così com’è; lui la conosce a perfezione a forza di stare seduto lì ogni martedì! Le sedie sono fatte in modo speciale perché le persone che vengono dal fisiatra hanno spesso problemi a sedersi su sedie troppo morbide. Dunque sono larghe e dure. Sull’unico tavolino si trova una quantità enorme di riviste, libri da colorare per bambini piccoli, fumetti e parole crociate. Ai muri sono appese locandine di vecchi film famosi. Normalmente c’è sempre qualcuno seduto nella sala d’attesa, o perché il dottore è in ritardo con l’ultimo paziente o perché c’è un paziente che ha già finito la visita e che aspetta che qualcuno torni per accompagnarlo a casa. Tra tutte le persone che Teo ha incontrato qui negli anni, molti stanno ben peggio di lui.
Ora forse capisci perché Teo si ritiene fortunato?
Da qualche settimana Teo incontra spesso una ragazza nella sala d’attesa. Ha sui 12 o 13 anni e non può camminare da sola. É su una sedia a rotelle e sua madre la viene a prendere a visita terminata. Normalmente, quando lui arriva nello studio, lei ha già finito la seduta e fa le parole incrociate, quelle proprio difficili, da adulti, a schema libero. Anche Teo adora le parole incrociate, ma non è quasi mai riuscito a risolvere quelle che si chiamano “a mosaico”, oppure “supersegreto”, dove non sono ancora segnate le caselle nere e non ci sono nemmeno i numeri. Ecco, la ragazza della sala d’attesa risolve tranquillamente questi cruciverba difficilissimi. Teo, finora, l’ha soltanto osservata, seduto sulla poltrona di fianco a lei, ma non ha ancora avuto il coraggio di attaccare discorso. Si salutano con un timido “ciao” quando lui entra, e poi si salutano nuovamente quando lei esce sulla sedia a rotelle, aiutata dalla madre. Di più non è mai successo in quei cinque o dieci minuti che si trovano soli nella sala d’attesa del dottor Fissore. Peccato, pensa Teo, perché lei ha l’aria simpatica. Normalmente, Teo si porta dietro una rivista che parla di informatica e di Internet e si mette a sfogliarla. Ci trova spesso indirizzi di e-mail e siti interessanti che copia su un bloc-notes o che sottolinea per utilizzarle quando naviga in Internet.
Per sua sfortuna, l’ultima volta che era dal dottor Fissore, Teo si è dimenticata sul tavolino la rivista con dentro il bloc-notes e tutti gli indirizzi. Quando se n’era accorto, ormai era già arrivato a casa. Si è arrabbiato molto, perché la rivista costa cara, l’aveva comprata poco prima di venire dal fisiatra. Teo la compra con i propri soldi, e perdere una rivista che costa quattro euro significa buttare all’aria quasi un terzo della paga settimanale che i suoi gli passano. Ma non basta: sul bloc-notes, poi, aveva trascritto molti indirizzi utili che “Little Mouse” gli aveva trovato e suggerito proprio il giorno prima, lunedì, in sala-computer.
Sarà stato perché Teo, invece che leggere la rivista, l’aveva soltanto sfogliata, pensando cosa avrebbe potuto dire alla ragazza sulla sedia a rotelle per iniziare un discorso? Teo si sente abbastanza scemo. Chissà, forse lei se n’è accorta, ed ora cosa penserà di lui?
Ecco, se oggi Teo dovesse riscrivere la lista delle cose che non gli piacciono, ci metterebbe al primo posto:

- Non sopporto quando dimentico le mie cose!

Sì, gli succede spesso. Anzi, troppo spesso. È sbadato come pochi. Riesce a dimenticarsi le cose più incredibili nei posti più assurdi! Vuoi qualche esempio?
Mettiamo che squilli il telefono a casa mentre Teo si sta lavando i denti. Lui esce dal bagno con lo spazzolino in mano e raggiunge zoppicando il tavolino nell’ingresso. Tira su il telefono, mette giù lo spazzolino e comincia a parlare. Poi, finita la telefonata, torna in bagno, ma senza spazzolino. Arrivato in bagno, Teo si guarda stupito allo specchio, chiedendosi cosa stesse facendo prima di rispondere al telefono. Si ricorda solo che è stato interrotto, e basta. Capita spesso. Anzi, quasi sempre. Di norma è la mamma ad urlare dall’ingresso: “Chi ha lasciato uno spazzolino da denti sul tavolino?”, come se non sapesse perfettamente chi è il colpevole. Se non c’è la mamma ad aiutarlo, Teo si sforza di ricordarsi, guardandosi con un’espressione non proprio intelligente allo specchio del bagno… e scoprendo tracce di dentifricio sulle labbra. Allora gli viene in mente e torna mesto mesto nell’ingresso a recuperare lo spazzolino. Di norma non si ricorda proprio, e le cose dimenticate rimangono nei posti più impensabili.
Quante volte Teo ha lasciato mele mangiate a metà sulla tastiera del computer, pezzi di cioccolata sulla mensola del guardaroba, il diario sul frigo, i libri di scuola in bagno, buttati nel bidè? Una volta è riuscito a dimenticare una coscia di pollo morsicata sulla televisione, ed il suo bellissimo coltellino svizzero nell’aula di “Mouse” (meno male che “Mouse” lo conosce bene e gli restituisce sempre tutti gli oggetti!). Se non gli fosse impossibile muoversi senza, Teo dimenticherebbe pure la stampella. Ecco perché adora le tasche, Teo. Quello che ha in tasca, almeno gli rimane sottomano… se malauguratamente non lo tira fuori da qualche parte per poi dimenticarlo puntualmente.
Dunque ci è abituato. Oggi, però, per la questione della rivista persa, Teo rimane arrabbiato per molto più di cinque minuti. Ha deciso di non chiamare il dottor Fissore per chiedere della rivista, perché ha paura di quello che potrebbe capitare al dottor Fissore quando sente squillare il telefono…

Modificato da - Georg Maag in data 09/03/2004 14:31:29
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 03/05/2004 :  15:25:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 7
L’uomo vestito di nero


