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 Piccoliscrittori a scuola
 UMBERTO I, SUCC.; TORINO, 2003/4
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umbertosucc.
Piccoloscrittore appena arrivato


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Inserito il - 18/02/2004 :  21:51:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ecco i nostri INCIPIT preferiti
(alunni della classe 3° A, scuola Re Umberto succursale)

PRIMO CLASSIFICATO (37 voti)
Autore: ANG CHIN GEOK
Titolo: DI ACQUA E DI VENTO
Nel paese dei miei genitori il paesaggio brulicava di demoni e spiriti.
Per porre un ostacolo a queste creature soprannaturali, che si potevano muovere solo in linea retta, si costruivano sentieri tortuosi, si mettevano ripari davanti a case e specchi.

(scelto da Simone Marelli)


SECONDO CLASSIFICATO (19 voti)
Autore: MAREK HLASKO
Titolo: L’0TTAVO GIORNO DELLA SETTIMANA

Il sabato, il centro della città non ha un’aria diversa dagli altri giorni: ci sono solo più ubriachi.
Ma in centro, il sabato, non c’è più nessuno che si diverta ad osservare la vita: nessuno di quelli che restavano seduti per ore e ore accanto al portone, o alla finestra, o su una panchina sui viali
, ….
(scelto da Gianluca Zitoli)


TERZO CLASSIFICATO (13 voti)
Autore: JAMES G. BALLARD
Titolo: IL PARADISO DEL DIAVOLO
<< Salvate gli albatros..! Fermate i test nucleari, subito..! >>
Bagnata fradicia, la dottoressa Barbara stava nella punta della barca, appoggiandosi alla spalla del Nilet per tenersi in equilibrio, mentre l’imbarcazione dondolava sul mare mosso.

(scelto da Manuel Ventimiglia)


Il primo Incipit ci è piaciuto così tanto che stiamo già provando, con l'aiuto della maestra, ad utilizzarlo per creare un racconto tutto nostro.

A presto. Ciao a tutti, anche a Georg Maag.

Modificato da - umbertosucc. in Data 24/02/2004 18:02:33

Georg Maag
Georg


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Inserito il - 19/02/2004 :  08:43:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari ragazzi,
avete ragione! Il primo incipit ha veramente qualcosa di magico e di forte, ed è un'apertura verso un mondo fatto di spiriti e meraviglia.
Bravi!
Non avete però messo i voti per ciascuno. Se volete aggiungerli, basta cliccare su "modifica" (la porticina blu che appare in alto, nella prima riga) e aggiungete quello che volete, togliete errori di battitura, ecc. Lo faccio anch'io spesso.
Grazie per aver scritto. Tenetemi al corrente, va bene? E se avete tempo, leggete anche qualche storia di altri bambini qui sul sito. Se volete, lasciate anche dei commenti alle storie!
Buon divertimento!
Ciao
Georg
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admin
Forum Admin


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Inserito il - 19/02/2004 :  16:09:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
(pubblicato il 19 febbraio in una discussione a parte e spostato nella discussione della Umberto I, Succursale dall'amministratore del sito)



Ecco gli incipit scelti dalla classe 3C della Scuola Re Umberto succursale


1° Classificato
Autore: Coloane
Titolo:Una vita alla fine del mondo

Se ne stanno laggiù le circa quaranta sorelle generate dall'arenaria del terziario proteggendosi a vicenda dall'erosione dell'oceano, da maremoti ed eruzioni vulcaniche....(Francesco Shelton Agar)

2°Classificato
Autore:(la bimba non l'ha copiato)
Titolo: Un ponte sull'eternità

Si pensa, talvolta, che di draghi non ce n'è più neanche uno. E neppure di prodi cavalieri. E neppure l'ombra di una principessa che vaghi per foreste misteriose, incontrando col suo sorriso cerbiatti e farfalle. Pensiamo che la nostra sia un'età senza più frontiere, senza più avventure. Il destino è al di là dell'orizzonte; quelle ombre che passavano al galoppo rilucenti si sono ormai dileguate. Che bello sbagliarsi! (Gioia Petrucci)


3° Classificato
Autore:Giuseppe Ferradino
Titolo: Pericle il nero

Il mio padrone è Luigino Pizza, che tutti lo chiamano così a causa della pizzeria. Ha una bella faccia e pochi capelli e somiglia a Bianchi che una volta allenava il Napoli... (Eleonora Vandoni)


Come da lei indicato, i bambini stanno ora lavorando sugli incipit di nuove storie inventate insieme, incipit che vengono scritti da ognuno e poi letti e discussi con i compagni per trovare la soluzione migliore. Abbiamo anche letto il capitolo del libro riguardante la consequenzialità e la verosimiglianza e vorremmo ora provare a continuare uno degli incipit scelti in biblioteca e, successivamente,per iscritto, anche gli incipit delle storie inventate da noi. Vorrei per il momento, continuare a lavorare
in forma collettiva.
In attesa di una sua cortese risposta le invio i più cordiali saluti
Consuelo D'Andrea
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 19/02/2004 :  16:40:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari ragazzi della III C,
grazie anche per i vostri incipit. Mi immagino quanta fatica e quanto lavoro nel dover sentire tutti gli inizi e votare. Spero che non vi siate picchiati nella foga...
Credo però che alla fine sia stato un gran divertimento. Pensate: avete letto un gran numero di inizi diversi, e ognuno vi apriva un nuovo mondo, una finestra su sensazioni, vibrazioni, idee. E ne avete votato quelli che più vi piacevano. Questo è un gran passo in avanti per voi e per tutti i ragazzi delle altre classi: ora avevate una scelta, e l'avete fatta assieme.
D'ora in poi scegliete sempre i vostri libri con questo metodo, se non volete finire con libri regalati che poi magari non sono di vostro gradimento.
Sugli inizi posso dire poco. Sui gusti, come dicevano i Romani, non si discute. Avrei forse pensato che il secondo arrivato sarebbe piaciuto molto di più del primo classificato (che suona un po' difficile e "alto" come linguaggio, mentre il secondo ci fa capire che i draghi esistono ancora), ma l'avete votato voi e ci saranno delle buone ragioni (certo mi sarebbe piaciuto saperle, vero, maestra...?!).
Ora andate avanti così. Ma dovete sempre divertirvi. I libri esistono per quello, almeno i romanzi: per il divertimento.
Tenetemi al corrente, e dite alla maestra di scrivere sul sito, di raccogliere le vostre esperienze, di farmi partecipe di quello che vi piace durante il corso, dove avete problemi e dove tutto va liscio, ok? Preparate cerbottane, fionde e fatele il solletico sotto i piedi, d'accordo?
Ciao
Georg


P.S.: ho cambiato il nome della vostra discussione come dovrebbe essere. Così si riconosce la vostra scuola e l'anno scolastico.
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admin
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846 Messaggi

Inserito il - 24/02/2004 :  14:25:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Inserito (nella discussione sbagliata!) il - 24/02/2004 : 12:11:05 (e spostato dall'amministratore)
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Siamo i bambini della IIIB (Re Umberto Succursale)
Ecco gli incipit più votati:

I classificato (punti 20)
JOHN STEINBECK
LA VALLE DELL'EDEN


La valle del Salinas è nella California settentrionale. E' un canalone lungo e stretto tra due fili di monti, e il fiume Salinas,
si snoda e si contorce lungo tutta la valle fino a sfociare nella baia di Monterey.
Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d'estate gli uccelli, gli odori degli alberi e delle stagioni, che aspetto aveva la gente e come camminava... (Scelto da Gianluca Mondo)

II classificato (punti 18)
FERRUCCIO PALAZZOLI
VIGILIA DI NATALE


Quando la stanchezza e il freddo diventavano insopportabili si gettava sulle spalle la vecchia coperta e si stendeva sul letto accanto a Maria. Gli piaceva guardarla dormire... (Scelto da Giulia Mastrullo)

III classificato (punti 16)
ROB KEAN
FRATERNITY

Lo avevano ucciso alcune ore prima, ma avrebbe dovuto soffrire ancora per qualche minuto. Il suo corpo giovane e nudo, pallido e intossicato, giaceva sul tappeto zuppo. Le torture di mezzanotte gli avevano fatto perdere conoscenza: ma, appena i primi raggi del sole filtrati dal finestrone si posarono sul corpo nudo, il ragazzo si mosse uscendo momentaneamente dal lungo coma... (Scelto da Eugenio Durante)

Aspettiamo di sapere cosa pensi delle nostre scelte.
A presto e buon compleanno!
I bambini della IIIB
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 24/02/2004 :  14:40:21  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari ragazzi della III B,
grazie anche per i vostri incipit. Dev'essere una bella gara, a vedere i pochi punti che dividono i vincitori.
Su Steinbeck non ho nessun dubbio. Avete scelto sicuramente bene, ed è un grandissimo autore, ha scritto tanti bei libri, e da tanti sono stati tratti anche dei film. Sicuramente potrebbe diventare un autore da seguire, una volta che siete alle Medie, perché non è poi così difficile da leggere, e se cominciate con i libro giusti (La perla, il pony rosso, ecc.) sono certo che vi darà tante ore di bellissima lettura.
Il secondo classificato non lo conosco, ma è sicuramente strano ed interessante, e parla di amore e di dolcezza.
Sul terzo, invece, probabilmente gli adulti avranno da ridire, perché è un inizio/incipit che ci trasporta di botto in un mondo dove c'è paura e violenza - anche se dall'inizio si capisce che il poveretto poi non è morto, come "loro" (i cattivi, senza dubbio) pensavano. Dunque è un inizio mozzafiato di un libro "thriller", scritto per "catturare" l'attenzione con la tensione. Non sempre sono libri belli e profondi, ma visto che stavamo in biblioteca per trovare e scegliere incipit, qualcosa nella scena deve avervi catturato.
Quello che conta, invece, è che avete scoperto quanti mondi diversi vi si aprono ad ogni inizio di un libro, e che con un po' di attenzione potete anche scegliere in base ai vostri gusti. Una grande scoperta, senza dubbio!
Allora, forzzza ragazzi, avanti tutta! Ora cominciate a giocare voi con le vostre parole, e sono curioso sapere come andrà avanti!
Un'ultima cosa: la vostra insegnante dovrebbe mettere i vostri lavori e commenti in questa stessa discussione, non aprendone una nuova ogi volta. Questa, giustamente, si chiama Umberto I Succ., e dunque basta aprirla, andare fino in fondo e cliccare su "rispondi" subito sotto l'ultimo testo, fuori dalla finestra. Così si aggiunge alla pagina.
Ciao,
siete stati bravi!
Georg
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umbertosucc.
Piccoloscrittore appena arrivato


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Inserito il - 07/03/2004 :  09:57:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Siamo la classe 3°A, succursale di via Ventimiglia.
Volevamo far conoscere a tutti come stiamo proseguendo nel lavoro sugli INCIPIT.
Ciao.

Autore: ANG CHIN GEOK
Titolo: DI ACQUA E DI VENTO
Nel paese dei miei genitori il paesaggio brulicava di demoni e spiriti.
Per porre un ostacolo a queste creature soprannaturali, che si potevano muovere solo in linea retta, si costruivano sentieri tortuosi, si mettevano ripari davanti a case e specchi.
(scelto da Simone Marelli)

PROSECUZIONE COLLETTIVA
Di fronte a questi ultimi, gli esseri spaventosi perdevano l'orientamento e, ingannati da quello che vi era riflesso, ci sbattevano contro, diventando una poltiglia puzzolente, scura e disgustosa che strisciava lentamente ed entrava nei ruscelli o, essendo leggera, si sparpagliava nell'aria.
Allora si scatenavano forti temporali: la pioggia violenta allagava il paese e cancellava i sentieri, poi un vento fortissimo li ricostruiva perfettamente diritti...

Modificato da - umbertosucc. in data 07/03/2004 12:12:03
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umbertosucc.
Piccoloscrittore appena arrivato


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Inserito il - 07/03/2004 :  10:19:21  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
LE TRE IDEE PREFERITE PER COSTRUIRE NUOVI INCIPIT

Una maestra imbranata(di Davide Lamberti)
Un teschio parlante (di Alessio Tonello)
Un pennello schizzafoglio (di Giulia Belcastro)

Per la prima idea, i quattro incipit che sono piaciuti di più sono stati
1) Quando frequentavo la classe quinta, la mia maestra, di nome Imbranatinus, guardava sempre i nostri quaderni e, se avevamo sbagliato tutto, lei non diceva niente: non sapeva se cielo si scriveva con la i oppure senza.
Un giorno faceva molto caldo e lei si era messa la maglia di lana.
Quando preparava le verifiche, invece di scrivere le domande, ci scriveva le risposte e non se ne accorgeva.

(di Iolanda Daqua)
2) Quando la maestra della classe 3° B, di nome Luna Storta, entrava in classe, i bambini erano spaventati perché spiegava le cose sbagliate e correggeva le cose giuste.
Era imbranata perché aveva una piccola influenza chiamata Sars.
Quando guardava i bambini, faceva gli occhi storti e ...

(di Ernesto Tosetto)
3) Quando la maestra Farcita saliva le scale, ogni due scalini cadeva, entrava in classe con una gobba talmente grossa che assomigliava a quella di un cammello.
Non faceva mai niente tutto il giorno e i bambini dovevano cercarsi le schede da soli e chiedere alle bidelle cosa fare.
Si mangiava: conigli, polli, maiali e una mucca al mese, naturalmente farciti !

(di Davide Lamberti)
4) Quando la maestra Nonhaiscampo vedeva un errore, rideva e diceva:- Ah, ah, ah ! Bravi bambini, le cose senza errori bisogna imprigionarle, siete mitici !
La maestra tornò a casa, vide un testo senza errori e gli mise " non sufficiente " perché a lei non piacevano i compiti ben fatti.

(di Marco Rumore, a pari merito con Davide Lamberti)
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umbertosucc
Piccoloscrittore appena arrivato


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Inserito il - 15/03/2004 :  23:20:01  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Georg,
siamo i bambini della IIIB succursale. Ti scriviamo i nostri lavori collettivi, perchè vorremmo proprio che tu ci dicessi cosa ne pensi.

Contiuazione dell'incipit vincitore:
LA VALLE DELL'EDEN
...Per questo vorrei tornare là, nella Valle del Salinas, perchè mi piacerebbe che i miei figli vedessero i luoghi della mia infanzia.
Eccoci qua, dopo un lungo viaggio. Tutto è cambiato, non riconosco più i luoghi dove sono cresciuto: non vedo i meravigliosi boschi in cui giocavo con gli animali, ma solo grigi, tristi, alti palazzi.
Per strada persone affannate, che camminano veloci, senza badare a chi sta loro intorno e senza mai sorridere. Di bambini neanche l'ombra: sono tutti chiusi in casa a guardare la televisione o a giocare con la play station. Nell'aria un odore sgradevole di scarichi di automobili dà fastidio alla gola.
Incontro il mio vecchio amico John, non è più l'allegro bambino con cui ho trascorso tante ore divertenti, ma un adulto preoccupato e spaventato. Mi riconosce e dopo un po' di titubanza mi abbraccia. Andiamo a casa sua e inizia a raccontarmi il perchè di questi cambiamenti...

Incipit inventato da tutti noi:
LA MAPPA MISTERIOSA
Quando quella mattina la signora Tina si svegliò, notò che la finestra della sua camera da letto era aperta... Eppure l'aveva chiusa la sera precedente, ne era sicura. Si alzò un po' preoccupata e vide delle impronte sul suo lucido pavimento. Chi le aveva lasciate?
La signora Tina aveva acquistato quell'appartamento, situato in un elegante palazzo d'epoca, alla morte del vecchio proprietario: il signor Guglielmo, il quale aveva vissuto solo per molti anni, abbandonato da tutti a causa della sua avarizia. Aveva accumulato molti soldi che teneva nascosti in casa sotto una mattonella, dove aveva scavato un nascondiglio segreto. Il signor Guglielmo era, però, molto smemorato, così per non dimenticare quale fosse il punto esatto dove aveva nascosto il suo tesoro, disegnò una mappa.
Alla sua morte tutte le sue cose vennero ammassate in soffitta e l'appartamento venduto. La signora Tina ora voleva sgombrare la soffitta, perchè era infestata dai topi. Chiamò Jack, un robusto ragazzone che abitava lì vicino, il quale durante lo sgombero trovò la mappa e ...

