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 Le storie di Matt 75
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 18/04/2006 :  18:46:54  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Corretto...
Per Georg: tu potere commentare?
Thanks!
Matt75, Halo is Here.
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admin
Forum Admin


846 Messaggi

Inserito il - 18/04/2006 :  19:12:04  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bravo Matt,
proprio una bella storia, pensata bene e scritte benissimo.
Devi solo stare un po' attento a non esagerare con gli a-capo. Ne usi, qualche volta almeno, un po' troppi. Qualche domanda che si fa l'alngelo potrebbe essere su una riga sola. Ma non è grave.
Poi qualche doppione, qualche ripetizione. Se metti due "quindi" in due righe, saltano all'occhio. Basta togliere una.
Un passaggio avrebbe bisogno di un po' di lavoro:

Dopo due o tre rami di scale, senza sapere neanche perché, qualcosa o qualcuno decise di farlo svoltare.
E così successe.
Preso da un irrefrenabile impulso, Luca si ritrovò in mezzo a due costruzioni misteriose.
Luca osservò attentamente.
Ancora quelle scritte incomprenisibili.


Crei troppa tensione per una situazione in fondo "piccola". Piuttosto togli la prima riga e spiega un po' come è questo "impulso", magari con una similitudine.
Poi non sono "misteriose" se non spieghi come sono. Non basta l'avverbio per renderli misteriosi al lettore. O aggiungi qualche dettaglio, o taglia l'avverbio. Meglio la prima, direi.
Comunque bravo!

Georg
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Heven
piccoloscrittore già più grande


449 Messaggi

Inserito il - 18/04/2006 :  21:07:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
OOPPSSS....
Chiedo scusa a tutti per il mio erroraccio...
meglio che mi vada a riguardare il libro d'inglese...
Mamma mia che erroraccio...
Dovevo essere proprio fusa...
Grazie Georg!
e scusate ancora!
mamma...

Heven, The life is wonderful, but English is difficult...
mamma mia...
sono shoccata!
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  18:50:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie Georg, per i tuoi consigli; ora mi faccio un'intervista da solo, alla Stephen King, se fa schifo, lo so...

Intervista a Matt75 di Matt75

Finalmente, il nostro Matt75 si è deciso a concedersi un'intervista, lo abbiamo incontrato che stava sganocchiano un paio di grissini; è rimasto entusiasta da quest'idea, ecco cosa si è "detto da solo":



Matt: Ciao Matt! E' la prima volta che ci vediamo, come ti senti all'idea di questa prima intervista?

Matt75: Molto emozionato! E' la mia prima intervista, e non vedo l'ora di iniziare.

Matt: Allora iniziamo subito! Parlaci un po' di te, nella tua vita privata, a scuola...

Matt75: Beh, non saprei da dove cominciare...

Matt: Te l'ho detto! Dicci chi sei, cosa fai nella vita... Insomma, raccontati un po'!

Matt75: Bene, mi chiamo Mattia Curzi, ho 12 anni, vivo a Jesi, nelle Marche in provincia di Ancona.
Vado a scuola nella classe Prima Media, sono abbastanza bravo (dandomi un autogiudizio, altre persone mi chiamano il professore); sono iscritto da sette mesi in un Forum chiamato "Piccoli Scrittori" in cui ho iniziato a scrivere racconti...

Matt: Parlaci di più di questo "Piccoli Scrittori"...

Matt75: E' un Forum che è stato creato da Georg Maag, uno scrittore vero e proprio; sono molti altri gli utenti che partecipano oltre a me, come ho già detto ho iniziato qui a pubblicare i miei racconti.
Mi pare non ci sia nient'altro.

Matt: Parlando di Georg Maag hai usato il termine "scrittore vero e proprio": perché, tu cosa sei?

Matt75: Ma che, mi hai paragonato ad uno scrittore?

Matt: Se no perché il Forum si chiama "Piccoli Scrittori"?

Matt75: ...

Matt: Lasciamo perdere! Dunque, che racconti hai pubblicato su questo Forum?

Matt75: Né tanti, né pochi:
Ho pubblicato Hearts in the Shadow, Vita, The Graveyard, Close your eyes La verità sul giorno dopo e... basta mi pare... Solo cinque

Matt: Da quanto sei iscritto?

Matt75: Sette mesi, perché?

Matt: Scusa, ma cinque racconti in sette mesi...

Matt75: Scusa, ma che ti credi? Che per scrivere un racconto bastano cinque minuti? In cinque minuti ci scrivo una fiaba, non un racconto!

Matt: Okay okay, scusa...

Matt75: Non ti preoccupare, ma non perderti troppo in chiacchere inutili; qual è la prossima domanda?

Matt: Tra i racconti che hai scritto, quale credi sia il migliore?

Matt75: Di gran lunga l'ultimo arrivato, "The Graveyard"; poi viene "Close your eyes" e tutti gli altri...

Matt: Quale ritieni il peggiore?

Matt75: La verità sul giorno dopo. Non che non mi piaccia, ma è inferiore agli altri, non c'è nulla da fare.

Matt: Bene... Che ne dici di parlare un po' della tua vita privata?

Matt75: Scusa, ma non mi avevi chiesto una mia descrizione all'inizio dell'intervista?

Matt: Sì, ma la tua risposta non mi è sembrata molto esaudiente.

Matt75: Okay, non ci scaldiamo! Cosa vuoi che ti dica di me?

Matt: Scusa, ma chi è l'intervistato qui, io o te?

Matt75: Ma io e te non siamo la stessa persona?

Matt: Insomma, deciditi a rispondere! Descrivimi cosa ti piace fare...

Matt75: Hai mai guardato il mio profilo?

Matt: Ti decidi a rispondere????

Matt75: Okay... Mi piace scrivere raccon...

Matt: Quello è scontato.

Matt75: Vuoi le mie risposte sì o no?

Matt: Vai avanti, vai...

Matt75: Mi piace scrivere racconti, giocare con gli amici a pallone, giocare con la Playstation, andare in bicicletta e tante altre cose.

Matt: Bene, mi pare che abbiamo riacquistato la calma. Hai qualcos'altro da dirmi?

Matt75: Non so... Sarebbe ripetitivo, perché direi di nuovo quello che ho scritto all'inizio...

Matt: Aspetta un momento... Che vuol dire, "che ho scritto"?

Matt75: Vuol dire che questa intervista finirà sul Forum.

Matt: E tu mi hai fatto dire tutte queste cavolate da far leggere a quelli di Internet? Mi stai ridicolizzando...

Matt75: Ma no... Almeno quest'intervista avrà anche una punta di ironia, se no sai che noia...

Matt: Non so se darti ragione oppure no...
Comunque, grazie per la tua disponibilità Matt75.
Matt75, ora puoi anche andare al diavolo.



Nota: Abbiamo censurato la risposta di Matt75, visto che sarebbe stata poco educativa.
Grazie per la vostra attenzione.




ça va?
Matt75, Halo is Here.
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  19:05:26  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
per Georg:
Ho corretto qualcosina qua e là, diminuendo un pochino i punto e a-capo e descrivendo un po' meglio quel misterioso impulso.
ça va ora?
Matt75, Halo is Here.
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roby19
Capo tra i piccoliscrittori


932 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  19:22:43  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Che casino fare un intervista a se stesso!
Divertente!
Roby19,the final fantasy is here!
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  19:24:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie per il commento.
Ti dispiacerebbe commentare o criticare il mio racconto sopra, "The Graveyard"?
Grazie.
Matt75, Halo is Here.
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roby19
Capo tra i piccoliscrittori


932 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  19:43:45  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Vocabolario d'inglese alla mano...
ah,allora si capisce tutto...bene,bene,bene...
Mi piace il fatto della parola chiave!
Bello,comunque...moooolto bello...
Anche se,è vero,rimangono ancora molti interrogativi in sospeso.
Roby19,the final fantasy is in my mind!
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admin
Forum Admin


846 Messaggi

Inserito il - 19/04/2006 :  20:19:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Sì, Matt, meglio così.
L'intervista è proprio bella e divertente. Mi piace molto!

Georg
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 20/04/2006 :  13:47:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Momenti ci faccio un libro:
"Racconti, Storie Inventate e altro di Matt 75"...
Ehi, perché no?
Magari lo inizio a scrivere su Word...
Dopo ogni storia lascio un commentino personale...
Non mi dispiacerebbe affatto!
Poi lo copio e incollo qui!
Mi sa che lo farò...
Vedremo!
Grazie a tutti per i commenti sul racconto e sull'intervista!
Matt75, Halo is Here.
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 11/05/2006 :  21:00:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Pubblico qui un racconto che ho scritto per la mia professoressa di italiano.
Vi avverto, è tutto vero.