Un lunghissimo corridoio lastricato di marmo, stipato con statue e monumenti ai due lati: guerrieri in marmo, busti di donne, teste, gruppi interi scolpiti in pietra, sarcofagi, colonne e capitelli. In alcuni punti, le statue sono così vicine una all’altra che s’intrecciano e quasi si toccano. Dietro ad esse, appesa alle pareti, s’intravede una quantità impressionante di quadri: dipinti di tutti i tipi, di tutti gli stili, acquerelli, oli, carboncini, tempere; quadri moderni, quadri vecchi e quadri antichi, uno accanto all’altro. Per terra, appoggiate contro le pareti, lapidi, steli e pietre tombali. Una debole luce dall’alto disegna ombre sui muri e sul pavimento.
A causa di tutto questo guazzabuglio impazzito di statue e quadri, in mezzo al corridoio rimane soltanto uno stretto passaggio, reso incerto qua e là per lo spuntare di un braccio o della punta di una spada.
Un uomo anziano si avvicina, facendo attenzione a non urtare nessuna delle statue. Cammina piano, appoggiato ad un bastone. Le sue scarpe di cuoio scricchiolano, un rumore sinistro che riecheggia tra le statue, le cui ombre nere incombono come cupi guerrieri sull’uomo. Lui non dà l’idea di avere paura di questo luogo strano. Avanza lentamente, trascinando la gamba destra ad ogni passo, facendo attenzione a non urtare contro le statue. Arrivato a metà del corridoio raggiunge l’unico punto della parete rimasto vuoto, senza quadri né statue. Giunto lì, l’uomo rallenta ancora e s’avvicina alla parete nuda.
“Porta!” ordina a voce bassa. Ha l’erre moscia, che gracchia anche quando parla piano, ma la sua è una voce fredda e tagliente, che incute rispetto, una voce abituata ad essere ascoltata attentamente da chi gli sta davanti.
Ora però non c’è nessuno che possa sentirlo. L’uomo anziano, appoggiato sul bastone, guarda la parete vuota davanti a sé. Ma appena un attimo dopo, una piccola luce rossa inserita nella parete a mezz’altezza s’illumina e comincia a lampeggiare ad intermittenza.
“Sshhhhh.” Due porte scorrevoli si aprono nella parete con un leggero sibilo e spariscono dalla vista. L’uomo rimane qualche secondo immobile, appoggiato sul suo bastone di legno nero con il manico d’argento. Quello che si trova davanti ai suoi occhi è semplicemente incredibile, uno spettacolo mozzafiato, a prima vista simile ad una cattedrale gotica dalle vetrate sfavillanti di mille colori.
Da qui è difficile poter capire le misure della sala, perché non è illuminata da luce diretta. Non ci sono nemmeno finestre. Quelle che sembravano finestre sono invece centinaia, no, migliaia di teleschermi accesi che coprono le due pareti laterali. Il loro riflesso ballerino e multicolore lascia comunque intuire che si tratta di una sala di misure enormi, lunga quaranta metri almeno, larga venti e così alta da far venire il capogiro guardando verso il soffitto.
L’uomo sembra aver visto abbastanza, o forse i suoi occhi si stanno abituando al buio. Riprende il bastone nella mano destra ed entra lentamente nella sala, appoggiandosi pesantemente su di esso. Appena entrato, si ferma di nuovo.
“Porta”, ripete, sempre sottovoce.
“Sshhhhh.” Alle sue spalle, le porte si richiudono, tagliando fuori la luce che entrava dal corridoio illuminato. La parete di pietre levigate ritorna nuovamente intatta. Non c’è traccia visibile di una porta, tranne una minuscola spia elettronica, ormai spenta. L’uomo rimane fermo, a testa alta, e si guarda attorno. Mentre osserva, la punta della scarpa sinistra si muove su e giù, lentamente, come se battesse il ritmo di una musica che solo lui riesce a sentire. Potrebbe però anche essere un segno di nervosismo.
È un uomo abbastanza alto, con i capelli bianco-giallastri appiccicati alla testa grossa, gli occhi grandi e sporgenti, il naso lungo e ricurvo verso il basso. Indossa un costoso completo nero con strisce argentate, una camicia bianca e scarpe nere fatte su misura per lui.
I suoi occhi si sono ora abituati alla penombra. Entrambi i lati della sala sono occupati da due file leggermente curvate di schermi, tutti della stessa misura, incastrati uno accanto all’altro, in una struttura di metallo grigio che prosegue verso l’alto fino a toccare le enormi travi che sostengono il soffitto di legno scuro.
La prima fila di schermi, quella più in basso, incomincia all’altezza di un’unica mensola. Questa è dello stesso metallo della struttura, liscia dal bordo arrotondato, e forma una scrivania lunga e unica. Dalla mensola in su, fino al soffitto, una fila di almeno dodici schermi accesi, forse di più, uno sull’altro, manda immagini, bagliori, calcoli, sigle, numeri e codici. In questo modo, i due lati lunghi della sala sono occupati da circa mille schermi che formano le due pareti. Ogni parete, vista da qui, è un’esplosione di colori, movimenti, immagini.
Uomini sono seduti davanti alle mensole, uno per ogni colonna di schermi, ottanta persone che lavorano gomito a gomito davanti ad ognuna delle due pareti della sala. Gli uomini indossano pantaloni neri, un dolcevita nero, calze e scarpe nere. Sulle loro teste completamente rasate e lisce si rispecchiano, come mille piccole macchie multicolori e danzanti, le immagini degli schermi in alto, sopra le loro postazioni. Sulla scrivania, ognuno ha un certo numero di piccole tastiere da computer, riposte in fila su un lato della mensola, ognuna montata su piccole rotelle, così che gli uomini possono avere rapidamente sotto mano la tastiera dello schermo su cui vogliono lavorare. Battono frasi o ordini mentre osservano il video davanti a loro, poi fanno scivolare la tastiera al suo posto per prendere velocemente quella del prossimo schermo sul quale devono lavorare. Tutti portano una cuffia con un microfono davanti alla bocca, ma utilizzano poco il microfono e quando lo fanno, parlano a voce molto bassa, così che nella sala regna un continuo ronzio di voci ed il leggero ticchettare dei tasti. In fondo alla sala, esattamente di fronte alla porta da cui l’uomo è appena entrato, si trova l’ingresso principale, un grosso arco gotico con quattro passaggi simile a quelli degli ingressi delle metropolitane, con croci di metallo lucido che bisogna fare ruotare mentre si passa. Ce ne sono due per entrare e due per uscire, e accanto ad ogni croce c’è un piedistallo con un piccolo schermo rivolto verso l’alto. I quattro schermi emanano una luce fosforescente verde, e le persone che entrano o escono dalla sala devono prima posare la mano sullo schermo verde. Quattro uomini vestiti di nero controllano che nessuno scappi a questo controllo. C’è un continuo va e vieni, probabilmente dovuto al cambio del turno di lavoro.
“Gran Cavaliere Luponi!” Dal centro della sala, un uomo abbastanza basso e magro si avvicina con passi veloci al nuovo arrivato. Si ferma ad una certa distanza e con un sorriso china leggermente la testa in avanti mentre tiene le mani sui fianchi. Ne esce un saluto tra il servile ed il militare. L’uomo si raddrizza. Ha la faccia piatta con gli zigomi pronunciati e la fronte alta sopra due occhi di un blu chiarissimo ed intenso. Non è vestito come tutti gli altri, poiché indossa un kimono di seta nera. Inoltre non ha la testa rasata, bensì lunghi capelli castani chiari con la riga in mezzo. “Che piacere vederla! A che cosa devo la visita, Gran Cavaliere?” chiede, ma dalla sua voce non trapela nessuna gioia, bensì rispetto e tensione.
L’uomo con il bastone lo fissa per un momento senza rispondere, quasi con distacco. Finalmente si mette a parlare, come prima, senza alzare minimamente la voce: “Volevo soltanto vedere a che punto siamo con il progetto di Torino.” Quando parla il Gran Cavaliere Luponi, dà sempre l’idea di essere terribilmente annoiato. Si capisce chiaramente che non ha nessuna voglia di venire infastidito con problemi o di dover sopportare lungaggini e discussioni. È un uomo abituato ad avere tutto quello che vuole, e lo richiede subito, senza perdere tempo. Così, quando si deve occupare di faccende di ordinaria amministrazione, le persone attorno a lui hanno l'impressione che non abbia nessuna voglia di fare quello che sta facendo.
Ma l’altro non sembra farci caso. Probabilmente è abituato.
“Bene, Gran Cavaliere Luponi”, risponde. “Per ora procediamo secondo i nostri piani.” Accenna un sorriso, che rende il suo naso stretto e lungo ancora più affilato del solito, però si intuisce che sta molto attento a quello che dice.
“A quando il prossimo trasferimento, signor Montezuma?” chiede il Gran Cavaliere, mentre fissa l’altro con i suoi occhi freddi e sporgenti.
“Oh, tra poco, Gran Cavaliere, tra poco! Ci stiamo lavorando da mesi, e…”
“Lo so!” interrompe il Gran Cavaliere, battendo il bastone per terra. “Anche da troppi, per il mio gusto. E non ho la minima voglia di perdere ancora del tempo. Tempo da sprecare ce l’hanno solo quelli che non hanno niente da fare. Ed io, ne ho da fare. Fin troppo, signor Montezuma.”
Qualcuno degli uomini più vicini deve aver sentito il Gran Cavaliere, ma nessuno si gira verso di lui. Tutti continuano a lavorare con assoluta concentrazione.
“Già, certo”, esclama Montezuma e tenta nuovamente di sorridere. Non gli riesce molto bene. Ha due profonde rughe ai lati del naso. “Capisco. Capisco benissimo, Gran Cav…”
L’altro lo interrompe. “Le ho fatto una domanda precisa: quando ci sarà il trasferimento?” Il Gran Cavaliere è impaziente, e lo fa capire guardando il grosso orologio da polso in oro massiccio che porta sopra la manica della camicia bianca. “Voglio una data sicura e un orario esatto, Montezuma.”
L’altro alza le spalle in un gesto di impotenza. Il suo pomo d’Adamo sale e scende come se tentasse di mandare giù un boccone troppo grosso. “Dirlo con il cento per cento di sicurezza è impossibile”, ammette, “le nostre tecnologie sono sofisticatissime, ma allo stesso tempo mai utilizzate prima d’ora. Se tutto va bene, potrebbe andare in porto già domani pomeriggio. In tale caso il trasferimento accadrà domani a mezzanotte. Inoltre sta per arrivare il nuovo intercettatore. Domani, o dopodomani, ma dovrà chiedere al Dottor X come saranno i tempi per l’apparecchio nuovo. Non ho ancora letto il rapporto.”
Il Gran Cavaliere lo fissa per qualche secondo. La sua bocca è una linea sottile che non conosce nessuna gentilezza né sembra capace di sorridere. Si gira lentamente, guardando con i suoi occhi sporgenti la sala con le migliaia di schermi televisivi. Poi torna a fissare l’uomo con il kimono nero.
“Verrò qui domani pomeriggio, signor Montezuma, alle 17.30”, dice finalmente. Detto con la sua voce sembra una minaccia. “Il signor Pirla sta preparando le stanze nel castello da tre settimane, e per farlo deve sbarazzarsi di tonnellate di oggetti inutili, lavorando giorno e notte. Il tempo stringe, e lei sa bene quanto lavoro ci resti ancora da fare. I medici aspettano con impazienza. Dobbiamo accelerare i trasferimenti, chiaro?”
“Certamente, Gran Cavaliere!” risponde Montezuma, abbassa gli occhi e accenna nuovamente ad un inchino. Ha delle minuscole perle di sudore sulla fronte. “Faremo del nostro meglio. Ma ci sono ancora molti dettagli da migliorare. Per esempio quel piccolo… ehmmm, …problema con i cani...”
“I dettagli non mi interessano affatto!” lo interrompe bruscamente il Gran Cavaliere. “Spero per lei che faccia del suo meglio, Montezuma. Lei è pagato sontuosamente proprio per questo: fare del suo meglio. Io per conto mio lo faccio già da una vita…” s’interrompe per un attimo, mentre l’ombra di un sorriso gli illumina il volto marcato, “…e vorrei continuare così per un bel po’!” Batte con il bastone per terra, si gira e ritorna zoppicando verso la parete che nasconde il suo ingresso personale.
“Porta!” dice.
“Sshhhhh.”
“Un’ultima cosa, signor Montezuma!” Il Gran Cavaliere fa un cenno con la mano perché Montezuma s’avvicini.
“Comandi.”
“Dica al signor Pirla di disporre meglio le statue ed i busti nel corridoio, Montezuma. Non ci si passa più.”
“Certamente, signore.”
Il Gran Cavaliere si gira. Pochi attimi dopo, la porta si richiude alle sue spalle. Montezuma si asciuga la fronte con un fazzoletto. Quando lo ripiega e mette in tasca, le mani bianche e curate gli tremano leggermente.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 07/03/2005 :  12:35:58  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 8
Dov’è il Museo Egizio?