Aspettiamo i tuoi consigli.
Ciao
I bambini della IIIB
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 16/03/2004 :  09:19:58  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari ragazzi della III A,
è da un po' di tempo che dovevo e volevo rispondervi, ma ho avuto un po' di influenza e un fine settimana di lavori sforzati in casa (pensate che ancora 6 mesi dopo aver traslocato non ho finito di costruire la libreria, e ho decine e decine di scatole pieni di libri in cucina...)
Allora, andiamo per gradi:
La vostra prosecuzione dell'incipit di ANG CHIN GEOK, DI ACQUA E DI VENTO, mi è piaciuto estremamente. Bravi, avete fatto un ottimo lavoro. Non avrei, forse, usato "puzzolente", ma l'avrei descritto con "forte odore", perché "puzzolente" è un termine un po' basso, che non si adegua al resto delle parole e allo stile. "Puzzolente" andava bene in un brano giocoso, buffo, scherzoso. Chiaro? Ma questo è solo un dettaglio minuscolo. Per il resto avete fatto un buon lavoro di ricerca delle parole e dello stile. Una domanda però: non mi spiego come un vento possa ricostruire dei sentieri dritti! Perché non usare uno degli spiriti (tanto ce ne sono a dozzine, come dice la prima frase!) per ricostruire magicamente i sentieri dopo ogni pioggia e diluvio? Sarebbe stato più logico, e sapete quanto sia importante la logica nello scrivere. Avendo spiriti a disposizione, non costava farli fare quello che noi piccoliscrittori vogliamo!

Ora parliamo delle tre idee per un vostro incipit:
Una maestra imbranata (di Davide Lamberti)
Un teschio parlante (di Alessio Tonello)
Un pennello schizzafoglio (di Giulia Belcastro)


Quello di Iolanda mi piace. E' ottimo. Avrei soltanto cambiato l'ordine alla penultima e l'ultima frase, invertendole. Quando si scrive, bisogna andare per "blocchi" di logica. Un blocco, magari, per introdurre tutto, un nuovo blocco per portarci al momento in cui la storia inizia, un altro blocco per spiegare quello che succede, ecc. Chiaro?

Quello di Ernesto, invece, ha bisogno di una "pulitina" delle idee. Pronto, Ernesto? Via:
Quando la maestra della classe 3° B, di nome Luna Storta, entrava in classe, i bambini erano spaventati perché spiegava le cose sbagliate e correggeva le cose giuste.
Per rendere meglio l'inizio, avrei messo "Ogni volta che la maestra..."
Era imbranata perché aveva una piccola influenza chiamata Sars.
Questa non mi piace proprio. Con le malattie è meglio non scherzare, nemmeno nei racconti. Lasciamo piuttosto che sia ben imbranata, ma devi darmi un esempio. Potresti mettere, per esempio: "Era così imbranata che non riusciva nemmeno a ricordarsi i nomi dei allievi", o qualcosa del genere. Chiaro?
Quando guardava i bambini, faceva gli occhi storti e...
Questo lo dovresti attaccare al "blocco" dove spieghi quanto la maestra è imbranata. Come ti ho detto sopra, bisogna mettere esempi, e se ne metti due o tre, tanto di guadagnato.
Se volete capire meglio quello che dico, andatevi a leggere "MATILDE" di Roald Dahl: nelle prime tre pagine dà solo esempi della stessa cosa: quanto siano antipatici e stupidi i bambini, e lo fa per tre pagine, ma non risulta pesante o noioso, perché ogni esempio che fa è un gran piacere e divertimento.

La storia di Davide L., invece, ha altri problemi. Vediamoli, ok?:
Quando la maestra Farcita saliva le scale, ogni due scalini cadeva, entrava in classe con una gobba talmente grossa che assomigliava a quella di un cammello.

Come ho deto sopra, non si scherza, o meglio, si evita il più possibile di scherzare su malattie e malformazioni. Se la maestra ha una gobba, non mi fa ridere. Al massimo mi fa pena, pensando come deve sentirsi. Dunque non funziona quello che volevi fare. Per di più sembra che entra in classe ogni tanto con la gobba, ogni tanto senza, perché non sei stato attento alle parole che hai scelto. Dovresti cominciare con: La maestra Farcita era una donna molto strana. Era..., aveva..., faceva... (esempi). Fine primo blocco.

Non faceva mai niente tutto il giorno e i bambini dovevano cercarsi le schede da soli e chiedere alle bidelle cosa fare.
Si mangiava: conigli, polli, maiali e una mucca al mese, naturalmente farciti
!
Come dicevo sopra, potresti mettere il fatto che lei non facesse nulla sopra, nel blocco della spiegazione, della caratterizzazione. Così sappiamo in un solo capoverso come è fatta la protagonista e cosa fa. Se le due cose sono lunghe, puoi fare un a capo e renderlo con due blocchi. Chiaro?
Quello invece che mangia non è molto buffo. Se vuoi che mangi esageratamente, allora datti da fare e spiegalo meglio, lavorando con e sulle parole. Potevi esaudire dicendo: "La maestra aveva un punto debole: il cibo. Lei mangiava. Mangiava sempre. Mangiava dappertutto. Magiava ogni cosa di mangiabile che trovava, anche se non le apparteneva," ecc.

Anche Marco, dopo una bella prima frase, dovrebbe tornare al suo scrittoio e darsi da fare. Come detto, l'inizio è ottimo. Ma poi, perché trova una frase a casa? Chi l'ha scritta? Da dove viene? In quale situazione? Marco, devi spiegare ai lettori molto bene le cose che succedono nella tua testa, e spiegare come sono arrivati e perché. Chiaro?
Comunque: forza ragazzi, state lavorando sodo, e sono MOLTO contento di questo.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 16/03/2004 :  09:28:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Cari ragazzi della III B,
grazie mille per avermi mandato i vostri lavori, scritti "col sudore della fronte"...
Devo farvi un grosso conplimento, perché avete scritto un seguito a John Steinbeck estremamente ben ideato, ben scritto, con blocchi logici e un'aria di tristezza perfettamente resa dallo stile. Bravi! Bravissimi! Si vede che lavorare assieme vi piace.

Molto bella anche l'idea della Mappa del Tesoro. Anche qui avete lavorato bene, avete giustamente diviso in blocchi logici le parti del vostro racconto (La signorina e il vecchio proprietario), e ne è uscito un racconto molto ben scritto. (Sicuro che la maestra non c'entra?!)
Comunque complimenti. Se andate avanti così, sarete veramente un bel gruppetto di piccoliscrittori!
E poi si capisce che vi divertite. Solo chi si diverte saprà scrivere cose simpatiche e divertenti.
Tra poco toccherà a ciascuno di voi, singolarmente, a scrivere la propria storia. Ricordatevi: non fatevi aiutare dalla mamma o dal papà, perché le storie devono essere vostre, e basta. Così i meriti delle storie saranno vostre, e solo vostre!
Scegliete bene le parola, pensate bene in quale ordine mettere la storia, e divertitevi. Chi non si diverte è...
è...?
...un PUZZONE
!

Ci vedremo tra non moltissimo!
Ciao a tutti, e buon lavoro
Georg

Modificato da - Georg Maag in data 16/03/2004 09:30:30
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 04/05/2004 :  08:27:09  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ECCO LE STORIE
!



Scuola Elementare Re Umberto I – Succursale, Classe III C

Il gelataio di ghiaccio
Takwa Abd El M.


Era inverno ed era appena arrivata una nevicata abbondante. Tutti i bambini uscirono di casa per fare un pupazzo di neve. Dopo molte ore avevano finalmente finito la loro opera. Il pupazzo aveva al posto del naso una carota, al posto degli occhi due pezzi di carbone e come bocca aveva due pezzi di limone che gli davano un’espressione sorridente.
I bambini cantavano felici, ma ad un tratto il pupazzo iniziò a parlare. Tutti si spaventarono e scapparono a nascondersi. Una bambina di cinque anni, che però era la più coraggiosa, avvicinandosi al pupazzo incuriosita, lo vide tremare per il freddo. Allora chiese al suo papà se le poteva dare una giacca vecchia e lui gliela diede. La bimba corse allora a metterla sulle spalle del pupazzo.
Gli altri bambini, che di nascosto avevano visto tutto, gli tornarono accanto.
Tutte le mattine, prima di andare a scuola, passavano a salutarlo e al ritorno gli raccontavano le loro avventure. Il pupazzo, a sua volta, raccontava loro cosa era successo mentre erano a scuola, faceva loro gli indovinelli e li aiutava a ripassare le tabelline… Così passò l’inverno. Ma che guaio! Stava arrivando la primavera e il sole iniziava a sciogliere la neve, i bambini temevano che presto si sarebbe sciolto anche il loro pupazzo.
Una domenica pomeriggio, si ritrovarono nel giardino per trovare una soluzione.
Ognuno di loro aveva un’idea: Maj propose di farlo lavorare in una gelateria, Fedel propose di mettere vicino al pupazzo un condizionatore che lanciasse aria fresca, Imen voleva mandarlo a lavorare in una pescheria, Hdin voleva invece portarlo sui ghiacciai in alta montagna. Dopo tante discussioni, i bambini decisero di andare dal signor sindaco e chiedere la sua opinione.
Il sindaco li ricevette immediatamente perché c’era il rischio che il pupazzo si sciogliesse.
Dopo un po’ di tempo, decisero che la soluzione giusta era quella di farlo lavorare in una gelateria.
Velocemente i bambini, aiutati da alcuni adulti, trasferirono il pupazzo nella gelateria.
Il pupazzo diventò una vera e propria attrazione.
I bambini erano felici perché, oltre a poterlo vedere, potevano anche mangiare gelati che spesso venivano offerti gratis dal gelataio il quale ultimamente stava facendo buoni incassi .
I bambini da allora capirono che niente è impossibile!


Un bambino che ruba la mela
di Lorenzo B.


Quando scendeva la sera sulla città di Melamix, le persone si chiudevano nelle loro case e il silenzio regnava ovunque.
Anch’ io che mi chiamo Gianmarco abito in questa città. Sono un bambino di nove anni che ha una paura tremenda dei mostri. I miei biondi capelli,si alzano “sparati” ad ogni rumore sospetto; gli occhi si spalancano come un faro che rischiara il mare; la mia piccola bocca assume un aspetto mostruoso e ne escono urla laceranti.
Tutte le sere succede la stessa cosa: vado a dormire nel mio letto ma ben presto, ecco che di corsa piombo nel lettone dei miei genitori.
Un sabato mattina, del mese di ottobre, ero sceso in cortile a giocare con i miei amici.
Mentre stavamo giocando a palla, con un tiro troppo forte la lanciai contro il melo del giardino misterioso.
Questo giardino faceva parte del cortile di una bella, quanto antica villa,abitata da un signore molto strano.Era un uomo anziano che si vedeva solo dietro i vetri, aveva uno sguardo molto severo.
Quando andai a recuperare la palla, vidi lì accanto una mela che era caduta, furtivamente la presi e la misi in tasca. Tornai a giocare e mi ricordai della mela solo quando fui a casa. Quella sera,quando entrai in camera per andare a letto, vidi una strana luce sprigionarsi dalla mela.
Stavo scappando, quando una vocina sottile uscì dal frutto.
La voce mi disse che non dovevo avere paura dei mostri perché mi avrebbe aiutato in caso di necessità.
Avevo ancora più paura a sentire quella voce e nel vedere la luce che usciva dalla mela.
Ma c’era uno strano profumo in camera e le mie gambe non si muovevano. Mi misi tutto tremante nel letto e presi sonno, mi svegliai durante la notte, ma quella luce debole sembrava tenermi incollato al letto.
Al mattino appena sveglio volevo raccontarlo alla mamma, ma quando lei mi fece i complimenti per essere stato così bravo da dormire da solo, decisi di mantenere il segreto. Tutte le mattine nascondevo la mela,per riporla sul comodino la sera.
Ma una sera, AHIME'!, la mela non c’era più.
Chiesi piangendo alla mamma dove fosse finita la mela, lei sgridandomi rispose che la frutta marcia si butta via. Tornai a letto con il terrore di non dormire, ma ben presto presi sonno e sognai una mela lucente e profumata che mi disse : “Bravo, sei diventato grande! Ora sai dormire da solo!” Da quella notte ho sempre dormito da solo.



L’apprendista stregona
di Valentino C
.


Era il primo giorno di scuola e quando i bambini destinati alla classe 1° C presero posto nei banchi, erano molto emozionati. La maestra , per farli sentire a loro agio , fece raccontare ad ognuno la propria storia.
Dopo le presentazioni, la maestra distribuì una bellissima scheda. Appena i bambini iniziarono a colorare, successe qualcosa di strano: si sentì un tremolio, cadde a terra il vaso sopra la cattedra e si ruppe in mille pezzi.
Tutta la classe era stupita e la maestra perplessa.
Poco dopo, successe un’altra cosa ancora più strana: il gessetto, posto nel contenitore vicino alla lavagna, iniziò a scrivere da solo: faceva degli scarabocchi.
Tutti erano impauriti e la maestra, cercando di mantenere la calma, andò dalle altre maestre a raccontare cos’era successo. Fecero un breve colloquio, poi decisero di esplorare la scuola.
Dopo tante ricerche trovarono, nello scantinato, una porta su cui era scritto “PERICOLO”.
Decisero allora di radunare tutti gli alunni della scuola Re Umberto I.
I bambini erano incuriositi perché in una scuola trovare una porta misteriosa con la scritta “PERICOLO” era proprio strano.
Quando riuscirono ad aprire la porta, trovarono, con grande sorpresa, una bidella che faceva l’apprendista stregona .
Quando vide tutti quei bambini, la donna confessò di volersi vendicare di loro che a scuola imparavano cose che lei non sapeva.
La bidella promise di non fare più stregonerie ed in cambio le maestre le insegnarono tante cose che lei non sapeva.
Le pozioni invece furono portate lontano da Torino in una grotta marina nell’oceano Pacifico.


L’albero magico
di Sara Di G.


Tanto tempo fa, esisteva un paesino di campagna i cui abitanti possedevano cose strane che nessun altro aveva.
In quel paesino c’era un albero particolare: era un albero magico. Questo albero esaudiva tutti i desideri.
Nei giardini infatti crescevano piante da cui pendevano
monete d’oro,i bambini non andavano a scuola, non esistevano vecchi perché erano tutti giovani.
Gli abitanti del paese, però, chiedevano sempre di più e non erano mai contenti. Nessuno lavorava e la gente passava il tempo organizzando feste e spesso si annoiava.
I bambini giocavano soltanto, ma non sapevano leggere e scrivere .Un bel giorno, gli abitanti iniziarono a litigare tra di loro perché ognuno si vantava più dell’altro e quindi non c’era più pace né armonia.
Una notte, mentre tutti dormivano, il più saggio del paese decise di tagliare l’albero perché aveva causato così tanta discordia.
Il giorno dopo, quando gli abitanti si accorsero che l’albero non c’era più, furono molto dispiaciuti, ma non poterono che rassegnarsi.
Da allora però non ebbero più motivo di litigare.