La memorabile giornata del 10 maggio

Correva l’anno 2006, nell’epoca dei cartelloni sul vento e sull’olio, nel 10 maggio; degli alunni; Gioele, Olimpia, Mattia, Federico, Jessica,Jennifer e Vesa, accompagnati dalla Professoressa Belegni, andarono nell’aula Prima A, in quel mercoledì che sarebbe stato destinato a diventare famosissimo nella storia della scuola Federico II.
Partiamo dall’inizio, quando questo gruppetto capitanato da Deanna Belegni si diresse verso la Prima A, nessuno di queste persone si sarebbe mai aspettato di essere protagonista di una vera e propria commedia esilarante.
Come dicevamo, il nostro gruppetto andò in Prima A; tutti erano pronti per quella che, a prima vista, sembrava una delle giornate forse più faticose di tutti i tempi.
Non appena entrati, tutti si sistemarono comodamente e, casualmente, non appena tutti si furono sistemati, alla Belegni venne in mente che aveva lasciato i cartelloni in macchina.
Un dubbio che sorse al sottoscritto (Ahem… Conosciuto comunemente come Mattia Curzi) era: La Belegni si ricorda dove ha messo le sue chiavi?
Fortunatamente, si ricordò che erano nel suo cassetto; così mandò Gioele e Olimpia in Sala Professori, per recuperarle.
Rimasero così i membri della Prima A; Federico, Vesa, Jessica, Jennifer e Mattia, insieme alla professoressa Belegni.
Mentre aspettavano, gli alunni nominati sopra, ne approfittarono per mostrare all’insegnante il progetto sull’energia eolica che il Professor Meglio aveva ideato, che il Professor Meglio aveva costruito e che il Professor Meglio aveva quasi portato a termine, credendo che i ragazzi della Prima A sarebbero stati lui di grande aiuto, quando invece si accorse che tre quarti della classe erano impegnati ad inseguirsi, a formare quintetti con i flauti e a litigare.
Tutto questo solo ed esclusivamente nelle ore del Professor Meglio.
Fecero notare in particolare una mini-lampadina che illuminava due o tre edifici, come al solito idea del Professor Meglio.
Giusto il tempo di mostrare questo progetto, che si rividero spuntare Olimpia e Gioele, oramai dati per dispersi, che tornarono vittoriosi con le chiavi della C3 della Belegni; le consegnarono al loro legittimo proprietario, che subito portò con se tutte le femmine del gruppo tralasciando Olimpia e tutti gli altri maschi tra cui anche il sottoscritto nella classe.
Non appena la Belegni e le sue fide aiutanti scesero le scale, Olimpia andò a “ficcare il naso” un po’ dappertutto, inseguita da Gioele che cercava qualcosa per litigare, almeno e parso a me, poi avevo capito anche un’altra cosa che però non trascrivo, perché se Gioele o Olimpia dovessero leggere ciò che pensavo, sono sicuro che sarei già morto.
Comunque, dicevamo che Olimpia stava curiosando qua e là, quando il suo sguardo cadde su Federico che stava leggendo… Qualcosa che gli sembrava molto interessante:
“Lui, è un secchione vero?” Disse Olimpia.
“Beh, non è un somaro di sicuro… Ma non voglio dare un pregiudizio…” Risposi io.
Poi, guardai un secondo Gioele, e mi ricordai che lo chiamavano “Prete”.
Gli feci questa osservazione, e non posso dire a parole comprensibili cosa successe dopo: immaginatevi solo che fui inseguito da un tipo che mi urlava dietro:
“Chi te lo ha dettoooooooooooo????”
“Diego e Mirko.”
“Chi?”
“Lasciamo perdere.” Conclusi.
Poi, finalmente, si videro tornare la Belegni e le sue damigelle al fianco, con tanto di cartelloni e testi da trascrivere o da riassumere.
Subito, ad ognuno fu affidato un compito ben preciso:
Jennifer, Vesa e Jessica dovevano aspettare che Olimpia e Gioele trovassero un modo di scrivere adatto al titolo: “Gli Antichi Greci ben conoscevano la potenza del vento.”
O meglio, Olimpia stava tentando di trovarne una, visto che Gioele detto “Prete” non faceva altro che, osservare bene quelle di Olimpia, per poi cambiarne una lettera al massimo.
Però almeno faceva qualcosa.
Ora, cari lettori, vi starete annoiando, ma non vi preoccupate, il centro della memorabile giornata, arriverà tra poco.
Comunque, dicevamo, ognuno aveva un suo lavoro; a me era stato assegnato il compito di trascrivere quattro righe di Esiodo, poeta al centro del nostro lavoro; anche e ero con la testa lì, potevo ben vedere cosa stava succedendo intorno a me.
La Belegni, d’un tratto, propose a Gioele ed Olimpia di scrivere doppio in corsivo.
Ci provarono entrambi, quando Olimpia fece notare che si sarebbe capito poco, usando quel metodo; Scatto Gioele il quale affermava di aver scritto, casualmente dietro la lavagna una lettera con lo stesso sistema e che gli era venuta benissimo.
Dopo aver rischiato di strisciare in maniera tremenda il muro per girare la lavagna e far vedere alla Belegni come Gioele aveva scritto quella lettera, ci accorgemmo che era esattamente come quella di Olimpia a parte qualche particolare, la Belegni attaccò discorso:
“Ma, vedi che dopo ci si capisce poco? Dai, la faremo normale.”
Gioele, nei minuti successivi, forse fu preso da un attacco d’ira, perché voleva tirarmi un pugno. Il bello è che chiese il permesso, quindi io mi salvai da un bernoccolo in testa, ma anche lui si salvò dalla mia reazione in caso di attacco da parte sua… Altro che un bernoccolo… Tornava a casa con le stampelle se ci provava…
Comunque, dopo avermi minacciato, decise che il suo lavoro era finito,e disse che secondo la sua logica del suo mondo aveva dato anche una mano.
Non appena gli feci “Ciao Gioele” lui rispose: “Almeno non vedrò più la tua brutta faccia!”
Mi venne un dubbio: sapevo che sono brutto, ma sono davvero tanto spaventoso?
Sentii il forte bisogno di prendere uno specchio e di controllare se ci fosse nulla di mostruoso nel mio volto, magari gli occhi?
Comunque, notai che dopo lo straziante dolore nel vedere Gioele andarsene, non ci furono intoppi del tipo “Ti posso tirare un pugno?” o “La mia scritta è venuta meglio della tua!” eccetera eccetera. Ora c’era un quasi silenzio.
Finalmente fu trovato un modo di scrivere adatto ad un titolo del genere così, dopo averlo scritto, Jennifer, Vesa e Jessica iniziarono a colorarlo.
Io intanto, avevo finito di trascrivere quelle quattro righe di Esiodo.
Ora, tutti quelli che stanno ascoltando o leggendo questo racconto diranno:
Federico, dove era finito?
Beh, Federico stava osservando delle fotocopie in cui era raffigurata la posizione delle stelle nei vari medi dell’anno, che era la base da cui partiva la nostra “idea” del fare i cartelloni sul vento.
Mi venne l’idea di chiedergli se a Maggio si poteva navigare oppure no:
Beh, una bella crociera… Non mi sarebbe affatto dispiaciuto; ma se c’era Eolo arrabbiato ah no, quello no, me ne sarei stato tranquillo a casa mia.
Mi rispose che si poteva navigare, e iniziai a fantasticare sul mare.
Comunque, dopo un po’, anche Olimpia se ne andò perché doveva andare a violino.
E qui iniziò il divertimento.
Mentre Jessica colorava il titolo, ci venne la brillante idea di attaccare al muro il manifesto della visita a S. Marcello.
Problema: come attaccarlo?
Ci venne l’idea di usare una di quelle aste che vengono usate anche per le cartine; solo che questa era talmente lunga che ci sarebbe bastata anche per l’altro lato del manifesto.
Un problema: Come tagliarla?
Ci provammo con il taglierino, ma non appena infilzai per due volte la cartellina della Belegni e rischiai di portarmi via un dito, abbandonammo l’impresa.
Ci venne l’idea di usare l’archetto, che Vesa andò a prendere.
Non appena mi trovai quell’attrezzo tra le mani, mi illusi di saperlo montare, e confermò questa mia illusione il fatto che quando inserii il seghetto, prima lo misi storto, poi non lo tesi bene.
Alla fine, i miei occhi videro un archetto ben montato, quando forse a quelli del Professor Meglio sarebbe apparsa una cavolata di un ragazzo che crede che sa fare anche quando non sa fare.
Mi accorsi che le mie manine del cavolo mi avevano fregato un’altra volta, perché quando andai a tagliare l’asta, durò appena 3 secondi il seghetto, visto che dopo più che altro era diventato un uncino.
Vedendomi la mano coperta di puntini neri, pensai che mi avesse preso la peste, invece quello era l’equivalente del mio cervello che era andato in fumo, visto che non avevo pensato al fatto di portare l’archetto dal Professor Meglio che sicuramente sapeva maneggiare meglio di me quegli attrezzi.
Andammo di sotto io e Vesa, in Terza C, dove io fui accolto da Serena Sandroni che non tardò ad accorgersi di un particolare della mia camicia che non sto a trascrivere perché non voglio perder tempo, e non tardò neanche a mostrarlo all’intera classe ancor prima di farmi parlare con il Professor Meglio.
Fortunatamente Meglio non ci mise troppo tempo a tagliare l’asta, e potemmo tornare in classe.
Tornati su, inizio la tortura delle aste.
Come si infilavano?
Rimanemmo tre ore a tentare di infilarlo, visto che stavamo anche ridendo all’impazzata, visto che c’era Vesa che faceva morire:
Non riusciva ad infilare l’asta, così ogni volta che non ce la faceva diceva:
“Ma è moscio!”
Intanto, immerso nelle risate, notai che Federico ammirava il panorama fuori dalla finestra, lì ci sarebbe voluta come musica di sottofondo “I Giardini di Marzo”, oppure “My heart will go on” però in versione interrogativa, ovvero “Il mio cuore continuerà a battere dopo questo pomeriggio?”
Dopo essere riusciti ad infilare le aste, non sapevamo come attaccare il cartellone; mi toccò andare di sotto a prendere il martello, poi per staccare i chiodi scesi di nuovo e dovetti prendere le pinze, e chi mi trovai lì davanti??
Soukaina.
Voi immaginate la faccia di uno che si trova questa domanda:
“Scusa, qual è il martello?”
“Il martello l’abbiamo noi.”
“Dammelo!”
“Ora serve a noi, c’è di sopra.”
“Adesso vengo.”
So solo che venne anche lei in Prima A, e si mise seduta.
Io intanto martellavo un paio di chiodi, e mi sfuggì una martellata sul dito.
Ciò che pensavo dentro di me non passerebbe la censura, quindi non lo scrivo.
E tanto per cambiare, ci mancava poco che mi mordevo pure la lingua.
Poi, finalmente attaccammo il cartellone, ed io ebbi la brillante idea di mettermi a spazzare per terra, sembravo Grisù in versione “Io da grande farò il bidello!” Notai che stavano per attaccare un planisfero stavano sistemando le aste, ed una stava filando bene.
Ci vollero le mie manine per rovinare tutto perché io, nel tentativo di velocizzare il lavoro, tentati di aiutarli, quando invece non feci altro che togliere l’asta, peggiorando così la situazione.
Si rifece poi viva Olimpia, che doveva riprendersi il suo astuccio e che diede una mano a colorare.
Poi, d’un tratto alla signora Belegni venne in mente che doveva andare ad una riunione, così mando me e Federico a controllare che ci fosse la Signora Bacci.
Ci toccò fare Mission Impossible per “spiare” se c’era la Bacci.
Poi, tornammo in classe.
Alla fine, ci arrivò la notizia che il giorno dopo sarebbe arrivato un nuovo compagno di classe.
Fui subito entusiasmato dall’idea di conoscere una persona nuova.
Mancava poco alla fine della scuola, quindi andammo a prendere i nostri zaini in Prima C.
Una fatica tremenda per portarli su, visto che c’era Jennifer lì che stava facendo Ercole in versione femminile (con la bellezza di due zaini su due braccia!).
Alla fine, suonò la campanella, e questa giornata di risate finì, con grande dispiacere da parte mia.