Il Museo Egizio di Torino, visto da fuori, non sembra affatto il Museo Egizio. Non sembra neppure un museo. La strada non si chiama “Strada del Museo Egizio”, come ci sarebbe da aspettarsi, bensì “Via Accademia delle Scienze”, e per confondere ben bene le idee, dopo tre isolati la via cambia ancora nome. Un turista che passa di lì, probabilmente non si accorge di trovarsi davanti al Museo Egizio. Se per caso si fermasse ad osservare l’edificio, mai più indovinerebbe che dietro a queste austere mura in mattoni e alle alte finestre impolverate si trovi il secondo museo più grande del mondo per la storia dell’antico Egitto. Il palazzo del museo, visto da fuori, dà piuttosto l’idea di essere un vecchio ospedale dismesso, non un edificio di fama mondiale.
Per confondere il turista, le prime sette finestre dell’edificio, venendo da via Maria Vittoria, indicano il nome di una tipografia. Probabilmente è per questa ragione che all’ingresso hanno messo la scritta MUSEO EGIZIO. Ma non la si vede se non si è già entrati.
Qualcuno deve averlo realizzato e gli è venuta l’idea geniale di mettere un biglietto di cartone all’angolo tra piazza San Carlo e via Maria Vittoria con sopra una freccia che punta a destra, verso via Maria Vittoria. Sul pezzo di carta c’è scritto: “Museo Egizio”. Ogni tanto la carta si stacca, normalmente dopo qualche giorno di pioggia, altre volte un buontempone la copre con un poster per qualche ritrovo o concerto, e allora per alcune settimane il secondo più grande museo egizio del mondo (dopo quello del Cairo) resta orfano dell’unica indicazione utile ai turisti. Per fortuna l’ignoto benefattore, prima o poi, rimette a posto il biglietto.
Torino è una strana città, fatta proprio così: quello che ha di bello, non te lo fa vedere, ma lo nasconde. Un po’ come si vergognasse di essere bella. Una cenerentola che non si sveglia mai, insomma. Bisogna proprio cercarsele con fatica ed impegno, le parti più belle di Torino. Eppure ce ne sono tante. Solo chi conosce queste regole, sa come comportarsi. Gli abitanti sono abituati. In questa città invece, dice sempre il papà di Teo, …” devi stare attento quando qualcosa non è nascosto, quando è troppo curato, o è stato appena restaurato: allora puoi stare certo che sotto c’è qualcosa che non va!”
Teo ha pensato molto a questa frase. Probabilmente suo papà ha ragione. In effetti, sarà strano, ma forse il Museo Egizio gli risulta simpatico perché in qualche modo è veramente nascosto. Tutt’intorno ci sono palazzi o chiese molto più vistosi, che attirano gli sguardi dei turisti: a meno di cento metri dal Museo Egizio c’è Palazzo Carignano, orgoglioso edificio barocco che possiede persino una propria piazza. In effetti, i turisti passano davanti al Museo Egizio guardando già Palazzo Carignano, pensando che sia quello la sede del museo.
La tesi del papà di Teo è questa: “Se lo guardi da fuori, il Palazzo Carignano è tutto curve, è curato e tirato a lucido, fa venire una gran voglia di entrarci, ma poi, dentro ci hanno messo la mostra più noiosa di tutta l’Italia! Pensa: vogliono persino togliere l’Egizio da dove si trova per potarlo lontano dal centro di Torino, in periferia!”
Teo spera che il museo resti dov’è. Ci si affeziona più facilmente ad una cosa brutta e un po’ malandata che ad un oggetto bello, perfetto e sicuro di sé. Se non ci credete, chiedete ad un tifoso del Torino. Vi spiegherà bene questo concetto…
Dall’altra parte del Museo Egizio, dove Via Accademie delle Scienze cambia nome in Via Lagrange, una famosa chiesa di Torino occupa l’angolo con Via Maria Vittoria. Se a quell’incrocio si gira a destra, si arriva subito in Piazza San Carlo (che fa parte dello stesso isolato dell’Egizio), esempio di grandiosa architettura piemontese con le due chiese gemelle, i suoi palazzi tutti uguali, i suoi bar (carissimi, perché qui le facciate sono tutte rifatte), le grosse banche e i negozi di moda più cari della città. Anche qui, il papà di Teo ha una sua idea precisa: “Se faccio l’errore di sedermi al tavolino di uno dei bar di Piazza San Carlo”, sostiene, “devo portarmi dietro il libretto degli assegni per pagare, tanto sono cari. In più, preferisco il caffè della latteria sotto casa. Mi piace di più ed il proprietario, Gianfranco, almeno mi saluta quando entro e quando esco. Nei bar di Piazza San Carlo ti guardano tutti come se fossi un ladro che vuol scappare senza pagare il caffè.”
Sarà per tutte queste ragioni che il Museo Egizio è simpatico a Teo. Ci vogliono impegno e volontà per andarci. Non ci sono bar, negozi, vetrine, statue e nemmeno parcheggi. È quasi nascosto. Teo ha sentito parlare di persone che hanno cercato il museo per ore e ore, senza trovarlo. Non turisti giapponesi o americani, ma Torinesi! Chissà quanti altri sono finiti nel museo sbagliato (quello dentro al palazzo Carignano), annoiandosi poi terribilmente a guardare vecchi cannoni arrugginiti, ninnoli e pupazzi impolverati con le uniformi dell’epoca di Garibaldi…
Le gite di classe organizzate, invece, trovano sempre il Museo Egizio. Ogni anno, da ottobre a marzo, migliaia di bambini e ragazzi popolano le sale del museo per ammirare mummie, statue e tombe degli Antichi Egizi. A visitare il museo sono di gran lunga più ragazzi che adulti.
Normalmente, ci vanno in gita nelle medie, ma non è comunque raro che anche bambini delle elementari vengano a Torino per visitarlo.
Teo c’era già stato, solo che allora era troppo piccolo e non ricorda quasi più nulla. Però gli sono sempre piaciuti gli antichi Egizi, ed inoltre oggi a scuola avrebbe avuto due ore di storia se non ci fosse stata la gita. Ciò che pensa Teo del libro di storia lo sappiamo già. Si capisce bene perché è doppiamente contento!
Quando la maestra lo aiuta a salire i gradini che portano nell’androne del museo, Teo ha la strana impressione che stia per iniziare un’avventura. Non un’avventura bella e limpida; piuttosto qualcosa di pauroso, cupo, scuro, qualcosa di molto brutto che gli fa paura. Per una frazione di secondo Teo vorrebbe correre via. Correre a passi veloci, come nel sogno che ha fatto la notte prima. Si sente come se improvvisamente sopra di lui fosse passata una grossa nuvola nera, oppure l’ombra di un grosso uccello rapace, scurendo il cielo e riempendolo di terrore.
Ma si tratta solo di un pensiero che passa veloce com’è venuto, e Teo non ci fa caso. Sarà il buio dell’androne, pensa, e si mette a chiacchierare con la maestra, mentre gli altri ragazzi si spingono per entrare nella biglietteria.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 29/04/2005 :  09:45:01  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 9
Uno strano regalo per il signor Gauss