Il bambino invisibile
di Sara E
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Era il giorno del compleanno di Giorgio, un bimbo che viveva in una casetta vicino al parco. Giorgio aveva i capelli neri come la pece, occhi castani e indossava una collana con un ciondolo a forma di croce. In casa c’erano grandi preparativi per la sua festa, ma Giorgio uscì a giocare. Il bimbo percorse una stradina cupa, finchè si trovò davanti un’enorme strega, la più spaventosa che ci fosse al mondo. Indossava un camiciotto nero stretto in vita da una larga cintura di cuoio, aveva i capelli rossi e unghie lunghissime e giallastre. La perfida strega fece un incantesimo perché il bambino, senza saperlo, aveva invaso il suo territorio e lo fece diventare invisibile. Giorgio si recò ai giardini come se non fosse accaduto nulla. Giocava e, mentre rincorreva la palla, si avvicinò alle sponde del lago, si chinò, ma non vide la sua immagine rispecchiata nell’acqua. Solo allora Giorgio capì che era diventato invisibile. Il fanciullo pianse tanto, così tanto da svegliare la fata del lago che accorse in suo aiuto e gli chiese cosa fosse successo. Giorgio raccontò tristemente la storia. La fata, dispiaciuta, con una magia fece ritornare Giorgio com’era prima. Il bimbo finalmente tornò a casa e, con i famigliari, festeggiò il suo ottavo compleanno.


La storia di kaa
di Lorenzo F.


Kaa, il settimo serpente sacerdotale sapiente sapeva tutto. Kaa era il guardiano della casa Ferrero e quando la famiglia usciva, lui faceva il possibile per non fare entrare i ladri. Era soprattutto il guardiano della cameretta di Lorenzo. Era enorme: aveva gli occhi sporgenti e la bocca grande. La pelle di Kaa era viola e ricoperta da chiazze arancioni.
Kaa poteva fare paura, ma soffriva di timidezza.
Un giorno la famiglia Ferrero uscì, ma si dimenticò di chiudere la finestra della cameretta di Lorenzo. Quando i ladri, che si aggiravano da quelle parti, videro la finestra aperta, entrarono e rubarono Kaa per venderlo al proprietario di uno zoo e guadagnare così tanti soldi. Kaa venne caricato su un camion e chiuso all’interno di una gabbia di metallo. Il serpente era spaventato e molto triste. Dopo un lungo viaggio, Kaa fu lasciato allo zoo e messo in un rettilario insieme ad altri serpenti. Ogni giorno che passava, Kaa era sempre più triste e non riusciva neanche a mangiare. La famiglia Ferrero era sempre più preoccupata per lui. Il papà e la mamma non andavano più a lavorare e Lorenzo non riusciva a seguire le lezioni della maestra, perché aveva la mente altrove.
Passarono i mesi e alla fine dell’anno scolastico, la maestra decise di portare i suoi alunni a visitare lo zoo. Quando la classe arrivò, la maestra spiegò ai bambini quanto sia ingiusto tenere degli animali in gabbia. I bambini ascoltavano interessati le parole della maestra. Iniziò la visita e la classe si trovò proprio davanti al rettilario.
Lorenzo fece un salto di gioia e disse: "Quel serpente è mio!" Kaa allungò la testa verso il vetro e si mise a piangere di gioia. Tutti i compagni si sentirono felici per Lorenzo. Decisero allora, con la maestra, di andare dal proprietario dello zoo a chiedere di liberare Kaa.
Il proprietario però, non ne volle sapere. Quando i bambini tornarono a scuola, la maestra decise allora di mandare una lettera al sindaco per chiedere il suo aiuto. In poco tempo il sindaco fece chiudere lo zoo, così Lorenzo potè finalmente portare Kaa a casa.
Kaa chiese subito una “mega” tazza di latte e biscotti e finalmente potè riposarsi dopo la brutta avventura


Furto in biblioteca
di Pietro G
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In una notte buia di pioggia scrosciante, due malfattori entrarono nella biblioteca civica di un piccolo paese del Piemonte.
La biblioteca si trovava nella piazza centrale, ma quella sera l’illuminazione non c’era a causa di un guasto elettrico dovuto al tempo.
I due ladri, dopo aver rotto il vetro di una finestra, entrarono nel locale e con l’aiuto di una torcia elettrica si diressero verso la sezione di libri per bambini.
Presero tutti i libri dagli scaffali e li misero in robusti sacchi di tela.
Potevano così far dispetto ai bambini, ma anche chiedere dei soldi per restituire i libri.
Caricarono i sacchi sul furgone e si diressero verso il loro rifugio che era un vecchio casolare diroccato in aperta campagna.
Con dei ritagli di giornale prepararono la lettera per il riscatto e la mandarono al sindaco. La mattina dopo, appena la bibliotecaria si accorse del furto, si mise ad urlare e in un battibaleno il paese scoprì l’accaduto. Tutti si precipitarono sulla piazza: alcuni urlavano, altri imprecavano, i bambini si riunirono in gruppo per decidere cosa fare per scoprire i ladri. Decisero di dividersi in gruppi: alcuni girando per la campagna, trovarono una stradina piena di buche, fiancheggiata da rovi spinosi che conduceva ad un vecchio casolare.
Avvicinandosi, Enrico, un bambino del gruppo, riconobbe nella bicicletta abbandonata quella che gli era stata rubata qualche settimana prima. La paura aumentava, alcuni avrebbero voluto scappare, ma Enrico decise di prendere il numero di targa del furgone. Appena in tempo!
Infatti il più vecchio uscì per dare un’occhiata, i bambini si nascosero tra i rovi e appena scampato il pericolo se ne scapparono a gambe levate. Andarono ai giardinetti, che era il luogo in cui avevano deciso di ritrovarsi dopo due ore di ricerche; appena gli altri li videro così graffiati e stracciati, capirono che era successo qualcosa. Enrico raccontò l’accaduto e tutti insieme si recarono in caserma. I carabinieri controllarono il numero di targa e scoprirono che anche il furgone era stato rubato. Mentre i carabinieri andavano al casolare abbandonato, i bambini restarono in caserma dove vennero raggiunti dal sindaco e dalla bibliotecaria.
Al ritorno i carabinieri portarono una bella notizia: non solo erano stati ritrovati i libri, biciclette, automobili, televisori, ecc..., ma anche la famosa statuetta della Madonna che aveva provocato tanto dolore ai vecchietti, quando era stata rubata.
Venne fatto un consiglio comunale straordinario a cui partecipò tutta la popolazione e si decise di punire i ladri costringendoli a leggere tutti i libri della biblioteca, a tenere pulite le strade , ad innaffiare le aiuole, a potare gli alberi, a portare ogni giorno i fiori freschi alla cappella della Madonnina.
I ladri erano talmente stanchi da non aver più voglia di rubare !


Il Cavaliere e il Drago
di Marco G.


C'era una volta un Cavaliere che voleva diventare famoso.
Il giovane Cavaliere allora, decise di affrontare un Drago.
Prese il suo cavallo e attraversò montagne e vallate, fino a quando si trovò in un bosco, cupo e molto, molto buio.
Il Cavaliere sentì uno strano rumore, tirò fuori la spada e cavalcò nella direzione di quel rumore. Scrutando con attenzione tra i cespugli, il Cavaliere intravide un Drago.
Quando si avvicinò si accorse che era vecchio, aveva la pelle rossa e rugosa ed un po' di barbetta bianca.
Il Cavaliere cercò di colpire il Drago, ma questi evitò la spada e disse al Cavaliere che voleva vivere i suoi ultimi anni in pace. Il giovane Cavaliere invece raccontò al Drago che per diventare famoso avrebbe dovuto ucciderlo.
Dopo lunghe discussioni i due si misero d'accordo.
Il Cavaliere non avrebbe ucciso il Drago, che però accettò di farsi domare.
Poco dopo, il Drago, stanco, si addormentò mentre il Cavaliere andava alla ricerca di cibo.
Passava da quelle parti un Ciclope, che voleva farsi un bello spuntino e vide il Drago che riposava. Allora prese la sua grande clava e cercò di colpirlo.
Sentendo i rumorosi passi del Ciclope, il Cavaliere tornò di corsa dal Drago e vide il Ciclope che stava per dare una mazzata al Drago. Gli saltò sulla schiena e con la spada gli trafisse il suo unico occhio; così il Drago ed il Cavaliere scapparono.
I due affrontarono tante avventure e divennero grandi amici.
Dopo aver attraversato valli e montagne il Cavaliere arrivò al castello in groppa al Drago. Tutti lo acclamarono ed il Cavaliere divenne noto come: “Il grande addestratore di draghi”.
Forse vi chiederete come il Cavaliere divenne miliardario, ma questa è un'altra storia...


La lucciola triste
di Roberta G.


In un giorno molto caldo d’estate nacque una lucciola che, a differenza di tutte le sue compagne, aveva una particolarità: non aveva il lumicino. Per questo la lucciola era sempre triste. Le sue sorelle la prendevano sempre in giro e lei, durante le calde notti estive, era costretta a restare a casa sotto un fiorellino. Provò in tutti i modi a chiedere in prestito un po’ di luminosità, ma nessuno la aiutò.
Una sera, mentre piangeva sotto una foglia, la vide una stellina e le chiese perché era così disperata. La lucciola rispose che non aveva la luce e allora la stellina pensò di donarle un po’ della sua luminosità. La stellina allungò un raggio di luce, così l’animaletto diventò splendente.
Da quella notte la lucciola fu la più luminosa di tutte e, nonostante fosse stata abbandonata nel momento del bisogno, aiutò le sue amiche ad illuminare i posti più bui.
Visse così felice, accorrendo con la sua luce ovunque ce ne fosse bisogno.


L’omino Rubasogni
Elisabetta L.


C’era una volta un bambino, di nome Renato, che era molto brutto. A scuola tutti lo prendevano in giro: aveva il naso grosso, la bocca stretta ed era tutto pieno di puntini. La mamma di Renato , però, era molto fiera di avere un bambino intelligente e tranquillo che di notte non la svegliava mai. Renato viveva in una casa in cima ad una collina. Da una parte si vedeva la sua scuola e dall’altra si scorgeva una grotta sul fianco di un monte. Oltre la grotta, nessuno lo sapeva, viveva un ometto strano con i baffi, dei capelli sempre pettinati che indossava un vestito trasparente. L’ometto usciva di casa intorno alle dieci di sera.
Trascorsero mesi, fino a quando, una notte di luna piena, Renato si svegliò di soprassalto: aveva sognato qualcosa di bruttissimo. Renato chiamò subito la mamma. La mamma, preoccupata, gli chiese cosa fosse successo. Renato allora rispose: “Ho avuto un incubo! È la prima volta che mi capita!” Quella notte, in realtà, era arrivato l’ometto e gli aveva portato via tutti i suoi sogni belli: era l’ometto Rubasogni.
Il giorno dopo, Renato, andò a scuola pensando che, se si fosse venuto a sapere, i suoi compagni l’avrebbero preso in giro ancora di più.
La notte dopo, Renato ebbe di nuovo la necessità di chiamare la mamma.
Il bambino decise allora di cercare il perché non faceva più sogni belli.
Renato scese il fianco della collina e raggiunse la grotta. Arrivato alla grotta, il bambino entrò. Era buio e i suoi passi rimbombavano. A un certo punto, vide un passaggio tra due pietre. Si infilò in quel cunicolo e camminò fino a quando si trovò in un prato con tanti fiori, illuminato dal Sole.
In fondo al prato c’era una casetta. Renato si avvicinò e vide un campanello con sopra scritto: “Rubasogni”. Renato entrò nella casetta. La tappezzeria sulle pareti era viola, le tende delle finestre bianche e al fondo della stanza c’era l’ometto vicino alla sua cassaforte, che conteneva tutti i sogni.
Renato subito capì tutto e costrinse l’ometto a ridare i sogni belli ai bambini a cui li aveva rubati.


L’incantesimo
di Gioia P.


C’era una volta una strega cattiva. Aveva degli occhi paurosi, il naso adunco e i capelli lunghi e ispidi.
Un giorno questa strega fece un incantesimo all’acqua buona di un ruscello. Da quel giorno nessun animale bevve quell’acqua che, a causa dell’incantesimo della strega, era diventata sporca e velenosa.
Viveva dietro le montagne, in un castello, una fata buona. Un giorno la fata andò a fare una passeggiata nel bosco e si accorse che gli animali avevano sete perché l’acqua del ruscello era sporca, allora fece una magia per far scomparire l’acqua sporca e fece tornare l’acqua del ruscello nuovamente pulita.
Così gli animaletti del bosco, gli gnomi e orchi poterono finalmente dissetarsi!


Un popolo senza schiavi
di Federico S.


Nell’antico Egitto, dove il faraone era morto da tempo, la gente era preoccupata: i babilonesi avevano invaso il territorio da nord dopo aver attraversato il Sinai.
Viveva nella zona del delta del Nilo, un contadino molto astuto! Quando vide avvicinarsi l’esercito nemico, chiese agli altri contadini del villaggio di liberare il loro bestiame. Tori, montoni, pecore, mucche si sparpagliarono nei campi arsi dalla siccità, alzando un gran polverone.
Alcuni attaccarono con le loro corna i soldati finché li misero in fuga.
Vedendo tutto questo gli abitanti degli altri villaggi nominarono il contadino faraone.
Molti scribi anche stranieri vollero andare in Egitto e così il faraone scelse i suoi servi: una maga, una sacerdotessa, un visir e uno scriba.
Diventato faraone, il contadino, ricordando la miseria che si soffriva lavorando i campi, fece un nuovo codice di leggi. La più importante era questa: “In tutto l’Egitto non ci sia la schiavitù e tutte le ricchezze vengano distribuite ai poveri."
Il faraone diventò ricco ed era così buono che tutti lo amavano e lo rispettavano. Quando morì, le leggi furono accettate da tutti i faraoni che vennero dopo di lui. Tutti gli stranieri venivano accolti e nessuno fece più guerre. Il popolo egizio visse felice per tante generazioni.


Il ragno che non sapeva fare la ragnatela
di Francesco S
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Tanto tempo fa, esisteva un ragno molto piccolo che non sapeva fare la ragnatela.
Quindi non riusciva a procurarsi il cibo e neanche a crescere.
Allora il piccolo ragno decise di andare da un suo amico ragno molto grosso, peloso e nero. Il ragno molto grosso si offrì di aiutare il suo piccolo amico a fare una bella ragnatela, a condizione che il piccolo ragno gli desse la metà delle mosche da mangiare che arrivavano. Però il suo piccolo amico non riuscì a mangiare molte mosche, perciò non riuscì neanche a fare la sua bella ragnatela.
Allora il piccolo ragno decise di andare dalle api. Arrivato dalle api, chiese loro di dargli un po’ di miele e le api glielo diedero.
Il piccolo ragno cercò un albero e decise di mettere il miele sul tronco. Tutte le mosche che si appoggiavano alla corteccia attirate dal dolce sapore, restarono attaccate all’albero, così il ragno potè mangiarle. Nutrendosi in abbondanza, potè crescere e fare la sua ragnatela.


Un anello per Emma
di Costanza T.


Era il giorno del nono compleanno di Emma e la bimba si sentiva emozionata e felice. Una deliziosa torta era già sul tavolo e lei apriva i regali: lasciò per ultimo un pacchetto molto piccolo. Quando lo aprì, vide che dentro c’era un bellissimo anello d’oro con una pietra esagonale che rifletteva stupendi colori. Emma lo indossò, si avvicinò al davanzale e, dall’anello, con la luce del sole, si sprigionò l’arcobaleno. Emma sfiorò l’anello e si sentì in mezzo a una nebbia luminosa, chiuse gli occhi e, quando li riaprì, si ritrovò in un paese incantato. In mezzo al paese c’era una fontana colorata e tutto quello che si vedeva era fatto di dolci: i tetti delle case erano fatti di biscotto, i camini di panna montata e sugli alberi crescevano caramelle. Emma mangiò un po’ di caramelle e un pugno di panna montata. Quando fu sazia si accorse che l’anello le era caduto a terra, fece per raccoglierlo, ma una gazza velocemente lo prese col suo becco e lo portò via.
Emma era disperata: come poteva tornare a casa senza l’anello? Corse più che poteva dietro la gazza finchè questa si posò su un albero; allora la bimba cercò nel terreno un grosso verme e lo lasciò su una foglia vicino alla gazza. L’uccello, attirato dal ghiotto boccone, aprì il becco per mangiarlo e così fece cadere a terra l’anello: Emma lo prese rapidamente, lo sfiorò e, con immenso sollievo, si ritrovò a casa sua. Scese le scale che portavano in salotto e la mamma le disse: “Perché non mangi una fetta di torta, l’ho fatta con tanta cura per te!”
La bambina ne assaggiò una fetta e andò in camera sua per dormire.
Nei giorni che seguirono, Emma portò sempre l’anello con sé e diventò la più brava della scuola, però non si sentiva soddisfatta perchè sapeva di essersi fatta aiutare dal suo anello. Decise allora di raccontare tutto alla mamma e le disse: “Io, in realtà, non sono la più brava della scuola perché è stato l’anello ad aiutarmi!”
La mamma, che non credeva alle sue orecchie, rispose: “Bisogna usare le proprie capacità perchè solo così si meritano le lodi! Non ti serve l’anello perciò, a chi lo vorresti regalare?”
Emma decise di regalarlo ai bambini meno fortunati di lei, sicura di fare la cosa giusta.