ça va?
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 25/05/2006 :  14:03:50  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Pubblico questo racconto, forse un po' triste.
Sappiate che è un esperienza che mi sta succedendo veramente, alcuni utenti sapranno capire, ma preferisco non rivelare né il perché né altro su questa storia. Spero che vi piaccia.


Una nuova esperienza

E' strano.
Quando ti rendi conto che provi qualcosa di nuovo, pensi sempre che quella cosa ti servirà in futuro, anche se io non ho ancora trovato l'utilità che potrà avere l'episodio che sto vivendo.
Tu, sei una grande amica.
Sei sincera, ed è per questo che ti amo, è per questo che ti voglio bene, che ti considero la persona me più vicina della mia stessa età, mi riterngo fortunato ad avere incontrato una persona come te che ha dato finalmente un senso alla mia vita, un inutile gioco.
E' vero.
E' vero che ci sono rimasto male, quando l'ho saputo, che tu amavi colui che dicevi fuori dai tuoi interessi; è vero che al momento sono rimasto deluso, è vero che ho pianto per te, che al momento mi sei passata davanti agli occhi, mi sei scivolata tra le mani senza che ti abbia potuto riprendere.
Ma è anche vero che ho capito.
Ho capito che ti amo davvero; perché con qualsiasi altra persona mi sarei vendicato, avrei fatto giustizia, ma con te non posso: sarebbe come togliermi un pezzo di cuore, come uccidermi e uccidere la persona che amo di più.
Ti amo troppo per potermi vendicare, ti amo troppo per fare cose che avrei fatto a qualsiasi altra persona.
Ho passato un giorno intero ad ammirare una tua foto sfocata, quasi priva di senso in quei momenti, soffocata dalla delusione che arieggiava intorno.
Ma io, nonostante tutto, non ce l'ho con te; ce l'ho con me stesso, con la mia vita, con la mia esistenza.
Avrei voluto sparire, fino a ieri, per non recarti più fastidio, per lasciarti con la persona che amavi, per non ostacolare i tuoi sentimenti e la tua scelta.
Avrei voluto uccidermi, per non recare più disturbo.
Ma non bastava.
Ci si mettevano anche gli altri ad infierirci sopra, fingendo di capirmi con falsi sorrisi quasi ironici per loro, ma per me peggio di una coltellata.
Ma loro, quei cretini, non possono capire cosa provavo ieri.
Andare avanti senza voltarsi mai diceva una canzone, ma io non potevo e non posso essere d'accordo: voglio ancora vedere, quei tuoi occhi meravigliosi e quel tuo sorriso lucente caratteristico dei giorni in cui ero all'oscuro di tutto.
Ma ho capito una cosa, che sei una persona meravigliosa.
Stamattina mi hai dimostrato che hai un grande cuore; ti sei scusata, hai detto che, prima o poi, me lo avresti dovuto dire.
E poi, hai fatto una conclusione errata, ma la più ovvia, per chi la vive da protgaonista: che io ero arrabbiato con te.
No, non posso arrabbiarmi con te, perché ti amo troppo per prendermela con te.
Mi hai dimostrato una cosa importantissima, che almeno la mia amicizia ti importa, perché eri giù di morale, oggi.
E io so perché.
Perché, da quello che ti hanno raccontato, tu mi hai fatto male.
Ma ciò non è vero, io quel colpo l'ho attutito, e il male che mi faceva ieri non esiste più, perché mi hai dimostrato che io, essere insignificante, ti importo, in fondo in fondo, anche se lo nascondi molto bene.
Forse, non c'è solo amicizia, lo hai dimostrato più di una volta, e lo stai dimostrando ancora.
Ma la cosa più bella per me, è stato vedere che io ti importo ancora, che io voglio dire ancora qualcosa.
Alla fine, se non saranno rose e fiori, andando avanti con il tempo, io ti ammirerò sempre per ciò che mi hai dimostrato oggi, per la dimostrazione che, la mia amicizia ti importa, che vuol dire qualcosa.
E' per questo che te lo ripeto ancora:
Ti amo, ti voglio bene.
Posso dire di aver davvero trovato un angelo, lungo la mia strada, sia per il comportamento che per la bellezza.
Sappi solo una cosa:
Che se mai dovessimo perderci di vista o per altri motivi, resterai sempre nel mio cuore, come una vetro che non si rompe mai.
Non importa se saremo lontani, nel tempo o nei luoghi.
Io, ciò che penso ora, lo penserò sempre, per tutta la vita.
Ti amo.
Mattia.