Che il signor Gauss fosse un uomo introverso e abitudinario lo avevamo già capito. Dei suoi vestiti grigi abbiamo parlato. Che possieda ventisei cravatte, invece, è un altro tema, e vale la pena approfondirlo.
Per le (poche) persone che frequenta, la cravatta è spesso l’unico indicatore dello stato interiore del signor Walter Gauss. Vedendo che cravatta indossa, si capisce di che umore è. Se è giù di morale e gli manca l’entusiasmo necessario per affrontare il lavoro con il sorriso sulle labbra sottili, se soffre per il clima freddo e umido di Berlino, se vorrebbe tanto essere da qualche altra parte del mondo, alle isole Canarie o in Marocco (qualsiasi posto dove c’è sempre il sole e fa caldo), allora la cravatta del signor Gauss rispecchia fedelmente lo stato d’animo malinconico del suo proprietario, più dell’espressione del suo volto. La maggior parte delle sue cravatte vanno dal grigio chiaro al nero. Talvolta possiedono qualche piccolo disegno geometrico blu scuro o rosso, ma nell’insieme sono sempre cupe. Quattro giorni lavorativi su cinque, spesso cinque su cinque, lui sceglie una di queste. Le rimanenti cravatte nel suo armadio sono leggermente colorate, per i pochi giorni in cui è di umore accettabile. Due sono addirittura allegre, per quando sta proprio bene: una con punti e bollicine coloratissime su fondo azzurro chiaro, l’altra con lo zio Paperino che gioca a golf su uno sfondo verde-pisello, ma il signor Gauss non le metterebbe mai per andare a lavorare! Non oserebbe. È una persona estremamente seria.
E, in effetti, quella con zio Paperino l’ha messo una volta sola. Era per la prima comunione di sua nipote, l’anno scorso, una domenica mattina di maggio. C’era un tempo magnifico. Faceva caldo, c’era una leggera brezza che sapeva di mare e spingeva le nuvole bianche verso sud. Lui, quella giornata se la ricorda ancora. Si era svegliato sentendosi benissimo e si era messa la cravatta con Paperino. Solo che, durante la messa, il signor Gauss aveva avuto la sensazione terribile che tutti gli invitati lo guardassero male. La cosa gli aveva disturbato al punto da non gustarsi nemmeno la funzione. Così, dopo la messa era corso fino a casa per cambiarsi la cravatta e per raggiungere i festeggianti al ristorante vicino alla chiesa, arrivando in ritardo di venti minuti al ristorante. Naturalmente nessuno lo aveva aspettato. Gli invitati avevano già iniziato con un brindisi di champagne, spazzolato gli antipasti misti con vino bianco francese e stavano attaccando il primo. Ormai erano tutti allegri. Le donne ridevano, i bambini si rincorrevano nel giardino e gli uomini si erano tolte le cravatte e slacciato l’ultimo bottone delle camicie per stare più comodi. Così il signor Gauss era rimasto praticamente l’unico uomo a cenare con la cravatta. Scura, s’intende.
Questa mattina, per tornare al presente, il signor Gauss sta davanti all’armadio aperto e guarda dentro con aria sconsolata. Spera che guardare dentro all’armadio gli faccia magari venire un’idea. Ma l’armadio è come sempre: pieno di vestiti scuri. Non riflette la luce. Non l’aiuta nella scelta che deve fare: quella della cravatta, visto che di lunedì non lavora.
Nemmeno il giorno dopo, il martedì. Questi due giorni per lui sono quello che per quasi tutte le altre persone al mondo sono il sabato e la domenica. Sembrerebbe strano, ma non lo è: Il Museo Egizio di Berlino rimane aperto sette giorni su sette, così lui ed il direttore si sono divisa la settimana. Il direttore lavora dal lunedì al venerdì, il signor Gauss in qualità di vicedirettore lavora dal mercoledì alla domenica. In questo modo al museo c’è sempre almeno uno dei due, caso mai dovesse succedere qualcosa di importante.
A qualcuno potrebbe dare fastidio non avere libero il fine settimana. Al signor Gauss, invece, non dispiace affatto. Dopo tutto, lunedì e martedì sono due giorni dove tutti gli altri lavorano. I negozi sono aperti, i cinema e i teatri sono mezzi vuoti e l’ingresso costa di meno. Inoltre, nessuno va mai a casa sua a disturbarlo, come normalmente succede a tutti, perché sono gli altri a lavorare. E quando gli altri stanno a casa, la domenica, lui è al museo che lavora. A lui va benissimo. Gli piace stare solo.
La scelta che deve fare in questo momento è quella di trovare una cravatta adatta. Essendo martedì, avrebbe scelto una cravatta leggermente più colorata, dato che non andrà al lavoro. Allo stesso tempo però ha in mente di fare un salto al Ministero dei Beni Culturali, e dunque sarebbe meglio non dare nell’occhio con dei colori troppo sgargianti. Di conseguenza opta per una cravatta grigio medio. Non si sa mai! Mentre la sta togliendo dall’armadio, qualcuno suona alla porta.
Il signor Gauss rimane fermo per un attimo, con la cravatta in mano. Ormai sappiamo anche noi che il martedì non gli capita praticamente mai di ricevere visite. Ancora di meno alle 8.32 di mattina!
“Chi potrà essere?!” mormora il signor Gauss e va in corridoio, sempre con la cravatta in mano, si avvicina alla porta dell’appartamento e guarda fuori dallo spioncino.
Riesce a vedere due strani semiconi rossi che non si muovono: uno a destra, una a sinistra del spioncino.
In quel momento suona di nuovo il campanello.
“Chi è?” chiede il signor Gauss, che continua guardare fuori. Il semicono di destra si muove leggermente, e una voce flautata risponde: “C’è un pacco per lei, signor Gauss. Apra!”
Allora apre la porta. Fuori ci sono due uomini. Sono abbastanza piccoli, molto magri, con la carnagione scura. Sembrano fratelli, e indossano tutti e due un fez rosso con un piccolo ciuffo di corde nere che penzola dalla sommità. L’uomo di destra porta gli occhiali con la montatura di plastica nera e le lenti talmente spesse che chi lo guarda vede soltanto due enormi pupille nere con l’iride marrone scuro attorno.
“Buongiorno, signor Gauss”, dice. “Abbiamo un pacco da consegnarle.”
Il signor Gauss guarda i due uomini, poi la scatola che è appoggiata per terra. Vede che si tratta di una scatola veramente grossa! “Ma… io non ho ordinato nessun pacco!” dice e sta per chiudere la porta.
L’uomo di sinistra si abbassa leggermente e dà un colpetto con la mano sullo scatolone. “Lo sappiamo!” grida con entusiasmo. Sembra quasi che canti. “Lo sappiamo, signor Gauss!” La sua voce è acuta come quella di un soprano.
“Ma allora…? Perché…?”
“Lei è un uomo fortunato, signor Gauss!” dice l’altro, quello di destra. I suoi occhi riempiono quasi completamente gli occhiali. Deve avere problemi di vista notevoli.
“Lei è un uomo molto fortunato”, gli fa eco quello di sinistra con la voce suadente. “Lei ha vinto il primo premio!”
Il signor Gauss guarda lui, il pacco, poi l’altro con gli occhiali. “Primo… premio…?” ripete lentamente. Non capisce assolutamente niente di quanto stia capitando.
“Sì, esatto! Lei ha vinto il primo premio, signor Gauss. E ora, se permette, lo portiamo dentro.”
I due si chinano. Le piccole corde nere dei loro fez si muovono contro la stoffa rossa mentre alzano il pacco di cartone. Il signor Gauss si sposta per farli entrare in casa. Mentre chiude la porta dell’appartamento, loro sono già andati avanti. Ormai sono in salotto e hanno messo il pacco per terra. Si stanno guardando attorno. “Ecco, lì c’è una presa!” dice quello con gli occhiali, e punta un angolo della stanza. C’è solo un vaso con una pianta sempreverde, per il resto c’è spazio.
“Mi sembra il posto adatto!” esclama l’altro.
“Perfetto!” ribatte il primo. “Proprio l’angolo giusto!”
“Non avrà nemmeno i riflessi della finestra”, dice quello con la voce da donna. “Sa, i riflessi possono dare fastidio.”
“Non solo, possono persino fare venire il mal di testa, dopo un po’. Mal di testa, stanchezza, abbassamento della vista…”
“Ma mi volete dire di cosa state parlando?” Il signor Gauss continua a non sapere cosa succede. “Quale primo premio? Quali riflessi? Che stanchezza?”
“Perché, lei non lo sa?” chiede l’uomo con gli occhiali.
“No, non lo so!” Il signor Gauss ha cominciato a mettersi la cravatta, tanto per fare qualcosa e non stare lì con una cravatta in mano ed il colletto della camicia alzato, mentre due completi sconosciuti stanno parlando di cose incomprensibili nel suo salotto.
“Lei ha vinto un ventotto pollici”, annuncia l’uomo con la voce da donna. Sorride. Ha i denti estremamente regolari e piccoli. “Non è contento?”
“Non so nemmeno cos’è un ventotto pollici!” ribatte il signor Gauss mentre si fa il nodo alla cravatta.
“Non sa cos’è un ventotto pollici!” ripete l’uomo con gli occhiali, guardando il suo compagno come se non ci potesse credere. Quando sgrana gli occhi dietro agli occhiali, si vedono solo due enormi pupille scure e sembra quasi un personaggio da cartone animato.
“Facciamogli vedere, allora”, dice l’altro e comincia ad aprire lo scatolone.
Il signor Gauss s’ingarbuglia con la cravatta, perché tenta di annodarla e, allo stesso tempo, di vedere che cosa i due stiano tirando fuori dall’involucro di cartone. Quando l’hanno appoggiato per terra, nell’angolo del salotto, l’uomo con gli occhiali tira via anche il sacchetto protettivo di plastica bianca. “Voilà!” dice col gesto di un direttore di circo che stia presentando la famosa donna cannone che tra poco verrà sparata fuori dalla tenda. “Il suo nuovo televisore a ventotto pollici.” Osserva il televisore con la testa inclinata a lato, facendo penzolare il ciuffo di corde nere.
“Con schermo extrapiatto, due prese scart, l’ingresso per il satellite, menù multilingue per la programmazione e telecomando ergonomico!” Guarda il signor Gauss con aria trionfante. “Cosa ne dice? Una vera bellezza!”
“Ma io non voglio nessun televisore”, dice il signor Gauss incredulo e fa un passo indietro. “Non l’ho mai avuto e non voglio nemmeno averlo!”
“Invece ora ce l’ha”, dice l’altro con la voce flautata. “E le piacerà, vedrà!”
L’uomo con gli occhiali si china ed infila la spina del televisore nella presa a fianco alla pianta. “Guardi, c’è persino la presa per l’antenna.” Toglie dalla scatola un filo bianco che collega tra televisore e presa. “Ora le farò vedere come si programmano i canali.” Preme un bottone in basso sul televisore. Poi si alza un po’ a fatica, appoggiando le mani sulle ginocchia, sorride al signor Gauss e dice: “Venga qui, ora le spiego per benino come funziona...!”
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carolina
Piccoloscrittore appena arrivato


5 Messaggi

Inserito il - 08/07/2005 :  22:41:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Sono troppo curiosa !
per favore metti gli altri capitoli al piu prestooooo!
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 12/07/2005 :  15:07:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cara Carolina,
grazie che mi hai scritto. Infatti, metterò un capitolo in più.
Ma potresti dirmi di più?
Ho un disperato bisogno di avere le vostre impressioni, le vostre critiche, sapere chi vi piace, perché, chi non vi piace, perché, cosa pensate di Teo ecc.
Mettete gentilmente le vostre lettere nel forum "Le mie impressioni su Teo?"
Grazie mille
georg
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 12/07/2005 :  16:21:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 10
La visita al Museo Egizio


Uscendo dalla biglietteria, una piccola sala riporta nell’androne. Ha però uno scopo: qui i visitatori devono lasciare le loro borse negli armadietti prima di entrare nel museo. Mentre le insegnanti chiudono gli armadietti a chiave, i ragazzi, vedendo le porte dei bagni, scoprono improvvisamente che devono assolutamente fare la pipì. Così ci vuole qualche minuto prima che tutti siano tornati indietro nell’androne, sotto l’obelisco, da dove si partirà per la visita.
Teo nel frattempo è entrato nel lungo corridoio a sinistra. Il percorso vero e proprio del museo inizia solo alla fine del corridoio, dove c’è una porta sulla destra. Davanti alla porta è seduto un usciere che controlla i biglietti. In piedi accanto a lui, un giovane uomo con jeans e capelli lunghi sembra aspettare qualcuno. Guarda l’orologio e si aggiusta la coda di cavallo.
Teo avanza lentamente, aiutandosi con la stampella. Anche la professoressa di sostegno è rimasta indietro per mettere via la sua borsa, e Teo se la prende comoda. La maestra di sostegno normalmente non si occupa di lui, perché da quando Teo va alle medie, se la cava benissimo da solo. Lei ormai lo accompagna soltanto durante le gite. É una brava donna che vuole certamente bene a Teo, però gli mette sempre fretta, come se avesse paura che rimanere indietro possa dare fastidio alle altre insegnanti. Teo sa benissimo che non è così, e allora non si fa innervosire e cammina sempre molto piano. Anzi, più la professoressa lo sprona a fare in fretta, più Teo va piano. Ma non lo fa per cattiveria. Vuole semplicemente vedere le cose interessanti con calma, a modo suo. Questo significa che Teo magari si ferma cinque minuti davanti a un oggetto che nessuno della classe, prima di lui, ha nemmeno degnato di uno sguardo, mentre poi non mostra alcun interesse per una statua ammirata da tutti e le passa accanto senza nemmeno fermarsi. Lui è fatto così, un po’ a modo suo. “La testa è tua, e soltanto tu sai cosa c’è dentro”, dice suo padre. “Se poi la fai funzionare bene, sei a cavallo. Se gli altri non ti capiscono, non è un problema tuo: è un problema loro!” E, come spesso accade, Teo gli dà ragione. Delle volte è proprio contento che nessuno sappia che cosa ha in testa!
Ora, mentre avanza lentamente nel corridoio, osserva i primi due busti di marmo sulla parete di sinistra. Non conosce i nomi scolpiti nelle mensole. Poi arriva ad una statua di un uomo a grandezza naturale. Sotto c’è la scritta:
GIOVANNI PLANA