L’avventura di Astrid
di Eleonora V.


C’era una volta una strega buona di nome Astrid che, a cavallo della sua scopa, volava su una grande città in cerca di qualcuno da aiutare. Un giorno, mentre volava sulla sua scopa,vide un manifesto dove c’era scritto: ”Concorso di bellezza aperto a tutti”.
Astrid, appena letto il cartello, decise di parteciparvi. Però era così brutta che non sapeva da che parte incominciare per diventare bella...
Mentre tornava a casa un po’ triste, le venne l’idea di farsi aiutare dalle sue tre amiche streghe: Vampiria, Cabiria e Nebula.
Andò così a trovarle e raccontò loro il suo problema. Le amiche dissero che sarebbero state proprio contente di aiutarla. Si misero subito all’opera. Vampiria preparò delle creme magiche, Cabiria invece disegnò un vestito e Nebula andò ad iscriverla al concorso.
Astrid, però, si era dimenticata di fare in modo che non lo sapesse sua cugina Betta, che era cattiva e invidiosa.
Come seppe l’intenzione di Astrid, Betta infatti escogitò un piano per non farla vincere.
Quando venne il giorno stabilito, Astrid si presentò al concorso. Appena la videro così bella, tutti pensarono che fosse una principessa.
Al momento della premiazione Betta, che si era nascosta tra il pubblico, fece una magia per farla tornare brutta come prima e urlò che Astrid era una strega cattiva. Le amiche, sentendo queste parole, difesero Astrid dicendo che lei era una strega buona che cercava di fare del bene e che aveva poche amiche solo perché era più brutta delle altre streghe. Astrid, allora venne premiata per la sua bontà ed ebbe tanti amici, invece per Betta, sola, si dovette nascondere in un bosco lontano lontano dalla città.

Modificato da - Georg Maag in data 04/05/2004 11:15:26
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La meravigliosa avventura di Benedetta de Bet


In una mattina di primavera la signora Benedetta de Bet si svegliò con la luna storta, preparò la colazione, si sedette sul divano. Era così di cattivo umore che decise di ritornare a letto, s’addormentò e sognò che…
Era un bosco buio e spaventoso, dove c’erano piccoli animaletti nascosti sotto le foglie. Benedetta aveva paura, ma guardò sempre avanti finché vide una luce molto abbagliante che illuminava tutto il bosco. Si avvicinò a questa luce e vide che veniva da una casa tutta costruita con i dolci.
Bussò timidamente alla porta, non c’era nessuno, ma si chiese chi avesse potuto lasciare una luce così accecante.
All’improvviso qualcuno la spaventò: era un folletto, disse che si chiamava Costantino e le spiegò che era la strega Magnolia la proprietaria della casa. Benedetta gli chiese che cosa fosse quella luce, il folletto rispose che era una nuova scoperta che si chiamava energia. Costantino le domandò che cosa ci facesse nel bosco, lei rispose che si era addormentata e si era ritrovata lì.
Il folletto le raccontò che la strega Magnolia voleva distruggere tutto il bosco, perché odiava gli animali. La pregò di aiutarli, perché c’era anche un mago di nome Costante, molto crudele, che se si fosse unito alla strega, per loro folletti sarebbe stata la fine. Benedetta decise di aiutarli.
La mattina successiva tutti i folletti e Benedetta andarono alla capanna di Magnolia e le proposero: “Non ti faremo del male se tu non ti unirai al mago Costante e non distruggerai il bosco".
La strega si mise a ridere, mentre i folletti molto tristi se ne tornarono a casa loro.
Il giorno dopo andarono alla caverna del mago Costante per proporgli di non unirsi alla perfida Magnolia. Lui si mise a ridere e i folletti se ne andarono dispiaciuti. Pensarono come punire la cattiveria dei due e decisero di distruggere le loro case, così mangiarono tutti i dolci con cui era costruita la casa della strega.
Quando costante se ne accorse, si preoccupò molto per la sua casa e decise di non aiutare Magnolia, la quale sola e senza abitazione, pensò che le convenisse diventare buona.
Benedetta si risvegliò, si trovò davanti la sua famiglia e raccontò la sua meravigliosa avventura.
Elisa S.


Una travolgente sorpresa per la mamma


C'erano una volta due bambini che volevano fare un regalo alla loro mamma, perché lei era sempre molto gentile e brava. I bambini volevano sì farle un regalo, però erano troppo piccoli per lavorare e guadagnare soldi. Decisero, allora, di preparare una torta; mentre la mamma era uscita presero gli ingredienti e incominciarono.
I bambini fecero un pasticcio, infatti quando rompevano le uova ne cadeva sempre una, così come la farina e la cioccolata. Misero tutto nel frullatore, ma si dimenticarono di mettere il coperchio, lo accesero e tutta la cioccolata spruzzò a destra e a sinistra. I bambini spensero il frullatore, ma ormai la cucina era tutta sporca. Misero il coperchio e riaccesero il frullatore, dopo un po' infornarono la torta. La cioccolata però era finita anche sui muri, provarono ma non riuscirono a pulire.
La mamma stava per tornare e loro cominciarono a piangere sconsolati, erano tristi perchè avrebbero voluto solo fare una sorpresa alla mamma, invece avevano combinato un pasticcio.
I bambini sentirono odore di bruciato, perché si erano dimenticati della torta, la tirarono fuori dal forno, ma ormai era tutta bruciata e storta. Quando tornò la mamma, vide la cucina tutta sporca.
Si accorse poi della torta e non si arrabbiò, perché anche se era storta e bruciata, era contenta lo stesso per la dolce sorpresa dei suoi bambini.
Ilaria S.


Elisa alla ricerca del ladro di gatti


Era una bella giornata d’estate.
Tre gattini, che si chiamavano Mosky il più grande, Lulù la seconda e Trilli la più piccola, stavano dormicchiando, perché erano stanchi per i tanti giochi fatti.
Mosky era nero con gli occhi verdi, il naso rosa e aveva un po’ di pelo bianco sulle zampe anteriori, sul muso, sul collo ed era il più mangione.
Lulù era grigia, aveva il muso bianco, gli occhi verdi, il naso rosa ed era la più dormigliona.
Trilli era nera, marrone, bianca, aveva il naso rosa, gli occhi verdi ed era molto giocherellona.
La loro padrona si chiamava Elisa e tutti i giorni li faceva uscire a giocare sul prato. Elisa abitava in collina a Moncalieri.
Una volta successe una cosa stranissima: tutti i gatti sparirono, allora la bambina disse alla mamma Marzia: "Oggi non vado fuori, perché non posso giocare con i gattini".
Qualcuno durante la notte aveva rubato tutti i gatti, per poi venderli e avere più soldi, perché quei gatti erano di una razza molto rara e valevano tanto.
Elisa credeva di sapere chi voleva i gatti e poi durante la notte aveva sentito dei rumori.
Pensava fosse stato il signor Davide, allora andò da lui, entrò a casa sua, ma non c’era neanche un gatto, così Elisa disse: "Va bene ho sbagliato casa!".
Si avviò verso casa tutta triste perché dei gattini non c'era traccia, ma davanti alla porta della sua abitazione ebbe una bella sorpresa: i suoi gattini erano lì ad aspettarla stanchi e affamati. Dove erano stati? Non lo seppe mai, ma era così contenta di rivederli che non finiva più accarezzarli e coccolarli.
Francesca G.


Francesco e Scheggia su Shaneg


Un bellissimo giorno di mezza estate Francesco Franceschei, un bambino di dieci anni molto biondo, alto, magro, con dei bellissimi occhi azzurri, un po’ di lentiggini e degli occhiali sulla testa molto smemorata, andò allo zoo. Viveva a villa Franceschei, abitava nei quartieri alti con tutta la famiglia e un dalmata di nome Scheggia che era molto affettuoso. Quel giorno Francesco e Scheggia andarono allo zoo per divertirsi.
Arrivati al serpentario si misero davanti a un cobra magico brasiliano che fissò Francesco negli occhi e poi…
Francesco ipnotizzato cadde a terra vicino a Scheggia. Dopo qualche giorno, Francesco si riprese e si ritrovò con Scheggia su un altro pianeta: Shaneg.
Mentre Francesco visitava il pianeta, si accorse che c’erano molti divertimenti e tutti lo accoglievano con simpatia.
Il tempo passava, Francesco e Scheggia si trovavano sempre meglio.
Francesco viveva delle bellissime avventure indimenticabili. C’erano tanti animali molto diversi tra loro che facevano cose strane. C’era anche un coccodrillo di nome Bronzel, che quando si concentrava faceva comparire delle cose. Francesco si divertiva molto su quello strano pianeta, ma cominciava a sentire la mancanza della sua famiglia.
Andò, allora, da Bronzel e gli chiese di far comparire una navicella per farli tornare sulla Terra e il coccodrillo li accontentò: Bronzel fece apparire una navicella su cui salirono Francesco e il suo cane.
Dopo qualche giorno di viaggio arrivarono sulla Terra: precipitarono proprio nel cortile di Francesco.
Quando i suoi familiari si accorsero che era lì rimasero sbalorditi, poi lo abbracciarono forte e incominciarono a fare festa.
Jasmine Loi C.


Matteo e Dino


In una notte tempestosa Matteo, un bambino molto carino, non riusciva a prendere sonno e sentiva degli strani rumori, così si mise sotto le coperte. Dopo un po’ sentì dei passi strani. Si alzò e andò all’ingresso, quando aprì la porta di casa vide che tutti gli animali erano agitati. Pensava ci fosse un fantasma con gli occhi rossi, gli artigli lunghi e appuntiti. Matteo era un bambino anche molto fifone. Decise comunque di andare a controllare, prese la lampadina tascabile e si mise alla ricerca del mostro; alla porta vide due strani occhi gialli e un muso lungo, accese la luce e vide un cucciolo di dinosauro. Matteo si tranquillizzò, perché quel cucciolo non gli faceva di certo paura, tirò un sospiro di sollievo e tornò a letto. Il piccolo dinosauro, non trovando più la mamma, andò a letto con Matteo. La mattina seguente il ragazzo si trovò vicino il piccolo dinosauro. Disse: "Ti chiamerò Dino". La mamma lo chiamò e quando vide con Matteo un cucciolo di dinosauro, pensò subito che fosse carnivoro: "Matteo attento!" Disse spaventata. Matteo rispose che sapeva già cosa aveva dietro e le chiese: "Ti piace mamma? L'ho chiamato Dino".
La mamma diede a Dino una ciotola di carne, ma il piccolo Dino non voleva la carne, bensì il latte. La mamma capì che il piccolo dinosauro era un cicciolo e non poteva fare nulla, allora permise a Matteo di portarlo a scuola dove fecero una piccola descrizione su di lui. La sera Matteo andò a letto; durante la notte i genitori di Dino vennero e lo portarono via con loro. Quando al mattino Matteo si alzò, si accorse che Dino non c'era più. Era preoccupato per il suo amico, ma vedendo le orme dei dinosauri capì quel che era avvenuto. Sperava che prima o poi Dino tornasse; infatti dopo una settimana ritornò da Matteo, perché i suoi genitori erano partiti alla ricerca di un posto più tranquillo dove vivere senza gli uomini. Alla scuola dei piccoli dinosauri, inoltre, lo prendevano sempre in giro per il suo naso a punta e anche perché era il più piccolo di tutti. A casa di Matteo aveva finalmente trovato un amico con cui giocare e divertirsi, così vissero felici e contenti.
Debora G.


La ciabatta sfortunata


C’era una volta, in un paese tanto lontano da qui, una ciabatta che portava a tutti sfortuna.
Una bella mattina di sole, un uomo di nome Giovanni comprò quella ciabatta e lei gli portò tanta, ma tanta sfortuna: lo fece licenziare dal lavoro e non poteva più uscire di casa, perché gli cadevano in testa oggetti dal cielo. Un giorno l'uomo disse alla ciabatta: “Ora basta, ti butterò nella spazzatura!”
La ciabatta gli rispose: “No ti prego non buttarmi nella spazzatura, cercherò di portarti fortuna”. Fu così che la ciabatta portò un po’ di fortuna, infatti Giovanni trovò un nuovo lavoro e non gli cadde più niente dal cielo, quindi poté uscire di casa tranquillamente.
L’uomo disse alla ciabatta: "Grazie mi hai portato un po’ di fortuna". Da quel giorno Giovanni visse felice e contento.
Graziella B.


Il brutto scherzo della strega


C’era una volta un negozio di giocattoli...
Una sera una strega con il mantello verde-grigiastro, un cappello appuntito e le unghie lunghe quasi mezzo metro, spiava il negoziante.
Non appena il negoziante chiuse il negozio, la strega sgattaiolò verso i giocattoli.
Decise di fare un incantesimo: avrebbe dato vita ai giocattoli così sarebbero andati a dar fastidio al padrone del negozio.
Ma così non fu! Tutt’altro: erano vivi, ma non aggressivi.
I giocattoli si arrabbiarono molto per l’incantesimo che la strega aveva tentato di fare, ma lei scappò appena in tempo!
Era quasi giorno.
Quando il negoziante tornò nel negozio, i giocattoli gli raccontarono dell’incantesimo della strega.
Loro dissero: "E’ stata la strega! E’ stata la strega che ci ha fatto diventare vivi per giocarti uno scherzo!”
Il negoziante fu molto sbalordito dall’avvertimento e disse: “Molto strano! Secondo me la vecchia strega ha cercato di farmi uno scherzo soltanto perchè quando dormo russo molto forte e le dò fastidio!”
La strega, infatti, abitava al piano di sotto del negoziante.
Infine disse: “Però gliela faccio pagare cara!! Chiamiamo il mago Semmh, almeno lui sa che cosa fare!”
Un attimo dopo si vide un luccichio multicolore in tutto il negozio e il mago Semmh entrò.
Era un uomo anziano con una bacchetta lunga due spanne.
Disse: “Sono arrivato! Posso aiutarvi?”
I giocattoli spaventati, fecero un balzo indietro e avvertirono il negoziante che stava arrivando un cliente.
“No, non preoccupatevi...”, disse il negoziante”...oggi è un giorno di festa e il negozio è chiuso. Lui è il mago Semmh!” Poi rivolto al mago: “Tu puoi far ritornare i miei giocattoli normali? Sai che la strega del piano di sotto ha tentato di giocarmi uno scherzo soltanto perchè le do fastidio quando dormo?”
Semmh rispose: “Che permalosa!” Poi aggiunse: “Si, posso aiutarti, ma devi restituirle il dispetto senza farti vedere!”
La notte dopo, tutti insieme entrarono nella casa della strega e, mentre dormiva, sgattaiolarono nella sua camera.
La strega indisturbata russava, russava e russava così tanto che il negoziante ed i giocattoli dovettero mettersi dei tappi nelle orecchie...poi, tutti insieme la spaventarono urlando: “Buh!”
Fu così la strega spaventata non fece mai più alcuno scherzo.
Marco T.