Posso dire che sia una lettera, che mando ad una persona.
Pensate, come musica di sottofondo, Adesso Tu.
Accetto critiche e commenti.
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Heven
piccoloscrittore già più grande


449 Messaggi

Inserito il - 25/05/2006 :  14:44:49  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Matt, l'amore non si può criticare ed io non lo farò.
Nonstante la mia indole m'induca a fare questo, stavolta mi trattengo e sai perchè? Non di certo perchè ho critiche che voglio nascondere, ma perchè è così evidente il sentimento che provi che io non posso parlare, devo stare zitta riguardo alle critiche.
Perchè l'amore non si può criticare.
Beh, dopo aver detto questo, aggiungo che un pochino mi dispiace per i tuoi sentimenti non corrisposti, ma infondo sono contenta che hai accettato ciò che lei ti ha detto, che ciò che provi era ed è vero, e quindi ti ha impedito di arrabbiarti.
Il nostro cuore piange davanti ad un No, ma tu sei stato bravo a dire al No "ti accetto, perchè so che tu, oh No, non sarai per sempre". Ci vuole coraggio sai, e tanto amore per fare questo.
L'amore è strano, ti fa star bene e poi soffrire, ma alla fine sei cosciente che quel male che ti ha fatto, in realtà era solo bene.

Spero che la vostra grande amicizia duri a lungo.
Te lo meriti Matt.

Heven, The life is wonderful

P.S: Le mie possono sembrare solo parole, ma non lo sono.
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 25/05/2006 :  15:44:48  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Hai fatto un errore, o meglio non l'ho spiegato io:
lei qualcosa prova per me.
Ho chiarito tutto 1 ora fa, parlandoci al telefono, ed ho saputo che c'è stato tutto un gior, che tanta gente ha raccontato tante cavolate a lei.
Stamattina ha detto ad un'altra mia amica che da 1 a 10 gli piaccio 8, ma meglio non chattare.
La storia che sto vivendo, è spiegata lì.ùInoltre, questo tizio che gli piace, non gli piace neanche tanto.
Quindi è tutto come se non fosse mai accaduto.
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Heven
piccoloscrittore già più grande


449 Messaggi

Inserito il - 25/05/2006 :  17:33:04  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ah, beh... Tanto meglio così!!!
Auguri...

Heven, The life is wonderful
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Tillin@
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2838 Messaggi

Inserito il - 25/05/2006 :  18:15:54  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Matt,
come dice Heven, l'amore non si può criticare.
Si capisce che sei "attratto" da lei, che la ami, che le vuoi bene.
Se fossi in te, gliela scriverei a mano e gliela darei...Però, dopotutto, tocca a te decidere!
Anch'io ho conosciuto e tutt'ora conosco l'amore.
E sai, sempre come dice Heven , con l'amore si piange e si sorride.
Pensa che io avevo anche mandato una poesia d'amore al mio ex, quando eravamo fidanzati!
Vabbè...Ma questa è un'altra storia.
Comunque, come ti ho già detto, nella lettera hai fatto capire i tuoi sentimenti, hanno "commosso" anche me!

Buona Fortuna...
E dopotutto, 8 è un Buono/Distinto xD!
Dai...spero che tutto si risolva per il meglio!
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 25/05/2006 :  19:14:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Tutto risolto, oggi abbiamo chiarito tutto...
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Tillin@
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 25/05/2006 :  19:28:37  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bene, sono contenta per te..
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 30/09/2006 :  15:00:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Eccolo qua, finalmente, il mio mini-libro! Ce l'ho fatta a pubblicarlo, e spero di poter ricevere critiche e commenti su come l'ho scritto!
Buona lettura


L’Angelo

Prologo

Quel posto era inquietante.
Sebbene Luca non avesse ancora e capito dove si trovasse, sapeva solo che se la stava facendo sotto.
Quel posto piovoso, immerso nella nebbia, incorniciato da un'atmosfera di mistero, stava facendo diventare ansioso Luca. Aveva davanti ai suoi occhi un testo scritto scolpito nella pietra, ma le parole erano incomprensibili.
Era davvero un'altra lingua.
A occhio e croce, sembravano delle parole scritte con dei segni cuneiformi, ma nemmeno lui ne era sicuro, perché i suoi occhi non avevano mai visto nulla di simile.
Quello era il segnale.
Che lo aveva varcato.
Che aveva varcato il confine che separa i due grandi mondi; Il Paradiso e l'altro mondo, quello del quale nessuno può pronunciare il nome.
Quel mondo da cui, probabilmente, proveniva Luca.
Ma lui, lui non lo poteva sapere.
La sua memoria era vuota.
Ricordava solo di avere visto il buio, e poi di essersi ritrovato in una specie di Giardino.
Il Giardino dell'Eden, lo chiamavano.
Un enorme prato con sopra costruite delle case, abitate da angeli, come lui.
Ed era proprio questo il punto.
Lui, un angelo.
Per quanto quelle ali dorate, quel suo simbolo sul braccio, il luogo in cui si era ritrovato, testimoniassero che lui era un angelo, non era ancora convinto della sua esistenza.
Sapeva che lui era qualcos' altro, ma non sapeva cosa.
Forse.
Su tutto questo, un forse.
Non poteva ricordare, quindi tutto era possibile.
Quella che Luca stava sperimentando, era la Legge Suprema.
Quella che Lui, il Supremo, aveva deciso di applicare per tutti coloro che entravano nel Giardino dell'Eden.
Chiunque fosse arrivato nel Paradiso, doveva scordare il suo passato.
Ma nessuno, oltre il Supremo, lo sapeva.
Comunque, tornando a Luca, lo stupendo angelo dagli occhi azzurri, si stava innervosendo.
Un grande cancello di marmo impediva l'entrata in quel posto misterioso.
E questo lo turbò.
Sapeva che doveva entrare lì dentro, per prendere un certo Tommaso Onofri- aveva detto il Supremo - un neonato di 18 mesi.
Il perché, Luca non lo sapeva.
Osservò ancora il cancello, tentando di individuare almeno un piccolo varco su cui poter entrare.
Ma nulla.
Non c'era possibilità di entrare, a meno che non passare dall'alto.
Luca, spiegò quindi le sue ali dorate e passò sopra il cancello, riuscendo così ad entrare.
Si incamminò quindi verso un ramo di scale.
Quel posto era, a vederlo da vicino, ancora più inquietante.
Le scale consumate e piene di spaccature, la nebbia che copriva tutto, e il ticchettio della pioggia che sbatteva contro il duro pavimento di marmo, erano elementi che aumentavano ancora di più la sua ansia.
Preso da un irrefrenabile impulso, come il richiamo della foresta per un lupo rinchiuso in cattività, improvvisamente venne "chiamato" finché non si ritrovò in mezzo a due costruzioni misteriose.
Luca osservò attentamente.
Ancora quelle scritte incomprensibili.
Ma stavolta c'era qualcosa di diverso.
Oltre alle scritte, c'erano anche delle immagini.
Immagini, di bambini, anziani, ragazzi...
Ma una lo colpì in particolare.
Ve ne era una, in cui c'era una foto.
Sembrava il suo volto, quello lì.
Un altro particolare lo colpì.
In una delle tante, solite scritte misteriose, ce ne era una che assomigliava molto a quella che si era ritrovato nel braccio destro senza saperne il motivo.
Osservò il braccio, poi la scritta.
Sì.
Era quella.
Luca ne rimase esterefatto.
Quello... Era il mondo terreno, non poteva esserci qualcuno che gli assomigliava tanto come in quella foto.
Osservò ancora il suo mini-testo sul braccio, tentando di tradurlo in qualche modo.
Ma non ci riusciva.
Anche quello era scritto nell'altra lingua, quella misteriosa.
Rimase a fissare quella foto.
C'era solo una probabilità.
No, no! Non poteva essere!
Ma... Chissà...
Quella cosa che era improbabile, ma che sembrava l'unica, era la possibilità che Luca venisse dal mondo terreno.
Proprio questo dubbio lo fece riflettere.
Ma se lui veniva dal mondo terreno, cos'era quel posto? E come mai era in Paradiso? E perché doveva prendere quel Tommaso Onofri? E poi, che significava quella parola, prendere?
Queste domande fecero rimanere l'amaro in bocca a Luca, perché non sapeva dar loro una risposta sensata.
Qualche secondo dopo, ebbe una sorpresa.
Lì, accanto a lui c'era qualcun' altro.
Un altro piccolo angioletto.
Due occhioni azzurri lo fissarono.
Quello sguardo incrociò quello di Luca, che non si sorprese.
Sembrava che tutto ciò che stava accadendo, quel posto misterioso, la comparsa dell'angioletto, sembrava che tutto fosse già accaduto, che in lui non riservasse nulla di nuovo.
Ma come poteva essere?
Non aveva mai visto quel posto prima, che se ne ricordasse...
Appunto, che se ne ricordasse.
Questo particolare fece riflettere di nuovo Luca.
Poi, alzò lo sguardo, incrociando ancora quello del piccolo angioletto, lì, accanto a lui.
Anche l'altro, rispose.
Che fosse stato quello Tommaso Onofri?
Pareva proprio di sì.
Improvvisamente, l'altro sorrise, formando un volto felice.
Ma perché felice? Forse, felice di vedere lui? Ma perché doveva essere felice per questo fatto?
Ancora, il presunto Tommaso Onofri sorrise, e rise teneramente, in quel modo che solo i bambini riescono a fare.
Luca, intenerito da quel volto, capì.
Quello era Tommaso Onofri.
Il perché era superfluo.
Le sue domande?
Se le sarebbe tenute.
Finché qualcuno non gli avrebbe dato una risposta.
Prese Tommaso per una mano, spiegò le sue ali e si diresse verso l'alto con una persona in più.