Dopo la statua c’è un terzo busto di marmo. Si tratta di un uomo dalla faccia piccola e stretta rivolta verso l’ingresso del museo. La cosa buffa è che ha una espressione quasi spaventata, come se si aspettasse di vedere entrare nel museo qualcuno di cui ha paura. Una strana espressione per un busto di marmo. Improvvisamente una voce dietro dice: “Sai chi è Bernardino Drovetti?” Teo si gira. L’uomo con la coda di cavallo gli si è avvicinato e sta indicando il busto di marmo.
Teo scuote la testa.
“Praticamente nessuno sa chi è”, continua l’uomo. Deve essere sulla trentina, forse anche di meno. “Eppure, se non ci fosse stato lui, non ci sarebbe il Museo Egizio di Torino.” Osserva con simpatia il volto del signor Drovetti e prosegue: “ Era un piemontese che lavorava nella valle del Nilo, in Egitto. Faceva svariati lavori, tra l’altro era persino console di Francia, all’inizio dell’ottocento. Tanti oggetti esposti qui al museo li ha raccolti lui personalmente. Oggi nessuno si ricorda di lui e di cosa ha fatto per la nostra città.”
“Ma almeno gli hanno fatto una statua”, dice Teo.
“Hai ragione. Però si sono dimenticati di scrivere sul basamento quello che ha fatto. Il solo nome non basta per capire chi è.” L’uomo sembra sinceramente triste per l’ingiustizia fatta al signor Drovetti.
A dire il vero, Teo non si sente molto coinvolto nel problema del signor Drovetti. Avanza lentamente verso la prossima statua di marmo, dedicata a ERCOLE RICOTTI. L’altro è rimasto fermo davanti al busto di prima, guardandolo con una strana espressione. Poi si scuote e guarda verso l’ingresso deserto. Certamente aspetta qualcuno. Controlla l’orologio, si avvicina di nuovo a Teo e chiede:
“Fai parte della classe delle medie che deve visitare il museo questa mattina?”
Teo annuisce. “Sono andati a prendere i biglietti”, dice. “Dovrebbero arrivare da un momento all’altro.”
“Meno male”, risponde l’altro e sorride sollevato. Ha un naso lungo e ricurvo come quello del disegno di Giulio Cesare sul libro di Latino che Teo studia molto malvolentieri. I capelli lunghi sono legati con un nastro rosso. “Pensavo già di aver sbagliato giorno. Non sarebbe la prima volta. Da quando ero piccolo non riesco mai a ricordarmi le date, i giorni della settimana, e nemmeno in che anno siamo!” Ride, e i suoi occhi azzurri ridono con lui. “Mi ci sono voluti sei mesi per abituarmi all’idea che ora viviamo nel ventunesimo secolo.” Poi però diventa serio e fissa Teo dritto nei occhi. “Hai qualche problema con la gamba, vero?”
Teo fa spallucce. Non ci vuole tanto per capirlo. Basta vederlo camminare con la stampella. E soprattutto Teo odia farsi commiserare da persone che non conosce. Gli dà un fastidio terribile.
Grazie al cielo l’altro non ha nessuna intenzione di farlo. Strizza l’occhio e sorride. “Sei fortunato”, dice. “Da pochissimo tempo il museo possiede un ascensore. Così ti sarà facile seguire il percorso attraverso i piani.” Punta il dito verso la porta d’ingresso della prima sala.
Per qualche attimo rimangono in silenzio. Teo non può avanzare. Ha visto tutta la fila delle statue e dei busti e ora è a un metro dall’usciere. Senza biglietto non può entrare.
“Come ti chiami?” chiede l’altro.
“Teo.”
Il giovane allunga la mano, e Teo non ha molta scelta: deve stringerla.
“Mi chiamo Carlo. Sono da poco laureato in Archeologia e ho scoperto troppo tardi che gli archeologi non sono molto richiesti in questa società.” Ride, ma è una risata amara. “Se lo avessi saputo prima, non avrei studiato per tutti questi anni, avrei fatto l’idraulico o il politico e oggi avrei avuto una barca di soldi. Così, invece, mi guadagno la pagnotta facendo la guida al Museo Egizio.” Fa spallucce e ridiventa serio. “Meno male che l’archeologia mi piace. Se durante la visita c’è qualcosa che posso fare per te, fammelo sapere, ok, campione?”
Teo sta per dire qualcosa, ma ecco che sbucano le due insegnanti nel corridoio, seguite dalla classe. C’è un gran vociare. Carlo va incontro alle due professoresse e le saluta. I ragazzi sono contenti che la visita inizi. “Tieni, Teo!” grida Maria Pia, mentre gli corre incontro. “Ti ho preso il biglietto.” Oggi Maria Pia ha due code di cavallo che le spuntano ai lati dalla testa rotonda.
“Grazie”, dice Teo e si mette il biglietto nel taschino superiore. Maria Pia, quando può, aiuta Teo, ma lo fa senza farlo pesare. È una delle poche persone che ci riescono. Non per niente è la sua migliore amica.
Nel frattempo, Carlo ha finito di parlare con le insegnanti e tutti devono passare dall’usciere per farsi controllare i biglietti.
I ragazzi seguono Carlo e l’insegnante nella prima sala. Teo entra per ultimo, perché già non si ricordava più in quale taschino aveva messo il biglietto. Alla fine lo ha trovato e ora s’incammina molto lentamente. Nel frattempo, Carlo ha preso posizione nel centro della stanza e si presenta alla classe: “Mi chiamo Carlo e sarò la vostra guida”, dice ai ragazzi. “So tutto, ma proprio tutto sugli Egizi!” Ride, poi continua: “Se avete domande di qualsiasi tipo, non abbiate paura di chiedermi.”
Poi Carlo comincia a raccontare. Parla a voce alta e Teo riesce a sentire tutto quello che dice e spiega, anche se si trova ad una certa distanza. Gli piace ascoltare Carlo. Ha un modo strano ma molto piacevole di spiegare gli oggetti esposti. Nel centro della sala si trova una teca di vetro che contiene il corpo mummificato di una persona. Carlo e la professoressa spiegano ai ragazzi come gli antichi Egizi preparavano i loro morti e cosa pensavano che succedesse alle persone nella vita dell’aldilà.
Teo ascolta da lontano, senza concentrarsi più di tanto. Per una volta si tratta di una materia che conosce bene. Ha sempre avuto una grande ammirazione per gli antichi Egizi e ha letto qualche libro sulla loro storia e cultura.
Quando stanno per entrare nella seconda sala, una signora anziana vestita tutta di blu entra nella sala, si guarda attorno, vede Carlo e si avvicina scuotendo la testa. “Signor Drovetti”, dice con tono di rimprovero, e gli porge una grossa busta di carta, “come sempre, sì è dimenticato i questionari per i bimbi all’ingresso. Ho pensato che forse le servono.”
“Che sbadato che sono!” dice Carlo e sorride alla signora. “Grazie mille.” Prende la busta, la apre e comincia a distribuire a tutti i ragazzi un piccolo plico di fogli fotocopiati e pinzati. “Questi sono i vostri questionari. Così, dopo aver finito la visita, scopriremo chi di voi sarà stato attento a quello che vi racconto. Ma per ora non dovete fare nient’altro che ascoltarmi. Avrete tempo per compilarli più tardi.” Per ultimo, si avvicina a Teo e gli passa il questionario. “Per te, campione”, dice sottovoce. “Scommetto che se stai attento, non farai un solo errore.” Gli strizza l’occhio e ritorna dai ragazzi. “Alla fine ci sarà un premio per quelli che compileranno giusto tutto il questionario”, dice. “Dunque impegnatevi. Pronti per vedere un vero sarcofago?” chiede ad alta voce. “Ora vi racconto la storia del visir di Micerino! Ma non toccate le pareti in pietra della sala, mi raccomando. C’è un incantesimo egiziano che vi tramuterà in topi o coccodrilli se toccate le pietre! Il problema è che poi non sappiamo come fare ad annullare l’incantesimo. Abbiamo già un centinaia di topi nella cantina del museo. Se diventate un coccodrillo, peggio ancora: vi metteremo nel Po.” Qualcuno dei ragazzi ride, qualcun altro invece si allontana rapidamente dalle pareti, ma tutti vogliono sentire che cosa Carlo ha da raccontare. Assieme a lui entrano nella sala successiva.
Teo segue lentamente, ma mentre sta per lasciare la sala qualcosa cattura la sua attenzione, e si ferma per guardare meglio. Tra le sale sono state fatte due grosse aperture nella parete che fungono da porte. Ai lati delle aperture due armadi a muro vanno fino al soffitto, chiusi da vetrate e con luci interne che illuminano le mensole di vetro.
Però le mensole sono tutte vuote. Non un solo oggetto in nessuna delle teche illuminate. Teo ci pensa su un attimo. Saranno in allestimento, pensa, e si rimette in movimento. Tanto, si dice, nella prima sala tutte le vetrine e le teche erano piene di vasi di terracotta, e negli armadi a muro ci sarebbero stati soltanto altri vasi e vecchi recipienti, ma niente di veramente interessante. Fa spallucce e raggiunge gli altri.
La visita continua. Effettivamente Teo è contento che ci sia l’ascensore, poiché il percorso, che è segnato da cartellini con frecce che indicano la direzione, scende prima al piano sotterraneo e poi risale di due piani. Con l’ascensore tutto è più facile.
Gli oggetti che piacciono a Teo sono soprattutto le statuette di legno dipinto. Ce ne sono tante, alcune raffigurano i rematori delle barche, altre i contadini che lavorano nei granai o che fanno il pane e la birra. Le figure sono alte circa trenta centimetri, scolpite con amore e attenzione per i dettagli, e colorate così bene che sembrano appena fatte da un artista moderno. Sembra impossibile che abbiano quattromila anni e più!
Però anche le statue di marmo nella grande sala, alte fino a cinque metri, sono impressionanti. Ce ne sono alcune di uomini o donne con la testa di animali: gatti, leoni, uccelli. Quelle sì che fanno paura!