La principessa Francesca e l’orco cattivo


C’era una volta una principessa di nome Francesca, che abitava in un castello bellissimo.
Non usciva mai dal castello, perché fuori c’erano tanti pericoli.
Un giorno prese coraggio e uscì, mentre suo padre Giordano era andato a una feste reale.
Francesca uscì e…
Quando il padre ritornò a casa, non trovò più sua figlia. Il re, con la carrozza e i guardiani, andò in giro per tutta la città a cercare la principessa.
Per giorni e giorni non ebbero notizie: cercarono ovunque senza riuscire a trovarla.
Stanchi e infreddoliti decisero di ritornare a casa. Durante la strada del ritorno incontrarono uno gnomo che tutto impaurito chiese: “State cercando la principessa Francesca? L’ho vista io, l’ha presa l’orco cattivo che abita lassù sulla collina. Andatela a salvare prima che gli succeda qualcosa!”
Allora il re frustò i cavalli perché corressero il più veloce possibile e si diressero sulla collina.
Giunti al palazzo dell’orco videro dalla finestra della torre la fanciulla imprigionata: era in un mare di lacrime.
Il re cercò di trovare una soluzione per liberarla.
Decise quindi di arrampicarsi sulla torre e annodando le lenzuola che trovò nella stanza, fece calare la principessa liberandola.
Salirono sulla carrozza e si allontanarono velocemente.
L’orco sentì degli strani rumori, entrò nella torre e affacciandosi alla finestra, vide la carrozza con la principessa che si allontanava. Arrabbiato iniziò a urlare talmente forte che fece crollare le pareti della torre e rimase schiacciato. La principessa e il re tornarono sani e salvi al castello.
La principessa promise al padre di non allontanarsi più dal castello da sola.
Il re contento abbracciò forte, forte la figlia e vissero felici e contenti.
Giada B.


Il sogno di Alessandro


C’era una volta un ragazzino di nome Alessandro, che era molto sfortunato perché sognava sempre cose brutte: sognava di andare al tempo dei dinosauri e incontrare due Tirannosauri Rex che lo sbranavano; incontrare un extra terrestre che gli staccava gli occhi, per poi tornare sul suo pianeta e cucinarli alla brace.
Ma un giorno successe una cosa strana: sognò un mago che aveva una bacchetta molto particolare.
Questo mago gli disse con voce roca e profonda: “Guardami attentamente”.
Il mago prese la spada, non una qualunque ma una spada magica, prese poi la sua bacchetta e diede un colpo magico. Subito apparve uno schermo e il mago vi entrò.
Alessandro rimase stupito, perché vide di nuovo quei due dinosauri, ma il mago con la spada tagliò loro la testa.
Vide anche l'extraterrestre, il mago fece la stessa cosa, poi diede la spada ad Alessandro che all'improvviso si svegliò.
Passò tutto il giorno, quando arrivò la notte, si mise a dormire. Cominciò il sogno.
Incontrò i due dinosauri e subito fece un salto con la spada, chiuse gli occhi e quando li riaprì, trovò i dinosauri tagliati a metà: li aveva tagliati a metà proprio lui!
Finì il sogno, ma aveva ancora troppo sonno e si riaddormentò. Si vide davanti quell'extraterrestre che subito allungò le braccia per staccargli gli occhi, ma lui si abbassò tagliandogli le gambe. Il sognò finì.
Alessandro da quel giorno non aveva più paura di sognare, anzi si divertiva molto, così visse felice e contento.
Gianluca M.


Il magico Enterriano


Sulla Terra vivevano liberi e felici gli umani, ma un giorno arrivarono, da un pianeta sconosciuto, gli Enterriani che imprigionarono i terresti. Per questo la Terra prese il nome di Enterra: restava libera solo un’umana chiamata Jacumo.
Un giorno gli anziani del popolo enterriano diedero al loro principe Mushra un cristallo magico, che poteva mutarlo in Mushrambo con la sua arma “Onda di fuoco". Un po' di tempo cadde dal cielo una meteora con poteri straordinari, questi poteri li assorbì Jacumo e poiché Mushra era l’ unico enterriano buono e generoso, lui e Jacumo andarono insieme a liberare i terrestri. Finalmente la Terra ritornò a essere abitata dagli uomini e gli Enterriani tornarono sul loro pianeta.
Eugenio D.


Il ladruncolo con il viso giallo


Il signor Barbanera, il 6 gennaio, si travestiva da befana e portava un regalo a ogni bambino povero.
Ma un giorno successe che un ladro, con il viso giallo, rubò il sacco con i doni a Barbanera e lui disperato disse: "Adesso cosa farò senza il mio sacco? I bambini non mi vorranno più bene, ma io non voglio che succeda questo e lo andrò a cercare". Andò a Napoli, in Sicilia, da tutte le parti, ma non lo trovò.
Un giorno decise di andare New York, si vestì con abiti caldi e partì. Cercò per tutta la città, ma non c’era ombra del sacco.
Al ritorno prese un treno, si affacciò al finestrino e vide un castello, corse dal ferroviere e gli chiese: "Come si chiama quel castello?"
Lui rispose: "E' il castello del ladro Faccia Gialla".
Scese dal treno, corse al castello ed entrò in una grande porta. Dopo ne trovò un'altra tutta rossa, entrò e trovò il sacco.
Non vide Faccia Gialla, forse impegnato in un altro furto, così prese il sacco, uscì dal castello e si diresse verso la stazione.
Tornò nella sua città e portò i regali a tutti i bambini poveri. Barbanera era di nuovo felice, perché si sentiva utile.
Alessandro M.


Francesco e Golia


C'era una volta un ragazzo chiamato Francesco che era un ladro.
Aveva un nemico che si chiamava Golia e voleva essere più ricco di lui, così portò via il
denaro che Francesco aveva rubato.
La polizia scoprì che Francesco aveva rubato nelle banche, lo arrestò e gli chiese dove fosse il denaro, lui rispose che lo aveva Golia.
La polizia, allora, arrestò Francesco insieme a Golia. I due furfanti si ritrovarono in prigione insieme. Chiusi in cella, capirono che è meglio vivere con pochi soldi ma liberi, piuttosto che stare in prigione. Quando finalmente dopo molto tempo furono liberati, cercarono un lavoro e cominciarono a vivere onestamente.
Alessandro D.


Felix, il combattente


In campagna viveva un ragazzo che si chiamava Felix e aveva una bacchetta magica, regalatale
dai sui nonni.
Lui la usava per attaccare i lupi, perché mangiavano sempre il suo cibo e per cacciarli diceva: “Aragna exzomain.”
E i lupi scappavano di paura.
I lupi andarono nella tana del capo lupo,che in realtà era un mago e si chiamava Robin.
Era cattivo e trasformò i lupi in guerrieri con le grande bacchetta.
Il mago e i guerrieri camminarono fino alla casa di Felix.
Felix chiamò il suo amico uccello e gli disse: “Puoi controllare chi sta arrivando, perché sto preparando una pozione".
L’ amico uccello andò a vedere e avvertì Felix che stavano arrivando i lupi.
Felix si preparò a combattere con la bacchetta e la pozione, poi andò in bici nel bosco.
Quando vide l'esercito del mago cattivo, Felix prese la pozione e la buttò per terra: la pozione era l'acqua della pace che faceva diventare buoni i guerrieri.
Fu così che il mago diventò buono.
Felix e Robin fecero la pace.
Martin M.


Viaggio indietro nel tempo


C’era un gruppo di quattro amici: John, Mery, Tom e Giosc.
Giosc faceva lo scienziato e voleva costruire una macchina che li portasse al tempo in cui loro erano bambini, perché non ne potevano più della vita moderna.
Quando la macchina del tempo fu pronta partirono, ma accadde che…
Non ritornarono bambini, ma finirono al tempo dell’ Homo Erectus.
Guardarono arrabbiati Giosc e gli dissero: "Ma! Non avevi detto che saremmo ritornati bambini?”
Giosc rispose: "Con me funzionava,cercherò di ripararla “.
Dopo un po’ di tempo trovarono una caverna e curiosi di sapere cosa ci fosse dentro, entrarono e videro un accampamento di uomini erectus.
I ragazzi capirono che parlavano, ma una lingua che non conoscevano, allora decisero di accamparsi con loro visto che avevano fame.
Passata la notte non trovarono più Mery, la fidanzata di John.
John si preoccupò tantissimo e disse agli altri: "Voi state qui per vedere se torna, io cercherò nei dintorni".
Gira e rigira, ma di Mery neanche l'ombra.
Dopo molto tempo sentirono qualcuno che chiedeva aiuto. Si diressero nella direzione da cui provenivano le urla, quando arrivarono videro Mery ferita a una gamba.
John andò subito in suo soccorso e le chiese ciò che era accaduto. La ragazza iniziò a raccontare: "Mi hanno rapita gli uomini erectus e mi hanno trascinata fin qui. Io ho cercato di difendermi, ma non ci sono riuscita, infatti nella lotta mi sono ferita a una gamba".
John portò Mery all'accampamento e gli altri amici la curarono.
Il ragazzo, poi, chiese a Giosc come procedeva la riparazione della macchina del tempo: poiché era terminata, tornarono finalmente a casa.
Giulia S.


La strega cattiva


Un giorno il cacciatore John andò vicino al castello della strega Malefica e non si accorse che lei stava per catturarlo. La strega lo voleva portare in una prigione, perché quando voleva riposare, lui andava a cacciare animali molto piccoli disturbandola.
Malefica preparò una pozione magica contro John, in cui aveva messo dei liquidi verdi che facevano molto male, ma John non la bevve.
Qualche giorno dopo, John si svegliò e trovò la sua casa piena di topi. Un altro giorno la strega mise centinaia di scarafaggi nella sua stanza, ma John non si spaventò affatto.
John non era molto contento di quello che la strega gli faceva e pensò che doveva affrontarla.
John riuscì a sconfiggere la strega, usando proprio la sua bacchetta che aveva trovato per terra, anche se la strega lo attaccò. Dopo mille colpi di bacchetta vinse lo scontro, così visse felice e contento.
Francesca V.


Chiara e il cagnolino



Un giorno Chiara, mentre andava a danza, sentì piangere dietro il bidone della spazzatura. Si avvicinò per vedere chi era, così trovò un cagnolino tanto disperato, perché lo avevano abbandonato e quando la gente passava nessuno badava a lui. “Oh! Poverino.” Sospirò Chiara. Decise di prendersene cura lei e disse: “Vieni! Ti porto a casa mia, sarà bellissimo vedrai! Potrai giocare con i cani del vicinato e venire al parco con me tutti i giorni!” A Chiara venne in mente che sua mamma era assolutamente contraria all’idea di avere un cane e pensò: “Devo convincerla, non posso lasciare qui questo adorabile cucciolo! Arrivati a casa, la mamma disse: “ Oh! Santo cielo! Chiara cos’è quel coso che tieni in braccio!" “Lui non è un coso, ma è il cane che ho trovato per strada. Mamma ti prego fammelo tenere, quando l’ho trovato era disperato, non darà fastidio a nessuno”. Supplicò Chiara. La mamma rispose: “Assolutamente nooo!!! Chiara! Non hai idea di quanto sporchi un cane! Forse no, allora te lo dico io. Il cane sbava, sporca la casa, non sta mai fermo, scodinzola troppo, io lo dicevo che ci voleva un gatto!”
Chiara disse: “ Mamma, non potevo lasciarlo lì tutto solo”. Alla fine la mamma si convinse. Dopo alcuni giorni i genitori di Chiara si accorsero che il cane sporcava troppo e si arrabbiarono molto. La cosa peggiore fu che il cane vomitò addosso alla mamma, perché Chiara gli aveva dato troppo mangiare.La mamma era rossa dalla rabbia e urlò al cane: “Se provi di nuovo a vomitarmi addosso, giuro che ti sbatto fuori di casa !” Il cane si spaventò molto e corse subito da Chiara. La bambina preoccupata disse al cane: “Stai tranquillo troverò una soluzione”.
Chiara si girò e vide il papà che stava leggendo il giornale, sul quale c’era una grande scritta in rosso: SCUOLA DI UBBIDIENZA CANINA. Chiara pensò che poteva portarlo, così sarebbe diventato un cane tranquillo ubbidiente. Prese il cane e andò alla scuola di ubbidienza canina. All’inizio ne combinava di tutti i colori, ma poi dopo molti, ma molti giorni diventò un cane buono, tranquillo, ubbidiente: in poche parole non combinava più pasticci. Chiara e il cane tornarono a casa. I genitori si accorsero che il cane prima di entrare si era pulito le zampe sul tappeto, poi buono, buono era andato nella sua cuccia. Ne furono molto contenti, così permisero a Chiara di tenersi il cane.
Loredana G.


Il ladro


Lucia era una ragazza che amava pescare. Era la figlia di un re che la portava sempre a pescare, ma non era una pescatrice esperta, infatti prendeva al massimo un pesce, però si accontentava lo stesso.
Lucia viveva in un castello dipinto di rosso.
Un giorno, mentre era a pescare, fu rapita da un ladro che voleva il tesoro del re. Il giorno dopo quando il ladro si svegliò, si ritrovò in prigione e chiese: "Come ho fatto a finire in prigione?".
La guardia rispose: "La principessa è riuscita a scappare e a chiamarci, così noi ti abbiamo portato qui". In quel paese la pena per chi rubava era terribile: il ladro era stato condannato a morte!
Il ladro, che era abbastanza intelligente, aveva un piano: di notte avrebbe rubato le chiavi alla guardia mentre dormiva, ma non sapeva che le guardie si davano il cambio, così il piano non riuscì.
Arrivò il giorno dell'esecuzione, ma la principessa disse: "Fermi non uccidetelo. Lo lascio andare, però lo esilio dalla mia terra".
Il ladro se ne andò e capì la lezione.
Gianluca M.


La strega che rapisce i bambini


C‘era una volta, tanto tempo fa, una strega malvagia di nome Teresa.
Una notte rapì un bambino che si chiamava William, perché lo voleva mangiare. Lo portò nel suo castello per cucinarlo e mangiarlo per cena. Arrivati al castello, Teresa chiuse William in una stanza senza finestre. Il povero bambino era molto stanco, così si addormentò. Verso sera la strega decise di metterlo nel pentolone, ma il bambino si svegliò prima che lo buttasse nella pentola e implorò: “Abbi pietà non mi mangiare, ti supplico!” Le lacrime di William commossero la strega, che lo lasciò andare.
Tornando a casa William si perse, però Teresa ormai diventata buona, lo trovò e lo riportò dai suoi genitori che erano molto spaventati, perché non lo vedevano dalla notte in cui l’aveva rapito. Ringraziarono la strega e l'invitarono a rimanere a cena con loro. Da quella sera Teresa si recò spesso a casa di William attirata dagli ottimi piatti cucinati da sua mamma.
Marco C.


I due fiori parlanti


In una bella mattina di primavera, in un piccolo paese lontano, un fiore parlante che si chiamava Clea, si accorse che il sole ci metteva tanto tempo a spuntare, perché la luna non voleva lasciargli il posto, così cominciarono a litigare.
Chiamò dalla finestra Dana, il fiore della sua vicina, che gli chiese cos’era accaduto.
Erano le undici del mattino e ancora non c’era un filo di luce. Era tutto buio.
Così le due amiche si misero in un buco di un trono d’albero a pensare come fare apparire il sole.
Erano circa venti minuti che stavano lì, ma niente da fare, non c’era nessuna buona idea. Quando ad un tratto Clea alzò la mano e disse:
“Ecco, ci sono arrivata!”. Poi raccontò il piano alla sua amica Dana.
Subito dopo Dana si alzò e disse: "Ah sì, ho capito cos’hai in mente di fare… condivido, però ci serve una mongolfiera”.
Le due amiche si misero d’accordo e misero in atto il loro piano, perché gli abitanti del paese non potevano fare il loro mestiere senza la luce del sole (i contadini non raccoglievano, gli operai non lavoravano ecc.)
Dana, che era la più brava a costruire gli oggetti, disse: "Tu procura i pezzi, e io costruisco".
“OK”, rispose Clea.
In un batter d’occhio costruirono la loro mongolfiera colorata. Quando erano sicure che reggesse…partirono. Clea era ai motori, mentre Dana era alla vedetta.
Dopo un lungo viaggio nello spazio… arrivarono vicino alla luna.
Clea disse alla luna: "Dai su, devi lasciare il posto al sole!"
"Così poi questa sera tornerai ad illuminare le strade!”, aggiunse Dana.
Riuscirono così a convincere la luna a lasciare il posto al sole. Poi con la loro mongolfiera tornarono sulla terra, dove tutti gli abitanti del paese le ringraziarono e ricevettero tanti regali!
Giulia M.