Primo Capitolo:
Paradiso
Casa…

Luca, per tutto il tragitto tra il mondo terreno e il Paradiso, non poté fare a meno di girarsi ogni volta per controllare che Tommaso fosse lì con lui.
Non sapeva perché era ansioso, ma aveva paura di perdere quel piccolo angioletto.
Ed ogni volta che Luca si girava, Tommaso lo guardava in modo strano, quasi come dire: “Tu stai tranquillo, non ti lascio da solo”.
Il viaggio fu breve, ma Luca non sapeva spiegarsi quanto ci avessero messo.
Per un angelo, il tempo non esiste, perché sa che vivrà per l’eternità e non ha bisogno di sapere quanti secondi, minuti, ore, giorni, mesi o anni ci abbia messo a fare una certa azione.
Non appena Luca e Tommaso videro la Grande Porta, capirono che il loro viaggio insieme era terminato, e che forse non si sarebbero più rivisti.
Ad entrambi passò per la testa questo pensiero.
Perché? Non lo sapeva nessuno dei due.
Entrambi fissarono la Grande Porta, una vera e propria porta, solo di dimensioni enormi, incorniciata da dell’oro che luccicava alla luce; non era fatta di alcun materiale, anzi, a dir la verità, quella porta altro non era che un illusione, perché non esisteva nella realtà.
Ma tutti coloro che arrivavano, la vedevano.
E così successe a Luca e a Tommaso.
Anche qui, il Supremo aveva lasciato un alone di mistero; solo lui sapeva perché aveva voluto far comparire a tutti i “nuovi arrivati” quella porta.
Luca si voltò a fissare il piccolo angioletto e, dopo qualche minuto di sguardi, decise che era arrivato il momento di aprire la porta.
Anche lui la ricordava vagamente, ma preferì non scavare troppo nei ricordi, perché ciò non gli avrebbe fatto altro che confondergli le idee.
Si avvicinò lentamente, quasi timorosamente; sembrava indeciso se aprirla o lasciarla chiusa, come se per lui fosse stato un divieto.
Ma alla fine, si decise.
Appoggiò le mani sulla maniglia e la aprì.
Una luce lo abbagliò; Tommaso da dietro, rideva; visto che l’espressione di Luca quando aprì la porta e fu illuminato dalla luce era abbastanza comica.
Poi, pian piano, la luce si fece più debole, e Luca poté di nuovo aprire gli occhi e mettere a fuoco ciò che vedeva.
Nulla di strano, nulla di diverso.
Era il solito posto, lo stesso identico che aveva lasciato prima di partire per prendere Tommaso.
Luca, senza sapere perché, ci rimase quasi male al fatto di trovarsi davanti lo stesso posto di prima, senza cambiamenti.
L’unica cosa differente era il fatto che una persona in più avrebbe vissuto nel Giardino dell’Eden.
Intento ad osservare il Giardino, non si accorse che Tommaso vi era già entrato.
Quando ritornò in sé si voltò dietro distratto e vide qualcosa di insolito:
un altro angelo stava venendo nella sua stessa direzione.
Era un angelo, ma una femmina: aveva gli occhi azzurri, i capelli lunghi color biondo cenere e un viso dolcissimo.
Aveva alla sua sinistra un uomo, ma non un angioletto come Tommaso:
Era un uomo abbastanza robusto, vestito di bianco che aveva al collo una medaglia d’oro, con raffigurante la Madonna.
Quest’ultimo particolare lo colpì.
La Madonna era la Madre del figlio del Supremo.
Come faceva quell’uomo a sapere della sua esistenza? L’esistenza della Madonna non era sconosciuta agli umani? L’avevano forse mai vista con i loro occhi?
Luca rimase perplesso; c’erano altre domande a cui trovare delle risposte.
Intanto, l’altro angelo e l’uomo si erano avvicinati a lui.
Quando l’angelo gli passò accanto, Luca per un attimo dimenticò tutto.
Le sue domande se le scordò: fissò gli occhi azzurri del suo fratello, e il cuore gli prese a battere forte. Si sentì accaldato e continuò a fissare l’angelo che gli stava passando davanti.
Poi il suo sguardo cadde sull’uomo accanto all’angelo, che sorrideva.
Tutto accadde in un brevissimo periodo di tempo.
Poi, dopo qualche minuto di assoluta immobilità, di immersione nei pensieri passanti in quel momento per la testa, anche Luca si decise ad entrare, e si chiuse la porta alle spalle.
Camminò un po’ nel Giardino e, finché non si accorse che non aveva più visto Tommaso, pensò sempre a quell’angelo che aveva visto poco prima.
Non sapeva cosa stava provando; era confuso, si sentiva continuamente accaldato.
Si sdraiò sull’erba e rifletté ancora un po’.
“Bello l’amore eh?” Luca sobbalzò. Si girò di colpo, ma tutta la paura svanì.
Era l’uomo che aveva visto insieme all’angelo.
“Chi… Chi sei?”
“Un angelo, come te e la donna che hai visto oggi. E come te voglio sapere da dove vengo.”
“Come fai a sapere che voglio capire da dove vengo?”
“Tutti gli angeli hanno la stessa mentalità, tutti vogliono sapere da dove arrivano realmente, perché sono talmente stupefatti dal posto in cui si trovano che non possono credere di vivere in un posto di tale magnificenza. Anche se alla fine, molti si dimenticano delle loro domande e vivono la loro vita senza più pensarci.”
Luca si rassicurò, poi tentò di conoscere meglio quell’uomo:
“Come ti chiami?”
“Karol, Joseph Karol Wojtila”
“Luca, piacere Karol”.