Carlo è una brava guida. Anche le insegnanti ascoltano rapite le sue descrizioni e le storie che racconta. Ha un modo di spiegare molto personale: descrive le cose in modo totalmente diverso da come vengono presentate nei libri. Gran parte delle informazioni, Teo già le sapeva, ma spiegate da Carlo diventano più vive ed interessanti. Una storia, invece, non la conosceva proprio: le autorità egiziane, già un secolo fa, permettevano a tutti gli europei di scavare e cercare tombe, templi e sarcofagi. Bastava andare a fare una semplice domanda al governo egiziano e poi si poteva fare l’archeologo. L’unica regola che bisognava seguire era che di ogni oggetto trovato, per poterlo portare fuori dall’Egitto, dovesse già esistere almeno un esemplare in Egitto. Così, se, per esempio un archeologo italiano trovava la statua di una dea con la testa di uccello, poteva portarla a Torino solo se era già stata trovata un’altra statua simile, che invece doveva rimanere in Egitto, nel museo del Cairo.
A quanto pare, dovevano avere trovato doppioni a migliaia, per riempire un intero museo come quello egizio di Torino! Carlo, tra l’altro, racconta che nei sotterranei del museo (oltre ai ragazzi tramutati in topi e coccodrilli) ci sono casse su casse di oggetti ancora da pulire, catalogare e esporre. Ci sono migliaia di rotoli di papiro ancora da aprire e da leggere, più di cent’anni dopo il loro ritrovamento!
“Perché non li aprono?” ha chiesto Maria Pia con gli occhi sgranati. “Se uno mi scrive una lettera, non aspetto un anno prima di aprirla!” Maria Pia è proprio così, non ha peli sulla lingua e non ha paura di niente.
Carlo non se l’è presa. Ha sorriso e spiegato che bisogna essere molto bravi e molto cauti per aprire i papiri, altrimenti il rotolo si sgretola ancora prima di riuscire a leggere una sola lettera. Il materiale è talmente vecchio e rovinato dall’umidità che diventa polvere se lo si tocca senza sapere come si fa. Ha detto che per certi papiri bisogna preparare un meccanismo che li srotola lentamente, millimetro dopo millimetro e così ci vanno mesi prima di poter decifrare la prima riga!
Finita la visita, Carlo porta i ragazzi e le insegnanti in una saletta a compilare i questionari. Non ci sono tavoli e sedie per tutti, ma Teo si è seduto velocemente. Effettivamente è stanco morto, dopo quasi quattro ore in piedi! Ma Teo tenta sempre di fare finta di niente. È difficile sentirlo dire: “Sono stanco!” Non capita praticamente mai. Lui odia gli sguardi di compassione e pena degli altri quando lo vedono camminare. Anche per questa ragione ha seguito la classe a distanza: camminando più piano, non sembra che abbia grossi problemi con la gamba sinistra. Quando Teo avanza molto lentamente, un estraneo capisce che Teo è un bambino “portatore di handicap” (così si chiamano oggi nel linguaggio burocratico) dall’uso della stampella… ma Teo potrebbe anche essere semplicemente un bambino che si è rotto la gamba e che tra qualche settimana correrà nuovamente come tutti gli altri. La vera natura del problema di Teo diventa chiara se deve camminare a velocità sostenuta, allora è costretto a muovere anche il busto da destra a sinistra per riuscire a trascinare la gamba. Inoltre, muoversi veloce gli fa abbastanza male.
Ora deve compilare i questionari. Si tratta di tre pagine fotocopiate con dieci domande per ogni pagina. Quasi tutte le domande si risolvono scegliendo tra tre o quattro possibili risposte. Basta mettere una crocetta vicino alla risposta giusta.
Spesso, quelle sbagliate fanno proprio ridere. Così, per esempio, alla domanda: “Quale è la pianta che serviva a produrre la carta?”, tra le risposte da scegliere sono elencate: “tulipano”, “papavero” e “fagiolo nano”, oltre a quella giusta, “papiro”. Teo si immagina come gli Egizi tentassero di fabbricare un foglio di carta con i fagioli o con i tulipani, e gli viene da ridere.
La penultima domanda del questionario è: “Chi ha raccolto più di 20.000 oggetti oggi esposti al museo di Torino?”
Teo conosce bene la risposta e metta la “x” sulla casella accanto il nome “Bernardino Drovetti”. Gli altri nomi, in effetti, non hanno niente a che fare con il Museo Egizio, oppure sono scelte assurde, per esempio “Ramsete”. Difficile immaginarsi che il faraone in persona avesse raccolto oggetti per Torino, che, tra l’altro, a quell’epoca non esisteva nemmeno.
Quando tutti hanno scritto il loro nome e cognome in alto sul foglio, Carlo passa a raccogliere i questionari. Mentre controlla le risposte, i ragazzi fanno grappolo attorno a lui. Per fortuna fa in fretta, visto che conosce le risposte a memoria.
Maria Pia e Teo sono gli unici a non avere fatto errori. Ci sono altri tre ragazzi che hanno fatto uno o due errori, mentre il resto della classe ha sbagliato almeno tre domande. Qualcuno ha fatto addirittura più errori che risposte esatte!
“Vi avevo promesso un premio,” dice Carlo, e dà a Maria Pia e Teo due belle matite del Museo Egizio. “Sopra troverete l’alfabeto con la traduzione in geroglifici”, spiega. “Così potrete scrivervi lettere che nessun altro capirebbe.”
“Ma noi ci scriviamo per e-mail!” dice Maria Pia, quasi triste.
Carlo si mette a ridere. “Vorrà dire che per una volta tornerete indietro a scrivere sulla buona vecchia carta da lettere!”
Le insegnanti annuiscono soddisfatte. A loro, il computer, le e-mail e Internet non sono mai sembrati innovazioni importanti. Preferiscono assolutamente usare carta e penna, scrivere l’indirizzo sulla busta, andare dal tabaccaio, comprare un francobollo, appiccicarlo e fare due passi alla più vicina buca delle lettere.
Alla fine Carlo saluta tutti: “Grazie per la vostra visita”, dice. “Siete stati bravissimi, nessuno è stato tramutato in topo o coccodrillo, e spero che abbiate imparato delle cose nuove e interessanti sull’antico Egitto. Sono certo che se tra qualche tempo doveste ritornare, vi ricordereste tutto quello che abbiamo visto oggi. Scommettiamo?”
I ragazzi salutano e ritornano nell’androne. Il pullman dovrebbe arrivare da un momento all’altro. Teo aspetta in disparte, mentre mangia la sua mela. Se la prende con comodo, poiché vuole uscire per ultimo. Così è certo che non verrà spinto dagli altri. Chissà perché i ragazzi, quando salgono su un pullman, devono sempre spingere? Teo non trova una risposta logica. Ci sono tante domande a cui non trova risposte, ultimamente. Ma è troppo stanco per scervellarsi. Continua masticare la mela. Ormai è rimasto solo il torsolo con in cima il picciolo. Teo lo butta nel cestino dei rifiuti. Quando si gira vede che Carlo esce da una stanza dietro il vano delle scale e si avvicina a lui sorridendo.
“Volevo solo salutarti personalmente”, gli dice, “Sei riuscito a seguire tutta la visita. Devo proprio dirti che sei stato in gamba! ”
“Grazie”, risponde Teo. “Però sono stato soprattutto su una gamba.” Sorride quando vede Carlo esplodere in una risata.
“Questa è buona!” Carlo ride. “Complimenti. Hai un senso dell’umorismo molto personale, direi.”
Teo lo fissa con uno sguardo strano. Gli è venuto in mente qualcosa. “Mi chiedevo se lei c’entra con il signor Drovetti, quello del busto di marmo nel corridoio…?”
Carlo smette di sorridere. Sembra colpito. Rimane un attimo in silenzio, poi, invece di rispondere, fa una domanda a sua volta: “Come ti è venuta l’idea, campione?”
“Prima, all’inizio della visita, la signora del museo l’ha chiamata Drovetti. Dunque la domanda mi è venuta naturale.”
Carlo annuisce. “Sei un buon osservatore, Teo!”, dice. “In effetti, hai ragione. Sono il pro-pro-pro-pronipote del signor Drovetti di Barbania, quello del busto di marmo nel corridoio.” Mette la mano vicino alla bocca, come quando non si vuole essere sentiti da terzi, si avvicina a Teo e aggiunge sottovoce: “Qui dentro, nessuno si è mai accorto di questo fatto. Probabilmente pensano tutti che si tratti di un caso di omonimia. Succede che due persone abbiano lo stesso cognome. Ma forse qui nessuno sa chi sia il personaggio del busto. Magari non hanno mai letto il nome. I busti non suscitano un gran interesse. Per questo non mi stupirei se fosse così.”
“Perché non dice agli altri di essere un pronipote del famoso signor Drovetti?” chiede Teo. “In fondo sarebbe una cosa di cui andare fieri.”
“Preferisco che non lo sappia nessuno.” Carlo fa una smorfia mentre si gratta il mento e pensa. Poi aggiunge: “Parlerebbero dietro le mie spalle, dicendo che sono qui solo perché sono il pro-pro-pro-pronipote di Bernardino Drovetti, e non perché mi sono laureato con i massimi voti in Archeologia e perché sono bravo. Anche all’Università non l’ho detto a nessuno. Preferivo meritarmi il voto, capisci?”
Teo ci pensa su un attimo. “Credo di sì”, dice. “Ma è sempre un peccato. In fondo, non è qualcosa di cui vergognarsi.”
“Sapessi quante cose sono ‘un peccato’, quando si lavora”, risponde Carlo con un sorriso amaro. “Ce ne sono di peccati peggiori, campione. Se tu un giorno…”
Viene interrotto a metà frase. Qualcuno dietro di loro sta chiamando: “Teo! Dove sei?”
È la voce dell’insegnante di sostegno che ora ritorna nell’androne per cercare Teo. “Ah, eccoti qui! È ora di salire. Manchi solo tu!” In effetti, alle sue spalle si vede un pullman giallo parcheggiato davanti all’ingresso del museo. Teo e Carlo non si erano nemmeno accorti che stavano chiacchierando da un bel po’.
Carlo allunga la mano a Teo, che la stringe. “Grazie, Carlo Drovetti”, dice con un sorriso. “Mi sono proprio divertito, oggi.”
“Anch’io, campione!” Mentre Teo sale faticosamente sul pullman, Carlo tira fuori un pacco giallo e verde di tabacco, una cartina e si gira una sigaretta. Ha le mani agili e finisce in fretta. Quando accende la sigaretta, l’autista ha chiuso le portiere e sta partendo. Dietro al finestrino, Teo lo sta guardando. Saluta con la mano. Carlo sorride e ricambia. “Magari ci rivedremo!” dice, ma lo fa senza voce, tanto sa che Teo non lo può sentire.
Carlo non immagina quanto presto accadrà.