Il bambino che diceva bugie


C'era una volta un bimbo bugiardo e dispettoso: raccontava bugie a tutti gli amici e se provavano a dire che non gli credevano, faceva loro dispetti e scherzi poco simpatici. Tutti i bambini preferivano non giocare con lui e lo evitavano. Solo soletto, un giorno decise di andare nel bosco. Cammina e cammina, ad un certo punto si trovò davanti a una pianta con su scritto "Pianta della verità: chi ne mangia dirà sempre la verità".
Non credendo alle parole scritte, il bimbo mangiò i suoi frutti, ma ben presto si accorse che la pianta aveva ragione.
Ogni volta che cercava di raccontare le bugie, diceva invece la verità.
Un giorno disse alla mamma che le voleva bene, ma la mamma abituata alle sue bugie, non gli credette. Il bimbo pianse tanto, a lei le voleva veramente bene! Da quel giorno promise che non avrebbe detto più bugie.
Desirè A.


Il buco del tronco


Quando il falegname Gianni vide che il suo tronco era forato, pensò che fosse il buco fatto così per caso da uno scoiattolo.
L’unica cosa che lo preoccupava era che il giorno dopo sarebbero dovute venire le classi 1^, 2^ e 3^ della scuola Re Umberto per un laboratorio.
Chiamò la moglie Maria e i suoi collaboratori Miranda, Lilla, Viola e Fiordaliso e raccontò loro l’accaduto. Viola, la più fantasiosa e coraggiosa, pensò che fosse stato un extraterrestre e disse che avrebbe trascorso la notte nella falegnameria.
Nessuno osò dire più nulla in proposito e tutti continuarono il loro lavoro.
La mattina seguente appena arrivate, le classi furono informate dell’accaduto, ma non si spaventarono perché c’era anche l’insegnante galattico che sapeva tutto sugli alieni e sapeva anche difendersi. Quando entrarono nel laboratorio i bambini si divisero in gruppi e le classi terze dovevano vedere proprio il tronco con il buco; li accompagnava Viola.
Ma quando Viola stava per girare il tronco, il buco si illuminò di colpo. Gianni, allora, andò a chiamare il maestro galattico. Intanto, nel laboratorio, la luce continuava a esserci, ma stava diminuendo e dal buco stava comparendo una figura bassa e grassottella. Il professore disse che era un alieno.
Questi disse: "Oeiaeiee ei ou ieaui auai”. Prese poi una macchinetta e una voce strana tradusse: "Vogliamo vivere sul vostro pianeta, perché il nostro, Saturno, è troppo piccolo e noi troppo numerosi!”
Così gli alieni di Saturno, per metà, si trasferirono sulla Terra, ma non si adattarono subito: vissero un po’ in ogni città per poter scegliere quella che piaceva loro di più e poi cominciarono a vivere come gli uomini.
Un giorno il presidente di Saturno si incontrò con il presidente di ogni stato: organizzarono una grande festa, a me che ero dietro all’uscio, non hanno dato neanche una fetta di torta.
Elisa T.


Le due nuvole sciocche


Una volta c’erano due nuvole che discutevano sempre.
Si chiamavano Destra e Sinistra, bisticciavano perché Destra non voleva piovesse, mentre Sinistra voleva che piovesse. Un giorno Destra insieme a Sinistra,andò da Mezza, la nuvola più saggia di tutte, la quale disse subito che dovevano imparare ad essere buone amiche.
Le due nuvole non erano convinte e ritornarono nel loro cielo un po’ titubanti. Ma un pomeriggio scoppiò una tempesta, il vento soffiava così forte che stava trascinando via Sinistra ; allora Destra corse in suo aiuto, si mise dietro di lei e la tenne stretta, riuscendo così a salvarla. Destra, però,per salvarla batté la testa contro un palo e svenne. Sinistra lo portò all'ospedale delle nuvole, dove Destra guarì in pochi giorni.
Da quel momento decisero che era meglio essere amici: Sinistra comprese che far piovere sempre era una cosa brutta, Destra capì che senza l'acqua la natura soffriva, quindi si misero d’accordo. Fu così che Destra ogni volta che voleva far cadere qualche goccia di pioggia, sentiva il parere di Sinistra che l'aiutava a innaffiare un po' la terra.
Emanuele P.


Le avventure di Ginevra e Ursula


C’era una volta una sirenetta di nome Ginevra.
La sirenetta viveva in un palazzo in fondo al mare, all’ultimo piano.
Al piano di sotto viveva una piovra gigantesca, che di notte andava a rubare il cibo nelle altre case.
La piovra si chiamava Ursula. Dalle otto di sera alle sette di mattina la sirenetta cantava una ninna-nanna.
A Ursula quella ninna-nanna dava fastidio.
Ginevra aveva solo un amico di nome Cioppi, un delfino.
Una notte di mezza estate Ginevra fu rapita da Ursula.
La piovra la portò in una grotta che nessuno conosceva. Ursula la voleva tenere prigioniera per tutta la vita.
Il delfino col suo naso astuto sentì l’odore di Ginevra ed arrivò sino alla grotta. Con coraggio ed astuzia entrò, prese Ursula di sorpresa, la legò e liberò Ginevra, che ritornò a casa sana e salva.
La sirenetta si addormentò con la sua ninna-nanna.
La mattina dopo un sole luminoso la svegliò: aprendo gli occhi vide il suo amico e la stanza in cui dormiva tutta decorata a festa per l’occasione del suo ritorno a casa.
I festeggiamenti durarono a lungo e vissero tutti felici e contenti.
Martina Crema
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 18/05/2004 :  12:27:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
RACCONTI DELLA III A

Avventura tra le stelle


Un giorno, quando entrai in casa, si scatenò un tornado con tuoni e lampi!
Andai in bagno e, stavo per sedermi sul water, quanto vidi dei mostriciattoli che galleggiavano in mezzo ad un vortice..
Mentre guardavo incuriosito, un lampo azzurro mi colpì e mi fece diventare più piccolo. Caddi terrorizzato nel water, urlavo, avevo paura di soffocare perché il tubo era lungo e stretto. Finii di cadere e mi ritrovai nello spazio. Allora mi accorsi che volavo e mi sentii rilassato e felice.
Decisi di visitare tutte le stelle e scoprii che erano animate.
Feci un giro d’esplorazione e finii su una stella nascosta dietro ad un pianeta. Era strana perché era più gialla e luminosa delle altre, aveva una lunga coda a strisce colorate. Scoprii che era triste perché era una stella troppo pesante e aveva paura di cadere e di rompersi.
Mi sedetti su di lei e non cadde, anzi volò benissimo perché, prendendola per la coda, la guidavo e tutte le altre stelle stavano a guardare stupite. La stella mi portò su di un piane-ta: era enorme e pieno di crateri. Entrammo nel più grande e vidi una città abitata da strane bestie.
Volavamo bassi e vidi questi animali da vicino: avevano il corpo da cavallo, la testa a forma di stella e la coda uguale alla stella cadente. Ci vennero incontro correndo e con la faccia preoccupata, io dalla paura non mi accorsi che gridavo: «Camilla scappa...! Camilla scappa!»
Senza accorgermi avevo dato un nome alla stella cadente.
Camilla mi portò in una grotta dove viveva una vecchia stella piccola che non splendeva più. Tutti gli abitanti mi circondarono pronti a difendersi, Camilla, allora, alzò la coda e cominciò a parlare. Credo che abbia raccontato la nostra avventura perché tutte le stelle incominciarono a luccicare, ebbero fiducia in me e capirono che non volevo far loro del male.
Mi invitarono a visitare il loro pianeta. Quando arrivai mi sembrò solitario e triste, ma in seguito mi portarono in altri crateri dove si festeggiava spesso. Le tavole di pietra erano imbandite con piccoli meteoriti durissimi da rompere, ma saporiti e calici pieni di nuvole da strizzare prima di bere.
C’erano pochissime lampade a forma di tubo che facevano luce con soffi di gas speciali. Mi fecero intendere che servivano a poco perché gli animali facevano luce con la testa; più erano felici, più facevano luce e quindi le lampade servivano solo quando erano tristi.
Andai almeno a dieci feste, ma all’ultima, in fondo alla stanza, vidi un bagliore diverso, mi avvicinai pensando di trovare qualche altra sorpresa ma...
Ad un certo punto fui ingoiato da un vortice che mi risucchiò e mi porto a casa; il temporale era finito ed io ero di nuovo alto come prima.
Davide L.


Porte e scale fantasma


Quando io vivevo a Boston, abitavo in un quartiere con tantissime case cadenti.
Ero un ragazzo molto sveglio e molto alto per la sua età, frequentavo una banda di ragazzi scatenati che non ascoltavano molto i consigli dei genitori.
Avevo appena compiuto 15 anni, quando un giorno suonò il campanello di casa mia, andai ad aprire e vidi i miei amici che, tutti eccitati, m’invitarono ad esplorare una vecchia casa abbandonata e cadente.
Il capo mi disse: «Dobbiamo entrare e scoprire cosa c’è dentro di straordinario, perché si sentono dei rumori strani provenire dall’interno».
Io non volevo andarci, ma questi mi trascinarono a forza e lì iniziò la mia prima avventura.
Appena salimmo le scale, queste iniziarono ad ondeggiare fino a trasportarci in un altro mondo: credo su Marte. Io vidi delle case che avevano i muri fatti di specchi, non avevano porte e, per questo motivo, gli abitanti non si mettevano mai nudi.
Solo una di queste abitazioni aveva una porta che era chiusa, girai un po’ la maniglia, ma non si aprì.
Arrivò un omino piccolo e tutto verde che mi chiese:« Vuoi tornare nel tuo mondo? ».
Io risposi di sì. Allora egli disse: «Prima devi fare due test: il primo consiste nel trovare la chiave che apre la porta, come seconda prova,invece, dovrai sconfiggere i Troll che incon-trerai per la tua strada».
Io dissi che avrei fatto di tutto pur di tornare a casa mia.
Più tardi, mi trovai in un bosco con le cortecce degli alberi di plastica.Infilata in una di queste scoprii la chiave che cercavo con ansia. Vidi anche alcune forme di vita sconosciute: erano i Troll. Sembravano umani però erano più grossi, la loro pelle era coperta di brufoli e gli occhi avevano un taglio a T.
Appena mi avvicinai, presero i loro bastoni e iniziarono ad inseguirmi.
Io corsi, corsi senza fermarmi finché arrivai alla porta. La mia banda mi stava aspettando per fuggire con me.
In fretta e furia aprii la porta e vidi un mucchio di scale lunghissime e ripide. A questo punto, il più scemo della banda ci spinse e incominciammo a rotolare velocemente.
Svenni e, quando mi risvegliai, sperai che fosse stato solo un sogno, invece non era così.
Cecilia O.


Il passaggio segreto


Un giorno entrai nella mia classe e, anche se ero in orario, vidi che stranamente non c’era nessuno.
Impaurita e sull’orlo di una crisi, cominciai a girare fra i banchi e, ad un tratto, notai, sotto il banco di Luca, una chiave che luccicava.
La fissai per qualche secondo, poi mi allontanai, però la curiosità fu troppo forte, l’afferrai e me la misi in tasca. Continuai a girare per la classe e per un momento la immaginai con tutti i miei compagni e con la maestra che scriveva. Guardando la lavagna, scoprii un buco piccolissimo a forma di serratura, allora vi infilai subito la chiave trovata. La lavagna co-minciò ad aprirsi come per magia e, al suo interno, vidi un tunnel.
Non sapevo se entrare perché lì dentro era tutto buio, ma mi voltai e vidi che, all’improvviso, sulla cattedra era comparsa una torcia rossa, l’afferrai. Avevo il batticuore, ma sentivo che qualcosa mi spingeva ad entrare. Il tunnel era sporco, ma io continuai a camminare e, quando arrivai in fondo, vidi uno specchio e una forza misteriosa mi attirò dentro.
A questo punto, mi ritrovai su una spiaggia solitaria: i granelli di sabbia erano multicolori e il mare era calmo. Mi tuffai in acqua e vidi tanti pesciolini colorati; stavo così bene che mi sembrava di nuotare nel mare della felicità.
Passai molto tempo a giocare finché, un giorno, una vongolina mi chiamò. Mi avvicinai e lei mi urlò: «Giulia, devi andare dalla strega dei mari!»
La strega si chiamava Amelia, era molto bella e indossava un vestito blu.
All’improvviso tirò fuori una boccetta piena di una polverina d’oro, me la sparse addosso e, in due minuti, divenni una sirena.
Vivevo in un bellissimo palazzo in fondo al mare con un principe-sirena, passavo le ore a guardare i pesci che nuotavano. Un giorno incontrai lo squalo Quito che mi chiese dov’era la mia famiglia. Io cominciai a pensarci, ma non me lo ricordavo. Allora lo squalo cominciò a sculettare e, come per magia, nell’acqua comparve una foto. L’afferrai, la guardai e riconobbi la mia famiglia!
Corsi, pesciolinamente veloce, dalla strega Amelia e le chiesi una pozione per ritornare bambina.
La tirò fuori e, in tre secondi, tornai normale.
Andai via salutando tutti i pesci che mi erano simpatici, uscii dall’oceano, ritornai in spiaggia, saltai fuori prima dallo specchio e poi dalla lavagna, mentre suonava la campanella d’ingresso a scuola.
Quando tornai a casa, raccontai tutto alla mamma e, da quel giorno, per andare al mare, prendiamo la scorciatoia segreta.
Giulia B.


Un artista originale


Quando Luca Mica aveva 28 anni, era un ragazzo particolare che amava i bambini (solo quelli degli altri però) e gli piaceva stare con gli amici.
Aveva un aspetto originale: portava i capelli lunghi e intrecciati, spesso indossava pantalo-ni di velluto un po’ strappati e delle camicie di tutti i colori.
Aveva sempre fretta e, a volte, usciva con una calza colorata e un’altra a righe oppure con le scarpe di due modelli diversi: era un tipo con la testa fra le nuvole.
Gli piaceva gironzolare per la campagna e osservare i magnifici colori della natura per poi riprodurli nei suoi quadri. Infatti, voleva diventare un grande pittore, ma gli sembrava im-possibile riuscire a realizzare questo sogno.
Un giorno prese la decisione di frequentare una scuola d’arte a Venezia, lui abitava a Milano quindi dovette trasferirsi.
Nella nuova scuola la voglia di dipingere era grande, e lo aiutò a superare tutte le difficoltà.
Finalmente arrivò il giorno della sua prima mostra.
I suoi quadri non furono subito apprezzati e così lui ne dipinse tanti finché diventò famoso.
A quel punto il suo sogno si era avverato e lui era così felice che, ad un certo punto, creò un quadro bellissimo che teneva sempre con sé e non voleva vendere a nessuno.
Una notte, si alzò dal letto per bere e vide che il quadro era diventato fosforescente, si avvicinò e fu attirato verso l’opera.
Di colpo si ritrovò dentro al dipinto e vide intorno a sé un mondo meraviglioso dove le col-line erano rosa e il cielo verde chiaro, i negozi erano fatti di panna e le case di mandorla.
Quando volevi comprare qualcosa,bastava fare una gentilezza invece che dare soldi.
Ad ogni cento metri c’era un palo dove un pulsante rosso serviva per tornare a casa.
Lui non lo sapeva e quindi lo schiacciò e si ritrovò nella sua stanza, ma fu lo stesso contento di aver vissuto per un po’ nel mondo perfetto del quadro, che era quello dei suoi sogni.
Jessica S.