Secondo Capitolo:
Vicini alla conoscenza
Oh mio Dio…

Anche ora Luca si sentiva strano.
Per Karol, quell’angelo conosciuto da poco, provava un altro sentimento inedito; lui non ne era a conoscenza, ma aveva trovato un amico.
Come non capiva che si era innamorato, non capiva che aveva trovato un amico.
I sentimenti che prova un umano, non possono essere compatibili con quelli dell’uomo; era la conclusione a cui era arrivato Luca.
Ma ora la sua tesi sembrava non reggere più.
Quel provare sensazioni inedite, stava iniziando a far ragionare Luca.
A quel punto, il fatto che gli angeli provenissero dal Paradiso e non dal mondo terreno era una cosa improbabile.
E poi perché, se Tommaso era un angelo, Luca era dovuto scendere nel mondo terreno per portarlo in Paradiso? Gli angeli, non erano forse solo ed esclusivamente originari del Paradiso?
Ora tutto sembrava più chiaro.
Se Luca non si era sbagliato, era evidente che tutti gli angeli provenissero dal mondo terreno.
“Su cosa rifletti? Ti vedo molto perplesso.” Era ancora Karol, che per tutto il tempo del ragionamento in silenzio di Luca, era rimasto lì a fissarlo.
“Sto ragionando su alcuni episodi i quali mi fanno cominciare a pensare che gli angeli provengano dal mondo terreno.”
Karol lo fissò.
“Figliolo, ascolta bene ciò che ti sto per dire:
Sei molto intelligente e curioso, ma ricorda: nella vita, ci sono domande che devono restare senza risposte; se cerchi di rispondere ad ogni interrogativo che incontrerai nella tua eterna vita, andresti contro il Supremo. Ammetto che mi piacerebbe conoscere da dove vengo, chi è il Supremo e perché sono qui. Ma il Supremo è il Supremo.
Noi non siamo altro che delle piccole matite in mano sua.
Ma ascolta: essere in mano al Supremo o meglio, a Dio, è molto meglio che essere in mano a Lucifero.
E’ molto meglio essere quassù e non sapere perché, che essere all’Inferno e sapere perché ci si trova lì.”
Luca fissò Karol, poi domandò:
“Chi è Lucifero? Cosa è l’Inferno? E se tu sei un angelo come me, dovresti non essere a conoscenza di queste due parole.
Da nessun altro angelo le ho mai sentite pronunciare”
“Non si può avere tutte le risposte a tutte le domande.” E se ne andò.
Luca continuò a seguire con lo sguardo Karol finché poté vederlo, visto che dopo qualche metro Karol si alzò in cielo.
Fu colpito da quelle parole, perché erano state di certo molto profonde e sagge.
Forse era vero, che nella vita non si possono rispondere tutte le domande, ma di certo non è un’impresa facile frenare la curiosità.
Rimase ancora lì per qualche minuto, credendo di essere solo, fin quando non si accorse che l’angelo visto accanto a Karol era lì, vicino a lui.
“Ciao, sono Angela.” Quelle erano parole normali, ma pronunciate in modo talmente dolce e celestiale, che Luca non poté fare a meno di meravigliarsi di come poteva essere possibile che una creatura normale potesse far uscire dalle sue labbra parole così belle.
“Io sono Luca.”
“Ci siamo visti oggi, mentre andavo a prendere quell’uomo dal mondo terreno.”
“Già.” Arrossì Luca.
“Sì.” Arrossì anche Angela.
In quel momento, Luca si sentiva meglio: tutto per lui, stava andando bene.
Ma, in un solo momento, cambiò qualcosa.
Il cielo era diventato nero. Un albero, accanto a lui, prese fuoco.
“Oh mio Dio…”

Terzo Capitolo:
L’Inferno.
Che diavolo????

In un solo momento, tutta l’atmosfera celestiale di poco prima, si trasformò in un inferno vero e proprio: tutto accanto a lui iniziava a prendere fuoco, molti angeli fuggivano qua e là per il Giardino dell’Eden, impauriti.
Luca vide Karol guardare in alto:
“Non è possibile…”
“Karol che succede???”
“Volevi sapere chi era Lucifero e cos’è l’Inferno vero?”
“Sì, ma cosa c’entra questo?”
“Ora puoi realizzare questo desiderio.”
Luca si voltò e rimase spaventato dallo spettacolo: non erano angeli, quelli che volavano e appiccavano fuoco in ogni posto del Giardino, costringendo tutti a scappare.
“Karol, chi sono?”
“Quelli… sono seguaci di Lucifero… i dannati…”
Luca si voltò ancora.
Uno di quei dannati si diresse verso di lui e lo gettò a terra.
Luca, dolorante, si mise a gridare aiuto al Supremo, ma egli non rispondeva. Luca, sempre più disperato, continuò a gridare aiuto, e non smise fin quando non si trovò davanti a lui qualcosa che gli fece gelare il sangue.
Una sottospecie di uomo, con tre teste: era molto alto, portava un paio di ali nere alle spalle, i suoi occhi erano rossi come il fuoco; aveva artigli al posto delle unghie e la tipica aria del vampiro.
Lucifero.
Luca rimase immobile a fissarlo; non poteva alzarsi in volo e scappare.
No, stavolta non poteva, perché c’era un particolare che risvegliò il suo spirito vendicativo.
L’essere mostruoso, prese con le sue mani Karol e Angela, ed ora li teneva stretti nei suoi pugni.
Non poté più trattenersi.
Dopo qualche attimo di pensieri ed esitazioni raccolse da terra la sua spada di angelo protettore, poi si rivolse a Lucifero:
“Tu, se sei un uomo, lascia andare i due angeli che hai tra le mani!” Si meravigliò della determinazione che era riuscito a tirare fuori.
Lucifero guardò in modo strano Luca, poi fece cadere Karol e Angela.
Poi il Sovrano dell’Inferno attaccò discorso:
“Angelo, non sfidare chi non conosci, perché potresti pentirtene amaramente. Dimmi, dove è il Supremo? Devo parlare con lui.”
Comparse una luce abbagliante e, dal nulla, si vide spuntare lui, il Supremo.
Era un uomo come gli altri, nell’aspetto, con della folta barba, occhi azzurri e capelli castani.
Era vestito di rosso, una tunica; aveva l’aria di un uomo molto anziano ma, sembrava anche molto carismatico.
Non si sorprese molto nel vedere Lucifero, quasi come non fosse la prima volta che succedesse quel fatto; nonostante nessun angelo dell’Eden avesse mai visto creatura di tale mostruosità.
Luca era sorpreso dall’aspetto fisico del Supremo: se lo era sempre immaginato come qualcosa di indescrivibile, qualcuno che nessuno ha mai visto o potuto descrivere con certezza.
“Karol, è davvero costui il Supremo?”
“Luca, quando creò l’uomo, Dio lo fece a sua immagine e somiglianza. E per questo che a te compare come un uomo normale, ma in realtà egli non lo è: la sua anima non è colma di peccati come quella dell’uomo, egli è la perfezione assoluta.”
“Karol, come fai a conoscere tutte queste cose? Sei un angelo come noi e…”
“Non tutte le domande possono avere una risposta.”
Luca rimase ancora amareggiato da quella risposta, ma la dimenticò subito, perché si interessò di più alla contesa tra il Supremo e Lucifero.
“Lucifero, tornatene nel tuo regno, e non disturbare più la pace del nostro Paradiso.”
“Tu e il tuo stupido Paradiso mi avete letteralmente stufato; troppi dannati parlano di questo Paradiso come di un posto migliore dell’Inferno.
E troppi iniziano a comportarsi come degli angioletti; costringendomi a mandarli via e a farli venire da te.
Quello stupido angelo che ha tentato di opporsi a me è un esempio.”
Luca si immobilizzò.
Ma il Supremo non gli aveva sempre detto che lui era un angelo, originario del Paradiso? Luca era sempre più confuso.
D’un tratto, Lucifero guardò Luca e gli disse:
“Vorresti sapere da dove vieni, chi sei, vero?
Ebbene eccoti le risposte:…”
“Lucifero, non dire una sola parola!” Disse il Supremo.
“Bene, ragazzo, eccoti le risposte: Tu provieni dal mondo terreno, ti chiamavi Luca Santoni. Eri un assassino, che aveva compiuto diversi omicidi. Alla tua morte, venisti all’Inferno, consapevole di ciò che eri stato. Ma, dopo un breve periodo, ti pentisti di tutto ciò che avesti fatto e persuadesti tutti gli altri dannati che il Paradiso era migliore dell’Inferno.
Fui costretto a mandarti qui, dove quel codardo del Supremo usò anche su di te la Legge Suprema, e tu ti dimenticasti il tutto.
Sei contento, ora?” Poi esplose in un ghigno perfido e tirò un pugno a Luca, facendolo volare pochi metri più in là.
Ma Luca non sentì per niente quel dolore.
Fecero più male le parole di Lucifero, che aveva sì dato una risposta alle sue domande, ma di certo non come quelle che si sarebbe aspettato.
“E se lo volete sapere, tutti voi provenite dal mondo terreno!”
“Lucifero, taci! E vattene da qui!” Esclamò il Supremo.
“Oh, giusto, posso anche andarmene. Tanto oramai ciò che volevo fare l’ho fatto. Svelare il tuo segreto! Alla prossima, che sarà l’ultima!
Ci rivedremo anche troppo presto, ma quando arriverà quel giorno, il Bene cesserà di esistere e noi, prenderemo controllo del mondo terreno! Addio.”
E scomparse anche lui nel nulla, così come fece pochi istanti dopo il Supremo.
Tutti, se ne andarono, tutti tranne quel povero angelo che rimase ancora a terra, incredulo di ciò che aveva scoperto poco prima.
Lui, un assassino.
Si precipitarono da lui Angela e Karol.
La prima, tentò di rassicurarlo:
“Dai Luca, vedrai che ciò che ha detto Lucifero non è vero, è solo un modo per atterrirti.”
“E’ tutto vero, purtroppo.” Era Karol.
“Come fai a dire questo Karol? Non vedi che aumenti la sua depressione?”
“Ho decifrato il suo mini-testo sul braccio, c’è scritto…Dannato…”