Modificato da - Georg Maag in data 12/07/2005 16:28:38
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Nicco
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 12/07/2005 :  23:33:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Georg, posso comprendere che tu voglia delle impressioni. Sarebbe logico farlo se ci trovassimo anche noi così, e per questo motivo te le do'.
I miei capitoli preferiti sono decisamente il 1, 2 e 5. Proseguendo a leggere, mi sono accorto che hai cambiato genere e le trame sono diventate dagli umori diversi. Questo mi piace, complimenti.
Un vero scrittore deve sapere offrire al lettore ogni sorta di umore e per farlo bisogna essere attenti. E' per questo che è stata inventata la grammatica e la letteratura.
Ci sono poi delle frasi completamente magiche, e non è raro trovarle, te lo assicuro. La nascita del protagonista è bellissima e a sua volta l'argomento è fantasioso. Le prime frasi sono il nocciolo di tutto quanto ed è difficile fare tutto senza deviare qualcosa. Fare il nocciolo è molto difficile, ma tu ci sei riuscito. Il nocciolo, cioè il punto, della trama, viene messo spesso a metà strada, quando tutto comincia a farsi chiaro e il pezzo chiave è più facile da mettere in pratica. Tu invece ci sei riuscito all'inizio senza avere niente di circumscritto. Bravo.
Baci
Nicco
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daisy
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 18/07/2005 :  21:24:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ho letto solo il primo capitolo è non piace l'ultima parte dove dice che butti in terra la sigaretta . non piace perchè la maggior parte della gente che fuma non mi piace ( ma tanto non sentirò mai l'odore del fumo che esce dalla tua sigaretta) e non mi piace perchè butti in terra la sigaretta : esistono i cestini. mi piacionno le divagazioni che hai fatto e il paragone di teo a una tartaruga. spero che non ti arrabbiarai per le critiche. comunque è un bel capitolo.
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daisy
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 19/07/2005 :  09:59:48  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro georg maag,
ho letto i primi due capitoli del tuo libro. Non c’è che dire sono veramente belli!!! Anche se qualcosa non è proprio perfetta. Ti devo dire che quando ho letto “ il misterioso viaggio nel Medioevo” non ci ho trovato niente di sbagliato. Ma non trovo niente di sbagliato neanche negli altri libri. Forse perché sono già stati scritti e stampati, e comunque il mio parere non conta! Però se ci penso bene trovo sempre qualche frase incomprensibile, ma poi, alla fine del libro me ne sono dimenticata e penso che comunque, se io l’ho trovata incomprensibile non è detto che anche gli altri la trovino senza senso. Comunque sto divagando esattamente come hai fatto te! Del primo capitolo ti ho già detto cosa ne penso, invece degli altri no! Il secondo è molto bello, perché c’è la descrizione del vecchio alla televisione dell’ e-mail di mari pia, e l’ e-mail lasciata in sospeso che ti fa venire voglia di leggere gli altri capitoli. Queste sono tutte cose inutili: a chi interessa se il computer di Teo fa il verso di un anatra quando riceve un e-mail? Risposta : a nessuno! Però in questo c’è qualcosa di bello, anzi di bellissimo. Non so cos’è forse perché queste divagazioni “ inutili” danno più l’aria di qualcosa che sia esistito realmente! Come se tu stai raccontando qualcosa di vero e non un racconto inventato, come se lo stai raccontando sul momento a dei bambini, non so se mi spiego. Comunque mi è piaciuto molto il fatto che non spieghi il problema di Teo, hai spiegato un po’ nel primo capitolo che quel bambino fa fatica a camminare, ma poi non ne parli più. gli fai vivere la sua vita senza ricordarli sempre che ha un problema ha una gamba. So già che non avrai capito ma io lo scritto comunque. L’unica cosa che non mi è piaciuta è il sogno. Cioè è bellissimo, ma forse è meglio che lo rivedi ( questo è il consiglio di un’undicenne che non sa a malapena cosa vuol dire scrivere: non prenderlo troppo sul serio!) stavo dicendo… che è meglio che lo rivedi perché non ho capito molto! Forse Teo si stava sognando di lui che poteva correre, poi, all’improvviso, come per riportarlo alla realtà, arriva il vero Teo che non riesce a camminare ? anche qui non so se mi spiego! Mi piace anche l’ultima parte, dove dici che Teo corre molto nei sogni e nella fantasia! Complimenti è proprio un bel libro! Non penso che servano i complimenti perché se sei diventato scrittore sai già che sei bravissimo a scrivere anche se nessuno ti fa i complimenti. Comunque te li meriti, almeno per i primi capitoli: gli unici che ho letto! Spero di non farti perdere tempo a leggere perché è un po’ lungo.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 19/07/2005 :  15:40:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cara Daisy,
grazie per la tua recensione dei primi due capitoli. Mi ha fatto piacere leggere critiche e lodi, perché c'è sempre qualcosa nei libri che ti "entra da solo" e qualcos'altro che "bisogna digerire". Hai ragione nel dire che il sogno è strano.
E' stranissimo!
Ma ha un senso. Un senso che solo nel penultimo capitolo verrà fuori, perché lì si capirà che, alla fine, non era tanto un sogno, ma una premonizione di qualcosa di tremendo che capiterà alla fine del libro... e che i lettori attenti sicuramente si ricorderanno in quel preciso momento del libro.
Mi piace molto scrivere "ad anello" e non spiegare sempre tutto. Credo che un lettore accanito voglia avere uno spazio suo per interpretare, tentare di capire, anticipare, sperare. Dunque do molti indizi, qualcuno volutamente senza esito (se no sarebbe troppo semplice capire subito), una buona parte invece che prima o poi torneranno a spiegarsi da soli. Così piacciono i libri a me, e così mi piace scrivere.
Ovviamente "Il misterioso viaggio nel Medioevo" e "Federica e la magia dell'antico Egitto" sono per lettori un po' più giovani, e sono romanzi abbastanza brevi, mentre "Teo è un maloppone di 600 pagine, lungo non meno di Harry Potter III! Dunque ho anche il tempo per descrivere, vagare, parlare di quello che succede in altre parti del mondo (i capitoli sul sig. Gauss avranno un senso solo quando il lettore sarà arrivato ai capitoli 20, all'incirca) e lasciare al lettore il compito (gustoso, spero ) di tentare di tessere le fila invisibili del romanzo. Ripeto: adoro libri così da quando ho la vostra età, mentre mi danno noia i romanzi dove tutto è prevedibile e descritto anche troppo. Preferisco rimanere "corto" e stimolare la fantasia.
Quando avrai letto il resto di quello che ho pubblicato di "Teo", mi scrivi di nuovo le tue impressioni? Sono preziose. E se spargi la voce tra i tuoi amici e compagni che ho bisogno di lettori e critici, mi fai una grande cortesia. Userò con molta attenzione le vostre recensioni! Parloa d'onore!
georg
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daisy
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 19/07/2005 :  16:34:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
va vene ho iniziato il terzo ma ti scriverò quando lo avrò finito
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 19/07/2005 :  17:09:32  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Capitolo 11
Il terzo racconto di Carlo