Lo scienziato Frank


Tanto tempo fa in California viveva uno scienziato di nome Frank. Era molto strano: i suoi capelli ricci e sempre spettinati sembravano un cespuglio, mentre la barba era così lunga che gli arrivava fino alla pancia. Inventava cose buffe e inutili, un giorno preparò una po-zione magica per trasformare i topi in conigli.
La gente era stupita, perché desiderava che costruisse qualcosa di utile per tutti, invece Frank continuava ad inventare solo pozioni perfettamente inutili.
Lo scienziato, stanco delle continue richieste dei suoi vicini, decise di andarsene. Partì con la sua macchina e, dopo tre giorni e tre notti di viaggio bucò una gomma, così dovette fermarsi. Scese dall'auto: c'era una fitta nebbia, pioveva e soffiava un vento gelido. Da-vanti a lui vide la sagoma di un castello. Voleva entrare, ma era circondato da un fossato con acqua verde e melmosa.
Improvvisamente il ponte levatoio del castello si spalancò, così Frank poté entrare. Dentro era buio,
Poi un lampo illuminò l'ombra di un uomo alto. Frank si avvicinò ancora e guardò meglio: sì, era un omone alto e robusto con i capelli neri, il naso a patata, gli occhi azzurri che lo accolse con simpatia offrendogli degli abiti asciutti e un minestrone caldo. Mentre Frank stava mangiando, l'uomo che si chiamava Josh, gli raccontò che aveva un problema, infatti, il sotterraneo del castello era pieno di topi che gli divoravano tutte le provviste.
Frank ascoltò con attenzione, ma poiché era molto sbadato, non si ricordò subito della pozione.
Josh lo guidò nel sotterraneo, appena aprirono la porta sentirono mille squittii. Frank entrò, quando vide degli enormi topi grigi con gli occhi rossi che gli si avvicinavano, si ricordò della sua invenzione. Prese un po' della pozione e la versò sui topi che si trasformarono in simpatici coniglietti gialli e neri oppure bianchi e neri, che cominciarono a saltare allegramente da ogni parte.
I due uomini attaccarono alla porta del castello questo cartello: "Si regalano coniglietti af-fettuosi a persone sole".
Josh, per ricompensare Frank, gli diede una ruota di ricambio per la sua automobile e un'idea per preparare una nuova pozione: la pozione dell'allegria!
Gianluca Z.


Un uomo con una falsa identità


In un piccolo paese della Russia viveva un uomo con due identità e due ruoli diversi: uno cattivo e uno buono. Quando cambiava identità, si modificava anche il suo aspetto fisico.
Da malvagio aveva una corporatura robusta, la sua faccia era piena di lividi, i suoi occhi erano contornati da profonde occhiaie scure e aveva la schiena storta. Sotto questo aspetto, odiava gli altri esseri umani.
Da buono, invece, aveva un’espressione contenta, era mingherlino, allegro e generoso con tutti.
In una mattina d’inverno, nevosa e tranquilla, l’uomo si risvegliò con l’identità cattiva e de-cise di compiere un attentato. Provocò un’esplosione megagalattica, morirono un milione di persone tra cui il Presidente della Repubblica e non si seppe mai chi fosse stato.
In altri momenti, quando emergeva l’identità buona, lui catturava ladri e malviventi per rendere la città più sicura.
Con il passare degli anni, l’uomo fece tanti combattimenti per motivi buoni o malvagi.
Un giorno la parte cattiva e la parte buona si risvegliarono entrambe nello stesso tempo e cominciarono a scontrarsi: il combattimento durò dieci giorni. Finalmente la parte buona colpì il cuore della parte cattiva che morì per sempre.
Ernesto T.


Un albero misterioso


Quando frequentavo la scuola Re Umberto I° succursale appena entravo nella mia classe, la quinta B, sentivo un gran caos: tutti si lagnavano perché la maestra li sgridava.
Anche la maestra piangeva perché gli alunni erano terribili.
Ma un giorno, entrando in classe, ci trovammo di fronte ad un bellissimo giardino: al posto dei banchi c’erano delle panchine, era cresciuta una verde erbetta e dei fiorellini, al posto del soffitto c’era il cielo azzurro e degli uccellini volavano festosi nell’aria.
Non capivo perché nella notte la classe fosse cambiata quando notammo un albero molto strano e, tutto ad un tratto, si aprì una porticina nel suo tronco. Noi entrammo nell’albero e trovammo un lunghissimo labirinto, lo attraversammo: le pareti erano piene di muffa e c’era una puzza tremenda. La nostra maestra aveva paura mentre noi, invece, eravamo felicissimi.
Alla fine del labirinto arrivammo in uno stranissimo paese: il Paese degli Arcobaleni.
Tutto era coloratissimo, anche gli abitanti indossavano indumenti sgargianti e bellissimi, inoltre parlavano una lingua difficilissima e non ripetevano mai la stessa parola, le pareti degli edifici e dei palazzi erano incantevoli,ricoperte di affreschi dai colori intensi.
Andammo a visitare le scuole di quel posto e scoprimmo che gli alunni imparavano senza fatica perché alcuni raggi multicolori entravano nelle loro teste e vi depositavano quello che loro dovevano sapere.
Allora noi facemmo una prova e, in due minuti, imparammo tutte le capitali d’Europa.
Tornammo in classe, percorrendo la stessa strada e decidemmo di mantenere il segreto su quello che avevamo scoperto.
Da quel giorno, però, quando faticavamo ad imparare qualcosa, raggiungevamo quel meraviglioso mondo.
Anna La M.


Un mistero in Egitto


Io sono Sem Kerry e vivo nell’anno 2500, faccio l’archeologo e sto cercando di scoprire dove si trova la tomba del faraone Acciuga. Per realizzare questa missione userò la mac-china del tempo costruita nell’anno 2147 dallo scienziato Barducco Babbalucco.
Salgo, premo il pulsante d’avvio, mi ritrovo nello spazio; ogni giro che faccio intorno alla Terra torno indietro di un anno; mi ritrovo nel deserto: è l’anno 2000 a.C.
Incomincio a camminare.
Ad un certo punto incontro un’enorme sfinge sotto la quale c’è un antico scriba; è grasso, basso con la barba, ha la faccia da sporco imbroglione. Seguendo le sue indicazioni penetro nella sfinge e, ad un certo punto, arrivo davanti ad una stanza, allora lui mi dice di proseguire da solo.
Io entro nella stanza e di colpo si chiudono tutte le porte, disperato piango, ma un po’ dopo mi faccio coraggio e mi guardo in giro.
C’è un mucchio di polvere, trovo una borraccia abbandonata, provo a bere un goccio di li-quido e la testa mi gira, improvvisamente impazzisco e spacco tutte le porte.
Proseguo nel mio cammino e trovo un’altra camera con tante statue d’oro, mi avvicino e sento un rumore che proviene dal fondo della stanza, riconosco dalla puzza dei calzini il mio nemico di sempre, Mister Puzzonite.
Mi vede, mi viene incontro minaccioso, ma per sbaglio si appoggia alla parete e sotto i suoi piedi si apre una botola, lui precipita urlando di terrore.
Sento Puzzonite lamentarsi, forse si è rotto una gamba, allora decido di scendere anche io in quel tunnel e scopro che quel passaggio porta direttamente alla stanza del Faraone Acciuga.
Mentre mi guardo intorno, sento due mani che mi stringono le spalle e, in quel preciso momento, una voce mi dice: «Svegliati, è ora di andare a scuola!»
Simone M.


Un cappello magico


Un giorno il Signor Camillo andò da un cappellaio, vide molti cappelli, ma ce n’era uno che lo ispirava molto e lo comprò: era magico, aveva dei disegni buffi e, quando uno se lo metteva in testa, da un pon–pon uscivano le ali. Il signore però non lo sapeva. Quando se lo infilò in testa per la prima volta, si mise subito a volare, ma l’aria lo sbatteva contro le case e i pali della luce, perché lui non sapeva ancora pilotare questo strano copricapo!
All’inizio si spaventò e quindi ritornò nel negozio per restituirlo, ma poi ci ripensò, uscì, se lo rimise in testa e volò per tutta la città; solo che, ad un certo punto, il cappello si sfilò dalla sua testa e lui precipitò. Camillo sfondò il vetro di una casa e cadde su un divano, fu trasportato all’ospedale con le ossa rotte...
Aveva perso il cappello e non poteva più volare, ma questa esperienza gli mancava molto.
Un giorno Camillo andò a fare una passeggiata nel parco, si mise sotto un albero per ripo-sare e, ad un certo punto, il cappello gli cadde in testa: era lì da molto tempo che stava aspettando il suo padrone.
Camillo questa volta, però, prima di volare, imparò a guidare.
Qualche giorno dopo, mente volava, scoprì un paese di nome “ Volatile ”dove tutti aveva-no quel tipo di cappello. Il cielo era pieno di gente felice e cordiale che volava e si saluta-va. Camillo fece amicizia con tutti, diede una festa a casa sua e invitò tutti i nuovi amici. Decise di vivere in quel posto meraviglioso dove tutti potevano starsene beati tra le nuvole.
Un altro giorno Camillo volò fino ai giardini e lì incontrò una signorina che volava anche lei. Si trovarono simpatici, si innamorarono e si sposarono. Anche i cappelli si innamorarono perché erano magici e provavano dei sentimenti. Così presto, i due sposi ebbero dei figli, anche i cappelli fecero molti cappellini, e vissero tutti, svolazzando felici e contenti.
Elisa Di N.


Le piante carnivore


Cinquanta mila anni fa, su un pianeta sconosciuto chiamato Tic Tac vivevano delle piante molto strane. In cima al fusto c’era una testa viola con tanti piccoli denti aguzzi, non avevano radici e quindi potevano camminare strisciando, il tronco era simile a quello dei nostri abeti, ma molto più spesso e le foglie erano lunghe tre metri.
Queste piante si chiamavano Carnivoran, su di loro vivevano dei parassiti chiamati Parassitan, i quali a volte venivano catturati dalle lingue appiccicose delle piante.
Un giorno, una delle Carnivoran alzò la sua gigantesca testa viola e vide un meteorite in cielo.
In realtà, si trattava di un’astronave in arrivo da un altro pianeta lontano, con a bordo tanti animaletti che assomigliavano a delle scimmiette.
Appena l’astronave atterrò, le Carnivoran incuriosite si avvicinarono.
Le scimmiette scesero e, per niente spaventate dall’aspetto delle Carnivoran, chiesero aiuto. Raccontarono che sul loro pianeta erano prigioniere di un re crudele che aveva la fac-cia simile a quella di uno squalo e non voleva mai vederle giocare. Così un giorno, aveva-no preso Meteora, la sua astronave, ed erano scappate. Avevano però molta paura che il re le inseguisse per riportarle sul loro pianeta a lavorare come schiave.
Le Carnivoran si commossero e, proprio in quel momento, si sentì un enorme tuono.
Le scimmiette dissero: «Il re cattivo ci ha trovate! Aiutateci!» e scapparono nel bosco.
Allora le Carnivoran, appena il re scese dall’astronave, si avvicinarono, agitarono tutte in-sieme le loro enormi foglie e provocarono un tornado.
Il re si spaventò moltissimo, risalì sull’astronave e se ne andò, ma, prima di partire, disse: «Fate attenzione, scimmiette. La prossima volta che ci rivedremo non andrà così bene».
Le scimmiette corsero ad abbracciare le Carnivoran che fecero loro visitare il territorio e dissero che potevano fermarsi per tutto il tempo che volevano in quel posto e di non aver paura del re cattivo perché lo avrebbero scacciato di nuovo.
Sara B.


La mucca Molly


Questa è la storia di una simpatica mucca di nome Molly.
Molly viveva in una favolosa fattoria, tutti i giorni faceva delle lunghe passeggiate in com-pagnia della sua migliore amica la capra Polly, tutte e due andavano in giro per la fattoria a trovare altri amici, a volte andavano a fare shopping, a volte andavano in piscina a fare una bella nuotata e, quando non si vedevano, passavano le ore al cellulare a raccontare i loro segreti.
Gli amici della fattoria, vedendole sempre insieme, le chiamavano "le sorelle", anche perché loro, essendo figlie uniche, immaginavano di essere veramente due sorelle.
Tutto filava liscio tra le due amiche finché un giorno accadde qualcosa che fece vacillare la loro amicizia. Nella fattoria arrivò un’altra mucca, di nome Desy, molto carina e molto sicu-ra di sé, all'inizio divennero amiche, tutte e tre e giravano per i prati chiacchierando, gio-cavano a nascondino, a pallavolo, a fare le maestre, alla settimana e a tanti altri giochi.
Un giorno Molly prese l’influenza con la febbre a 39° e quindi fu obbligata a stare a letto per almeno tre giorni, nel frattempo Polly e Desy continuarono ad uscire insieme.
Quando Molly si riprese tornò a giocare con le sue amiche, ma ben presto si accorse che qualcosa era cambiato.
Polly, la sua migliore amica, era diventata la migliore amica di Desy. La povera mucchina ci rimase tanto male, ma così male che decise di scappare dalla fattoria. Dopo qualche ora tutti si accorsero che di Molly non c'era traccia e cominciarono a cercarla dappertutto pri-ma dentro e poi fuori dalla fattoria, intanto lei vagava per le grandi distese di prati, in la-crime perché si sentiva tradita dalla sua migliore amica e pensando che nessuno si sareb-be interessato a lei. Non pensava invece che tutti la stavano cercando, più di tutti la capretta Polly.
Il sole era quasi tramontato quando la povera Molly, terrorizzata dal buio, decise di torna-re a casa. Nella strada del ritorno, vicino al boschetto, sentì dei lamenti e si domandò chi mai si era spinto così lontano dalla fattoria, avvicinandosi al luogo da dove venivano i la-menti scorse la capretta Polly a terra, semisvenuta dalla stanchezza. Molly s’inginocchiò, la prese tra le braccia e le disse: «Su, torniamo a casa!»
Si guardarono e ridendo e piangendo si abbracciarono. « Dobbiamo ritrovare Desy, anche lei e venuta a cercarti e forse si è persa nel bosco »,disse Polly. Così partirono alla ricerca della povera Desy, nella notte e la paura del buio e delle strane storie di spiriti che vivono nel bosco sparì.
Le due amiche proseguirono e finalmente al centro del bosco la ritrovarono piena di freddo e di paura.
Le tre amiche si strinsero in un grande abbraccio e tornando a casa giurarono che mai più l’invidia le avrebbe divise.
Ylenia C.


Un’orsa divertentissima


Quando era inverno gli orsi nei grandi boschi del nord andavano in letargo, ne restava sveglio solo uno: una femmina di nome Kitti, piccola, marrone, con gli occhi azzurri.
Era un’orsa divertentissima perché prendeva in giro i suoi amici, era buffa e si divertiva da morire ballando, cantando e facendo gare di danza.
Un giorno alcuni cacciatori andarono a caccia di orsi. Kitti avvertì i suoi amici facendo un gran rumore con la bocca. Tutti riuscirono a fuggire, quindi i cacciatori non trovarono più nessuno.
L’orsa guidava il branco e lo portò in un bosco magico dove la luna toccava la terra, ma c’erano ancora degli ostacoli da superare perché, purtroppo, in quel luogo, crescevano del-le terribili piante carnivore e fu impossibile per gli orsi fermarsi a vivere lì.
Allora, Kitti fabbricò una bicicletta con tanti sedili. Gli orsi vi salirono sopra e scapparono via pedalando su un lunghissimo tandem.
Andavano così veloci che non riuscirono a fermarsi fin quando non trovarono un bellissimo bosco fatato che era il Paradiso degli orsi.
Questo bosco aveva dei bellissimi alberi da frutto e c’erano anche delle api che facevano del buonissimo miele.
Kitti e i suoi amici rimasero in questo posto meraviglioso e vissero felici e contenti.
Yornella Arzubialde L.