Quarto Capitolo:
Depressione
Non è possibile…

“All’inizio non l’ho neanche considerata, pensando che…”
Luca osservò Karol, come per dire “Io non ci credo.”
“Basta con le bugie: è il momento di chiarire qualcosa, Luca: io sono Joseph Karol Wojtila, colui che sul mondo terreno era conosciuto come Papa Giovanni Paolo II; quando sono arrivato quassù, ero a conoscenza di tutti gli angeli ancor prima di entrare nel Paradiso. Sapevo anche che c’era un angelo molto particolare, il primo che si fosse pentito delle azioni cattive commesse e il primo ad essere riuscito a venire in Paradiso dopo un periodo in Inferno.
Era mio compito tenerti all’oscuro di tutto questo, come fino ad ora c’era riuscito il Supremo. Ma Lucifero ha voluto rovinare tutto, per far capire agli angeli che provengono da un mondo sporco, freddo e sanguinario; per convincerli a ribellarsi al Supremo.
Ora Lucifero attende solo che qualche angelo scelga di andare da lui, evento che scatenerebbe l’ira del Supremo, finendo così in una inevitabile guerra.
Anche Dio, sebbene perfetto, non esiterebbe ad applicare delle punizioni a chi tenta di rovinare le sue regole che fa a fin di bene.
Lucifero conosce bene Dio, visto che in passato è stato uno dei migliori angeli, sempre al servizio del Bene; ma era troppo ambizioso, e la voglia di potere lo spinse ad abbandonare Dio per crearsi un regno tutto suo, più grande del Paradiso.
Dio fu costretto a trasformarlo in un essere orrendo, pensando che tale punizione potesse farlo ritornare in sé, ma tale evento non fece altro che aumentare l’odio di Lucifero per Dio.
Tutto è partito da questo evento.
Luca, tu in passato sei stato un assassino, è vero, ma ricorda: sei stato anche il primo dei dannati a rendersi conto che la strada che aveva seguito era sbagliato, e sei stato il primo a ribellarsi al potere ossessivo del Male.”
Luca fissò Karol, poi Angela, ed arrossì di nuovo, come fece ella.
“Karol, spiegami allora cosa sto provando io.”
“Luca, stai provando l’amore, il sentimento più bello del mondo. E’ una delle cose belle del mondo terreno. Il fatto che tu provenga dal mondo terreno, è testimoniato dalla tua cotta per Angela.
Quella piccola parte del tuo cuore si è riaccesa ed ora puoi dire di essere un essere del mondo terreno.
Puoi dire che sei un umano.”
Angela fissò Luca, poi disse:
“E’ ciò che sto provando io.” Poi lo baciò.
Luca non fu stupito da quel gesto, anzi, quasi se lo aspettava.
Ma tutti quei bei discorsi, non diminuirono molto la sua depressione.
Aveva scoperto chi era, e avrebbe dovuto essere felice.
Ma di certo, non si aspettava di sentirsi dire che era stato un assassino, anzi, si era immaginato una persona pulita.
Ora, capiva il senso di quella frase; “Non tutte le domande possono avere risposte”, forse sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto all’oscuro di tutto. Ma oramai ciò che era stato fatto era stato fatto.
Magari non gli serviva a nulla stare lì a rimpiangersi di essere stato così curioso, così determinato a voler trovare una risposta.
Ma la depressione era grande, ed era la prima volta che si trovava in una situazione del genere; non sapeva come difendersi di fronte a quel nuovo ostacolo mai affrontato prima.
“Luca, dai, tenta di reagire. Posso capire che la delusione è stata grande, ma non puoi andare avanti così. Quando arriverà l’ora che il Bene e il Male si scontreranno, non potrai farti trovare così. Devi trovare la forza di guardare avanti e di non voltarti più; ciò che hai fatto nel mondo terreno è il passato. Guarda il futuro, vivilo, e dimentica chi sei stato. Pensa a chi sei. Solo così potrai dimostrare che non sei più quello che eri una volta.” Queste, le parole di Angela.
Luca la guardò ancora una volta.
Fissò quei bellissimi occhi che lo avevano stregato il giorno in cui la vide.
Poi passò a parlare:
“E’ facile dire così, vivendo la mia depressione indirettamente; ma viverla è difficilissimo.”
Qualche istante dopo, sentì una voce sussurrargli all’orecchio: “Andare avanti, senza voltarsi mai”
Luca rimase stupefatto. Non sapeva chi gli avesse suggerito quelle parole, ma gli avevano aperto gli occhi: forse era davvero ora di smetterla con i piagnistei, era il momento di guardare in faccia alla realtà e di liberarsi di tutta quella sofferenza che si stava tenendo dentro, era davvero il momento di alzarsi e reagire.
Si alzò in piedi, sotto lo sguardo incredulo dei tre che gli stavano accanto, i quali non potevano credere di vedere un angelo liberarsi tanto facilmente di tutta la depressione accumulata in quei pochi istanti che avevano significato molto e che, di certo avevano lasciato una profonda impronta nella vita di Luca.
Poi disse:
“Quando sarà ora di confrontarsi con il Male, non sarò certo io quello a crollare a terra per primo. Ho imparato che non bisogna arrendersi prima di combattere e che, anche l’ostacolo che sembra insuperabile, prima o poi viene saltato e lasciato dietro. Sono passati ormai due giorni da quando Lucifero mi ha fatto scoprire chi sono veramente, e mi è bastato per riprendermi. Non vedo l’ora di confrontarmi con Lucifero.”
Karol poi, fece notare una cosa:
“Stai dimostrando che anche un umano può diventare un angelo. Perché la tua vena di umanità si sta facendo sempre più evidente. Hai visto? Hai detto che sono passati due giorni da quando Lucifero ti ha fatto scoprire tutto; stai iniziando, come gli umani, a renderti conto del tempo che è passato.”
“E’ vero, ma io non sono un umano qualsiasi.
Io sono un umano che ha avuto la forza di ribellarsi al Male per arrivare al Bene. Questi sono i veri umani. “
Anche gli altri tre si alzarono in piedi, e tutti insieme si abbracciarono, in segno di affetto e di profonda amicizia; per il lieto fine di un periodo, seppur breve, di depressione.
“Ricordate, noi siamo creature a immagine e somiglianza di Dio, quindi tutti noi siamo Supremi, Padroni. Padroni della nostra volontà e della nostra vita.”

Quinto Capitolo:
Vicini allo scontro finale
Sono pronto.

Luca camminò per il Giardino.
Stavolta era veramente giunta l’ora; l’ora dello scontro finale, quello tra il Bene e il Male: una sola delle due grandi “sezioni” ne sarebbe uscita vincitrice, l’altra sarebbe stata cancellata per sempre.
Ma ora a Luca era sorto un altro interrogativo: come si sarebbe svolta la battaglia? Era certo che i dannati non si sarebbero fatti troppi problemi ad attaccare gli angeli.
Ma loro?
Non potevano certo aggredire per primi, è sempre stata questa la mentalità: loro, gli angeli, uccidere qualcuno?
Luca rifletté ancora un po’: è vero che gli angeli hanno le spade, un esempio è l’arcangelo Gabriele, ma nessuno aveva mai detto che le spade degli angeli erano strumenti per uccidere.
Luca andò da Karol, e gli chiese:
“Karol, sto riflettendo: come si svolgerà lo scontro finale? Come potremo, noi, fronteggiare un tale pericolo?”
Karol, lo fissò: “L’unica cosa che spaventi i dannati è la Fede. Il Diavolo ha paura dell’acquasanta, si dice: ma è perché nell’acquasanta c’è la Fede in Dio, e questo spaventa molto il diavolo, cioè Lucifero.
Anche se no lo dimostra, Lucifero ha paura di Dio, perché Egli ha sempre prevalso sul Male e lo farà anche questa volta.
Ma il Diavolo è tenace, il Male non molla mai finché non prevale.
Ecco perché si dice dell’eterna lotta tra il Bene è il Male, perché in fondo non finisce mai. Quando avverrà lo scontro finale, mostrate ai dannati e a Lucifero la vostra fede verso Dio. Solo così, lo sconfiggeremo.”
Luca ringraziò Karol, poi lo guardò bene:
quell’uomo era sorprendente, sapeva cose di cui nessuno era a conoscenza.
Nascondeva molti misteri- Luca ne era certo -e ancora non erano stati svelati tutti.
Ma, come diceva lui, non tutte le domande possono essere riposte.
Continuò a camminare per il giardino “lasciando” Karol dove lo aveva incontrato poco prima.
Ad un certo punto, vide Angela.
Arrossì di nuovo, e si accorse che anche lei stava facendo la stessa cosa; possibile che provavano gli stessi sentimenti? Ma poi, che sentimento provavano, a quanto pare, entrambi? Luca poi, ebbe un “illuminazione”: al momento del suo primo incontro con Karol, egli gli aveva esposto una frase: “Bello l’amore eh?”. Quell’ultima parola, amore, non l’aveva mia sentita prima: che fosse stato quello il misterioso sentimento?
Osservò Angela, lontana, che non l’aveva ancora visto. Doveva dirlo: quell’angelo era veramente stupendo. Era talmente innamorato, che quasi non poteva descrivere Angela.
Ma lui, non poteva capire, ancora, cosa stava provando.