Se il mondo è piccolo, come dicono alcuni, allora Torino è minuscola. L’ho sempre saputo.
Torino, poi, è una città di provincia, non una metropoli come qui vogliono farci credere. A Milano, Roma, New York, Parigi o Londra potresti uscire per strada in mutande, girare per ore e tornare a casa senza aver incontrato una sola persona che ti conosca. Nessuno saprebbe che te ne sei andato in giro mezzo nudo. Sei una formica tra un milione di altre formiche.
A Torino, se per strada malauguratamente ti capitasse di mettere per un solo secondo il dito nel naso, il giorno dopo lo saprebbero tutti: tua madre, i fratelli, i colleghi di lavoro, il tuo barista ed il portinaio del tuo palazzo. Qualsiasi cosa fai o hai fatto, lo sanno tutti. Magari non te lo dicono apertamente, ma lo sanno. Ci potete scommettere la barba finta di Ramsete che è così, e, se volete scommettere anche quella di sua moglie, a me va benissimo.
Torino, una città con quasi un milione di abitanti, per qualche ragione inspiegabile è così piccola che incontri sempre qualcuno, a qualsiasi ora, nei posti più impensabili. Se mai decidessi di marinare una delle mie visite guidate al museo, magari per passere due ore in piazza Maria Teresa sulla panchina a leggere, ecco, sono certo che proprio quella mattina lì la direttrice del museo passerebbe per via della Rocca e mi vedrebbe seduto lì. Sicuro come la pioggia il giorno di Pasqua!
È questa la ragione per cui non mi sono affatto meravigliato quando ho incontrato Teo nel corridoio del Museo Egizio. In fondo, il Museo Egizio vive soprattutto delle visite delle scuole. Ci sono molti più ragazzi che adulti. Le classi vengono tutti i giorni, da tutte le parti, e, se faccio un calcolo, credo che con le sei o sette visite che guido mediamente ogni settimana incontrerò almeno ottocento ragazzi al mese, che saranno poi circa settemila all’anno.
Dunque non è strano che abbia incontrato un ragazzo che avevo già visto prima. Al massimo c’è da stupirsi che l’avessi visto prima fuori dal museo, e che, avendolo incontrato prima, me ne sia ricordato. Ho già detto che non ho una grande memoria per le date e le persone? Mi sembra di sì.
Ho riconosciuto subito Teo, senza il minimo dubbio. Era solo, camminava molto lento facendo finta di niente. Gli altri ragazzi erano ancora nella biglietteria con le insegnanti. Io stavo aspettando una classe delle medie che avrei dovuto portare a fare la visita mattutina, e come mi succede spesso, non ero del tutto sicuro di non aver sbagliato ora o addirittura giorno. Iniziavo a temere di essermi confuso con il turno del pomeriggio, perché non vedevo nessuno ed aspettavo già da cinque minuti davanti alla prima sala, accanto all’usciere che strappa i biglietti e che stava facendo finta di non vedermi. È nuovo e non osa ancora prendermi in giro come le cassiere.
Quando mi capita una situazione del genere, mi sento abbastanza scemo. Non osavo chiedere alla vicedirettrice, sarebbe servito solo a farmi trattare una volta in più come un deficiente o un incapace. È terribilmente altezzosa, la vicedirettrice. Non potevo chiederlo di certo alle ragazze alle casse. Sono quasi tutte molto giovani, vent’anni o poco più, e sono lì per guadagnare soldi, non per vocazione. So che tante non sono mai andate a vedere il museo, perché a loro non interessa. Hanno quel modo sciocco di sorridermi quando passo nell’androne. Probabilmente mi prendono in giro appena esco. Per loro, uno come me, innamorato dell’antichità, che non va in discoteca né allo stadio e che porta i capelli lunghi deve sembrare un povero pazzo. Quando le cassiere escono dal museo, ci sono certi tipacci da fare paura che le aspettano fuori: palestrati, abbronzati, capelli corti e tinti sparati con il gel o rasati sulla nuca, vestiti orribili, patacche d’oro ai polsi, scarpe da centocinquanta euro, fidanzati che con le cassiere vanno probabilmente dritto a mangiare al McDonalds, poi fanno due passi in via Roma, giusto per farsi vedere, ed aspettano di andare in discoteca. No, era meglio non chiedere nulla alle cassiere. Mondi ci separano – per fortuna!
Ero andato a controllare prima, appena arrivato al museo. Purtroppo la mia collega Laura non era nello sgabuzzino riservato a noi guide. Laura ed io non abbiamo quasi mai gli stessi orari, per non ingarbugliare il museo con due gruppi contemporaneamente. Dunque non mi rimaneva altro che aspettare e sperare che non avessi sbagliato ora, o addirittura giorno.
Mi sentii sollevato quando Teo mi confermò che la sua classe sarebbe arrivata dopo poco.
Per il resto non gli ho certamente fatto capire che lo conoscevo già. Che avrei dovuto dirgli? “Ah, sei tu, quello con la gamba che non funziona, quello che i ragazzi per strada prendono in giro chiamandolo ‘scimmia’?” Non mi sembrava proprio il caso. Anche dirgli che l’avevo visto alla sua finestra mentre piangeva dalla frustrazione non mi pareva un buon inizio di conversazione. Sono cose di cui non si parla, forse nemmeno con i migliori amici, figuriamoci con un ragazzo che avevo visto due volte per caso in piazza Cavour e che per di più doveva avere un sacco di guai.
Siamo entrati subito in sintonia. Non solo perché indossava una giacca senza maniche ma con un’infinità di tasche e taschini, modello cacciatore o pescatore americano. Anch’io adoro i gilet, e le tasche mi piacciono, ci posso mettere tabacco, cartine, accendino, chiavi, lettere, guide, ritagli di giornale e spiccioli. Però non basta una giacca per andare d’accordo.
Mi ha stupito come persona, Teo. Ha una testa niente male, si fa i fatti suoi, si prende i suoi spazi, e quando ha qualcosa da dire lo dice. Non è un piagnone, non si lamenta, ha seguito tutta la visita stando in disparte e alla fine ha risposto perfettamente a tutte le domande. Va bene, le domande non sono un granché difficili, ma bisogna pure dire che spesso non c’è nemmeno uno solo di tutta la classe che riesca a rispondere in modo giusto a tutte le domande.
Teo invece sa concentrarsi, perbacco! E pensare che avrebbe tutte le ragioni per perdere la concentrazione: quella gamba deve rendergli la vita un inferno. Sono certo che gli fa male, in particolare quando cammina a lungo. Deve anche stancarlo, tutto quel movimento dell’anca. Alla fine della visita zoppicava molto più che all’inizio. Ma lui niente, nessuna smorfia, nessuna parola. Tranquillo come una pasqua. Seguiva a distanza, ascoltava, pensava ai fatti suoi.
Una cosa su tutte mi ha impressionato di Teo: ha scoperto chi sono io. E’ il primo in assoluto che ha messo assieme il mio cognome con quello del mio pro-zio, quello che sta nel corridoio dell’ingresso del museo.
È vero, mi ha spiegato che ha capito quando la vicedirettrice mi chiamò per nome portandomi i questionari che avevo dimenticato. Ma ci vuole sempre una bella testa per collegare le due cose, e gli sono grato di non aver spifferato la sua scoperta a tutti. Sarebbe arrivato alle orecchie della direttrice in un lampo. Qui, come spiegavo prima, le notizie viaggiano veloci. Siamo o non siamo a Torino?
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daisy
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 20/07/2005 :  21:36:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
il quarto capitolo è il più bello che ho letto: non ho trovato niente da criticare ma tutto a lodare!
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daisy
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 22/07/2005 :  16:41:07  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
il quinto capitolo è un po' noiso! anzi molto noiso mi sono dovuta obbligare a leggerlo. invece il sesto è molto più bello e come il quarto non ho trovato niente da criticare. mipiacciono di più i capitoli in cui parli di teo. mi piacciono moltissimo
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Nicco
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 23/07/2005 :  14:22:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Non ha letto nessuno il mio commento? Va beh...
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 23/07/2005 :  14:36:19  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Nicco,
non te la prendere se nessuno ha risposto al tuo commento. E' una discussione molto specifica su un libro e su una mia domanda specifica, dunque spetta più che altro a me scrivere ai ragazzi che mi fanno il piacere di commentare.
Ovviamente sono contento di quello che scrivi. E' uno stile, quello che ho usato per "Teo", non comune, un po' "diverso", credo almeno, da quasi tutti gli altri romanzi. Penso che dipenda dal fatto che in fondo non scrivo "per bambini", anzi: non voglio "scrivere per bambini", perché mi sembrerebbe prendere i bambini come lettori di seconda fascia, mentre gli adulti sarebbero di prima fascia.
Mi piace scrivere per le persone, nonostante la loro età, e con "Teo" ho provato ad avvicinarmi a questo stile. Così mi tengo sicuramente un po' basso nella ricercatezza dei termini, ma lo faccio volentieri, perché è sicuramente la storia che deve convincere, e assieme alla storia anche i vari protagonisti e le loro faccende. Vorrei che chi legge il romanzo si senta portato via in questa Torino che diventerà sempre più cupa e magica, poi surreale e, alla fine, addirittura farà molta paura. Lo stile varia in base ai personaggi dei vari capitoli. Così il sig. Gauss (e Daisy lo ha confermato, dando una valutazione esattamente contraria alla tua) sarà presente in tre o quattro capitoli soltanto e ha una funzione "laterale" al romanzo: serve per far capire chi legge che qualcosa di strano succede anche a Berlino, e dunque in altre parti dell'Europa, e forse del mondo. Ma Teo non lo sa.
Ho aggiunto un capitolo nuovo.
Ovviamente aspetto con speranza molti altri commenti, e se hai qualcosa ancora da aggiungere sulle parti nuove, sarò contentissimo!
Grazie a te e Daisy,
Georg
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Beaye
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1795 Messaggi

Inserito il - 28/08/2005 :  19:35:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Georg, finalmente sono riuscita a trovare il tempo (ora che ha riaperto il forum è poco visitato, no?) per leggere tutti i capitoli che hai scritto, è mi sono sembrati tutti BELLISSIMI, tranne il 5.
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


276 Messaggi

Inserito il - 18/01/2008 :  21:06:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Dai, Georg, aggiungi altri capitoli!
Ciaoooooo! Baci & Abbracci
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Goblin Delirante
piccolissimo scrittore


48 Messaggi

Inserito il - 25/08/2008 :  12:31:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
molto bello il libro.
per ora ho letto i primi sette capitoli, ma le parti che in assoluto mi sono piaciute di più sono quelle in cui parla Carlo, ricordano i discorsi di Saramago.
Complimenti
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Dennis
piccoloscrittore impegnato


81 Messaggi

Inserito il - 23/12/2010 :  22:34:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ho letto i capitoli di " Teo corre veloce " riportati su questo forum, mi sono piaciuti tantissimo in particolare l'incontro tra Teo e Carlo al museo egizio( che visiterò a gennaio con la scuola)!


Saluti!!
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