Un pomeriggio avventuroso


Quando, un pomeriggio, mia cugina Elisabetta venne a casa mia, decidemmo di giocare a nascondino. Partecipavano al gioco anche alcuni amici che erano venuti a trovarmi.
Noi ci infilammo sotto il letto e lì restammo sorprese perché vedemmo una luce che si allargava sul pavimento. Si sentì un gran botto e si aprì un buco.
Subito eravamo terrorizzate, ma poi la curiosità fu più forte ed entrammo in un budello strettissimo che portava ad un sotterraneo; non si poteva respirare, c’erano topi e pipistrelli ovunque e noi avevamo molta paura.
Mentre camminavamo verso una luce che si vedeva in lontananza, ci trovammo di fronte ad una porta che scricchiolava. Dall’altra parte si sentivano dei rumori, allora guardammo dal buco della serratura e vedemmo alcuni mostri; dai loro discorsi riuscimmo a capire che si stavano preparando a combattere gli esseri umani perché li odiavano.
Si accorsero di noi e ci inseguirono, scappammo più velocemente che potevamo e, in quel momento, arrivò un’ondata d’acqua sulla quale galleggiava una barca.
Noi riuscimmo ad arrampicarci sopra e ci salvammo.
La barca, infatti, ci trasportò fino alla fine del sotterraneo, dove trovammo un giardino e, al centro, un castello bellissimo. Entrammo e telefonammo ai nostri genitori perché venissero a prenderci.
Quando arrivarono, raccontammo quello che ci era successo, ma loro ci risposero che avevano sempre saputo che eravamo delle bambine con troppa fantasia.
Laura C.


Un tappeto ballerino


Quando andai a casa del mio amico Cioncincion vidi che aveva un bel tappeto nuovo, az-zurro, con le stelle dorate.
Un giorno non lo trovò più. Mentre lo aiutavo a cercarlo scendemmo in cantina e trovam-mo il tappetino che piangeva arrotolato in un angolo buio, perché aveva perso le stelle do-rate che lo adornavano.
Ci spiegò che era il tappeto di un famoso mago ed era scappato dal proprietario che lo maltrattava.
Però il suo padrone lo aveva rintracciato e, per punirlo, gli aveva tolto le stelle utilizzando la magia.
Le stelle servivano molto al tappeto, perché lo facevano ballare e lo rendevano allegro.
Decidemmo di aiutare “Tappetino” e allora, di nascosto, una notte, entrammo nella casa del mago che stava dormendo nel letto e russava rumorosamente.
In un angolo buio c’era una piccola stellina che piangeva, ci disse che le sue sorelle stelle erano state disperse in mare.
Tornammo a casa con la stellina e l’attaccammo sul tappeto che incominciò a ballare, ma poi ci confidò che poteva anche volare e ci disse: «Andiamo a fare un giro?».
Così ci portò con lui in giro per il mondo, in volo.
Passammo anche vicino al mare e tutte le stelle riemersero e si attaccarono di nuovo al tappeto, il quale, per vendetta, volò sulla casa del mago e lanciò un fulmine sopra il tetto.
Iolanda D.


Una pinzetta magica


Quando frequentavo la scuola elementare, mia mamma mi regalò una pinzetta per tratte-nere i capelli, che era strana, molto strana: io la mettevo a destra e lei andava a sinistra!
Un giorno ero in classe e la maestra stava spiegando, mi annoiavo a morte e quindi girai la molletta; in un attimo, mi ritrovai come sulle nuvole: ero agitata e avevo il batticuore, però volavo come un angelo e, dopo un po’, atterrai in un paese sconosciuto.
Il paese era tutto verde e fiorito, veniva prima l’estate della primavera, non venivano mai l’inverno e l’autunno. Gli abitanti di questo posto parlavano all’incontrario, camminavano all’indietro, si mettevano le maglie a rovescio con i bottoni sulla schiena e, quando erano tristi, ridevano, mentre, quand’erano felici, piangevano. In questo modo la loro vita era di-ventata complicata e faticosa.
In questo paese le cose erano sottosopra perché una strega, una volta, aveva fatto questa magia per vendicarsi degli abitanti che le avevano distrutto il castello.
Tutti erano stufi di questa strega e quindi chiesero il mio aiuto, io accettai.
Allora noi preparammo una trappola davanti al nuovo castello che la strega si era costruita.
Un giorno la strega uscì dal castello e cadde in un fossato con dentro dei piranha che la divorarono.
A questo punto, di colpo, mi sentii sollevare in aria e mi ritrovai in classe, seduta al mio posto.
Allora raccontai ai compagni e alla maestra l’avventura che mi era capitata.
Serena F.


La pillola miracolosa


C’era una volta una bambina, di nome Samantha.
Il suo desiderio più grande era saper cantare, solo che era stonata come una rana che gracida, tanto che non osava far sentire la sua voce agli amici perché si vergognava troppo.
Di notte, invece, sognava di essere una star e di esibirsi davanti ad un grande pubblico.
Un giorno successe qualcosa di strano.
Al mattino, infatti, appena sveglia, trovò sul comodino una pastiglia rosa con un bigliettino, sul quale c’era scritto: «Ciao! Sono la fata Canterina! Questa pastiglia ti regalerà una voce meravigliosa e ti renderà la gola fresca e aperta in modo che tu possa cantare per ore senza stancarti
Il sogno della bimba si avverò e lei diventò veramente la prima star del suo paese e nes-suno avrebbe mai potuto avere una voce bellissima come la sua.
Con la pastiglia della fata Canterina, finalmente, poteva anche cantare con i suoi amici.
Miriam G.


Fiume d’argento e pesci d’oro


Nel paese Cielo vivevano un re di nome Giulio e una regina di nome Giulia.
Tutto era perfetto, fin quando un giorno d’autunno la regina Giulia non si poté alzare dal letto: era incinta, ma lei non lo sapeva.
Allora il re disse alle serve di stare con lei e chiamò un dottore.
Dopo sei giorni e sei notti, la regina diede alla luce un bambino che chiamò Davide.
Dopo venti anni il principe era diventato un ragazzo alto, biondo, con gli occhi azzurri, il viso paffuto. Era un grande lettore, gli piaceva andare a cavallo e cantare.
Lui era così bravo che, al suono della sua voce, i pesci diventavano d’oro e l’acqua d’argento.
Un giorno, mentre cavalcava, vide un uomo che tagliava gli alberi nel bosco del castello.
Il principe era molto dispiaciuto e disse: «Poveri alberi!», perché amava la natura.
Quindi chiese al pover’uomo perché abbattesse gli alberi e questo rispose:
«Oh, ragazzo mio! Questa è la differenza: io sono povero, tu sei un principe, io mangio erba, tu mangi carne, io dormo per terra, tu dormi sul letto, io ho una capanna , tu hai il castello, tu ti lavi, io no, io devo fare fuoco con la legna, tu no.»
Allora il principe, sentito questo discorso, si mise a cantare con una voce meravigliosa e subito dall’acqua di un ruscello che scorreva lì vicino saltarono fuori dieci pesci d’oro. Li regalò al boscaiolo. Poi accompagnò l’uomo a casa, vide la figlia e se ne innamorò.
I due giovani si sposarono e insieme fecero tanti bambini bellissimi.
Alexandra P.


Un luogo segreto


Un giorno una bambina di nome Carla era tornata a scuola alle sei di sera perché si era dimenticata in classe il libro su cui doveva studiare.
Attraversò l’atrio deserto e salì nell’aula che era ancora sporca.
C’era molto silenzio, lei aveva paura, si sentiva la pelle d’oca e i capelli dritti.
Ad un tratto sentì un sussurro che proveniva dalla soffitta.
Carla s’incuriosì, salì e vide una porta. L’aprì e c’era una scala profondissima che scendeva in un buco.
La bambina cominciò a scendere, ma dopo un bel po’ la porta si chiuse violentemente alle sue spalle. Lei si prese uno spavento così grande che il suo cuore batté più forte del solito.
Ad un certo punto accese un fiammifero e vide un muro ammuffito e un incrocio di corridoi.
C’era un silenzio tombale.
Poi sentì delle voci provenire da destra e andò in quella direzione.
Pochi minuti dopo rimase con la bocca aperta perché c’erano degli alunni chiusi lì dentro. Scoprì che lavoravano come servi per un signore che odiava i bambini e si era nascosto in quel posto proprio per vivere lontano da loro. Non riuscendoci, si sfogava con quelli che gli capitavano a tiro.
Carla corse via urlando, ma le scale si spezzarono e precipitò, fu catturata e anche lei di-ventò un’alunna scomparsa, come tanti altri.
Vincenzo R.


Un mostro con il mal di denti


Tanti anni fa, a New York, viveva un dentista che si chiamava Distrattis.
Un giorno andò in ufficio e sentì alcuni rumori. Improvvisamente la porta d’ingresso si aprì e apparve un mostro che proveniva da un altro pianeta.
Lo strano essere voleva entrare a tutti i costi: era buffo, scuro e peloso, con le lentiggini sul muso e un’enorme bocca. Aveva mal di denti perché la sua astronave si era scontrata con un meteorite.
A gesti, riuscì a farsi capire dal dentista, quindi si sedette sul lettino e cominciò a piangere per il dolore.
Il dottor Distrattis gli fece l’anestesia al palato con una siringa, lui lanciò un urlo e subito si addormentò.
Allora il dentista aprì la bocca del mostro e scoprì che aveva i denti di cioccolato e uno di questi era rotto. Poi si accorse che dalla bocca uscivano tanti dolciumi: rotolavano a terra caramelle, cioccolatini, lecca lecca.
Il dentista riparò il dente rotto con un po’ di cioccolato bianco, poi lasciò il mostro a bocca aperta e chiamò tutti i bambini del quartiere che, con l’acquolina in bocca, corsero felici a riempirsi le tasche di dolci.
Dopo quel giorno, il mostro rimase a vivere a New York, perché era diventato amico di tut-ti i bambini. Imparò anche a non mangiare più dolci perché fanno male ai denti.
Davide R.



L’orologio ripetitore


Un bambino, di nome Wiu, aveva un orologio con tre pulsanti sui quali era scritto repet, min, ore.
Un giorno, lui premette il tasto repet e tutto tornò indietro di tre anni.
Mentre Wiu passeggiava per strada, nel passato, incontrò se stesso accompagnato dai ge-nitori e si spaventò moltissimo.
I genitori pensarono che il bambino fosse un orfano e lo accolsero in casa perché avevano visto che andava molto d’accordo con il loro figlio che aveva tre anni di meno.
I due bambini vissero insieme.
Un giorno, mentre passeggiavano nel parco, il piccolo trovò un oggetto e stava per pren-derlo. Wiu vide dei fili e capì che era una bomba, allora li tagliò e la disattivò.
Tre giorni dopo, Wiu si svegliò, di mattina, nel suo letto e pensò che tutto quello che gli era capitato fosse un sogno, poi, però, si guardò il polso, vide l’orologio ripetitore e restò sbalordito.
Marco R.



Un esperimento non riuscito


Uno scienziato matto, di nome Davide, dopo varie ricerche, aveva inventato una poltiglia speciale che, modellandosi, si era indurita e si era trasformata in un mostro di ferro.
Questo essere era di colore verde, il suo corpo era grosso e deforme, gli occhi erano piccoli e avevano un’espressione cattiva. Inoltre, era anche pericoloso perché aveva strani e terribili poteri: con la forza della sua mente era in grado di causare catastrofi.
Davide lo teneva chiuso in gabbia e lo nutriva con una miscela speciale. Una volta, però, gliene diede una dose che era andata a male e, come reazione, il mostro diventò allergico all’acqua.
Passò un po’ di tempo e, una notte, lo strano essere scappò e andò in giro per il mondo a combinare disastri: fece eruttare i vulcani più potenti e causò un mucchio di terremoti che uccisero gli abitanti di molti paesi. Ci fu una vera ecatombe!
Ma ricordiamoci dell’esperimento mal riuscito che aveva fatto diventare il mostro allergico all’acqua. Durante un’alluvione, che lui stesso aveva provocato, un’onda gli finì sui piedi: allora egli s’indebolì e cadde a terra, ma era ancora vivo.
Davide aveva capito dove l’essere si trovava, lo raggiunse e gli buttò un secchio pieno d’acqua in faccia. Finalmente il mostro morì e il mondo tornò in pace!
Alessio T.


La pianta magica


Il 29 febbraio dell’anno 4220 avevo quindici anni.
Volevo raccogliere un fiore per il compleanno di mia madre e andai con il camper in montagna.
Appena arrivato, uscii di corsa e camminai per un po’ nel bosco, finché vidi un piccolo fiore mezzo nascosto nell’erba: era alto circa quindici centimetri, i suoi petali erano di un giallo quasi fluorescente mentre il centro era formato da una pallina rosso brillante, grande come un pistacchio.
Raccolsi il fiore, colpito dal fatto che era diverso dagli altri e non ne avevo mai visti di u-guali.
Lo portai a mia madre che lo trovò stupendo e, dato che aveva ancora le radici, lo piantò in un vaso.
Tornammo in città e il fiore fu messo su una mensola con altre piante che, lentamente, piegarono i loro steli dall’altra parte, come se avessero paura.
La sera dopo andai a cercare il fiore sulla mensola, ma non lo riconobbi subito perché ave-va cambiato colore, diventando turchese bordato di un grigio pallido.
Persino il suo profumo era cambiato, diventando molto simile a quello del cioccolato fon-dente che mi piace moltissimo.
Chiamai così la mamma e le feci notare che tipo di trasformazione si era verificata in casa nostra per mezzo di quel fiore strano.
Il gatto saltò sulla mensola, per vedere se c’era qualcosa con cui giocare. Con la zampina toccò la pianta e vide che, lentamente, cambiava di nuovo colore, da turchese ad arancione, facendo incuriosire l’animale che, incredulo, si avvicinò ancor di più e l’annusò, ruotando la testolina come fanno certi cuccioli di cane.
Ad un certo punto, però, il fiore incominciò a gonfiarsi nel bocciolo fino a quando scoppiò, liberando nell’aria una polverina che si sparse sul naso del gatto e lo fece scappare con un balzo felino e la coda gonfia di peli dritti dallo spavento.
Da quella volta il nostro gatto non si avvicinò più a quella pianta magica.
Daniele T.


Il tombino misterioso


Un giorno, arrivato a scuola, salii sull’ascensore che, al posto di andare al piano della mia classe, scese in un sotterraneo.
Io uscii e mi trovai davanti un lunghissimo tunnel, cercai allora di rientrare nell’ascensore, ma era scomparso.
Camminai finché caddi in un’enorme botola: sentivo odore di cantina, ero allo stretto. Mentre mi giravo, vidi davanti a me altri bambini che stavano spaventati in un angolo.
Dietro, sentii un rumore, avevo paura perché c’era qualcuno che ansimava e si avvicinava sempre di più con un rimbombo di passi pesanti.
Spuntò un mostro orribile, peloso e gigantesco con un corno sulla fronte.
Io e gli altri bambini urlavamo spaventati.
Il mostro ci trascinò in una stanza sotterranea e ci spiegò che ci aveva catturati perché di-ventassimo suoi schiavi.
Da quel giorno lavorammo senza fermarci mai e chi disubbidiva veniva rinchiuso in un tombino che scendeva giù in un posto misterioso.
Io cercavo di non trasgredire mai perché avevo paura delle conseguenze.
Un giorno, il mostro ci portò a lavorare in un giardino dove c’era una porta con tanti colori, come un arcobaleno. Io tentai di aprirla e di fuggire, ma, nascosto, c’era un ragno guar-diano che aveva suonato l’allarme e, davanti a me, spuntò da sottoterra un cancello che m’impedì di uscire dalla porta.
Per questa disubbidienza il mostro mi buttò nel tombino. Caddi giù velocissimo ed ero terrorizzato perché sentivo in viso il filo di mille ragni e il solletico di mille zampe di scorpio-ni,inoltre non sapevo cosa mi sarebbe successo.
Svenni per la paura e mi ritrovai a casa, nel mio letto.
Manuel V.
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