Sesto Capitolo:
E’ giunta l’ora.
Dopo tanto tempo… Di nuovo contro.

Nessuno degli angeli seppe dire quanto passò dal giorno in cui Lucifero fece la sua comparsa a quando arrivò l’ora dello scontro.
Nemmeno Luca.
Ma tutti compresero che il destino del Bene era nelle loro mani.
Quel giorno, accadde ciò che era successo il giorno in cui Lucifero fece la sua apparizione: il cielo si oscurò, mentre migliaia di dannati si dirigevano verso gli Angeli.
Luca rimase immobile, come gli altri ad osservare l’orda di dannati dirigersi verso loro.
Erano oramai vicini a loro, e nessuno sapeva cosa fare.
Luca, non aveva capito cosa avesse voluto dire Karol: “I dannati, hanno paura della fede.” “Solo così distruggeremo il male.”
Karol, ancora una volta, si avvicinò a Luca:
“E’ il momento di rivelarti un segreto: alla vostra nascita, il Supremo, ha riversato la Fede contenuta nell’Acquasanta in una particolare zona del vostro corpo, in quel punto è concentrata tutto il vostro amore per Dio, l’unica cosa che vi può salvare dall’attacco dei dannati.”
Le parole di Karol furono udite da tutti gli angeli presenti, che subito iniziarono a scrutare il loro corpo, in cerca di un particolare segno che avesse potuto contenere la loro Fede.
Luca rimase perplesso, quando oramai i dannati erano a pochi metri da loro.
“Karol!” urlò Luca “Io non so qual è il mio punto in cui è concentrato la mia Fede e…” Ragionò ed osservò il testo sul suo braccio.
“Non può essere qui c’è scritto…” “…dannato” lo interruppe Karol “Ma c’è anche scritto “Fedele a Dio”.”
Luca capì tutto. Si concentrò e sentì una strana energia scorrergli nelle vene. Sentì come un liquido passargli per tutto il corpo, compreso il braccio in cui vi era il mini-testo.
Apri gli occhi e vide un dannato davanti a lui che lo stava colpendo con la spada.
Ma Luca non sentiva nulla.
Aprì gli occhi e, senza sapere come, emanò una luce abbagliante, che colpì il dannato.
Meravigliato, scoprì che il dannato si accasciava a terra, e prendeva sembianze angeliche: le ali, un viso non più aggressivo ma dolce.
Poi, esso si alzò in piedi e si diresse contro un altro dannato.
Luca dopo aver visto la luce che emanava, gli tornò in mente la luce che lo aveva investito quando aveva aperto la Grande Porta per portare Tommaso nell’Eden.
Intanto, tutti gli angeli facevano le stesse cose: emanavano una luce intensa dal proprio corpo.
Luca si lanciò verso altri dannati,e tutto si compì in pochi attimi.
In pochi istanti, la maggior parte dei Dannati si era “convertita” e divennero angeli anche loro.
Quando oramai era rimasto solo Lucifero, gli angeli erano pronti a scagliarsi contro di lui, ma una luce squarciò il cielo oscuro sino a quel momento.
Il Supremo scese dal Cielo e si diresse verso Lucifero, oramai disperato:
“No! Non è possibile!! E’ il Male che deve avere la meglio! Non è possibile che ancora una volta…”
“Lucifero” lo interruppe il Supermo “la sete di potere porta solo alla rovina. E tu lo hai appena dimostrato con la tua sconfitta, che durerà in eterno come il Bene, che ha sempre sovrastato il Male, e continuerà a farlo se necessario.”
La luce intensa che emanò il Supremo, travolse Lucifero, che si dissolse, sussurrando poche parole prima di morire: “Il Supremo… Il Bene… Avrei dovuto capirlo prima…”
Tra gli angeli si sentirono gridi di vittoria e parole di felicità.
Luca, abbracciò Angela, contento che tutto fosse finito.
Il Supremo, poi, si rivolse a loro:
“Grazie, ciò che avete fatto voi per il Bene, non lo dimenticherò mai. Ma per il vostro bene, e meglio che voi scordiate ciò che è successo oggi.”
Una luce ancora più intensa investì gli angeli, e Luca senti chiudersi gli occhi.

Epilogo

Luca aprì gli occhi solo molto tempo dopo.
Osservò il cielo sopra di lui, azzurro come non era mai stato.
Si alzò di soprassalto e si guardò attorno:
“Ma… dove sono? Cosa è successo? Possibile che sia stato… solo un sogno?”
Luca vide la faccia di Angela sorridere davanti a lui.
I due si salutarono, poi Luca rimase a rimuginare.
“Cosa è successo? Ho dormito? Ma quando? Perché? Cosa…”
Luca osservò il suo mini-testo sul braccio.
Vide Karol, lo chiamò:
“Karol, ma… questo testo… cos’è?”
Karol lo guardò, poi disse:
“Non so, ma, forse è meglio che non lo sappiamo, sai, non tutte le domande possono avere risposte!”
Luca rimase perplesso.
“Non tutte le domande non possono avere risposte.”
“Karol!” Disse Luca.
“Cosa c’è?” Rispose Karol.
“Ma non hai anche tu… La strana impressione… Di aver già vissuto tutto questo?”

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Matt 75
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Inserito il - 26/12/2006 :  19:26:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Matt 75

Ragazzo di 12 anni, quasi 13, che ama portare i jeans, i capelli dritti e ha un caratterino...
Eccomi questo sono io, un ragazzo come gli altri, forse; o meglio, nell'aspetto esteriore fuori (piaciuto il parolone eh! Mi piace, mi fa sentire importante , forse non ugualmente comune interiormente, o meglio non sono un tipo comune per quanto riguarda quella cosa tonda e dura sopra le mie spalle che normalmente si chiama "testa", cosa che in me è assente (ma cosa scrivo oggi?).
Vabbè, piuttosto che perdere tempo a scrivere tutte queste parole più o meno sensate, preferirei passare al dunque:
nei miei pensieri sono un tipo piuttosto oscuro: mi piace molto l'oscurità, mi attira: se guardo qualcosa, tipo un film o altro, tifo sempre per i cattivi.
Perché?
E che ne so io?? Me lo chiedo da quando ho 11 anni. Se mi incontrate mentre sono assorto nei miei pensieri, evitatemi: faccia da assopito, ma che in realtà pensa intensamente (non si sa a cosa) e, appena qualcuno lo disturba si arrabbia tanrto ma tanto ma tanto.
Perché?
Perché ero concentrato, non so su cosa, ma ero concentrato.
Bene, passiamo a come mi vedo: passo davanti allo specchio e ho l'impressione che si crini, poi mi guardo meglio e penso:
"Ma quanto faccio schifo?"
In quel momento si sente uno scoppio tremendo proveniente da fuori: l'appartamento di fronte è crollato senza motivo (uhm...).
Devo stare attento a guardarmi allo specchio, perché se poi mi concentro sulla mia immagine, c'è il caso che esploda qualcosa da qualche parte.
L'ultima volta che mi sono messo il gel, davanti allo specchio (ed è impossibile non guardarsi per un paio di minuti), è esplosa la macchina del vicino, che casualmente proprio in quel momento iniziò a perdere benzina e casualmente proprio al mio vicino cadde la sigaretta dalla bocca casualmente proprio sulla benzina.
Ricordo ancora le ultime parole del vicino, che furono urlate:
"Ma porco di qua, e porco di là! Cosa ca..."
E il grande scoppio, che tenne il vicino per 6 mesi su un letto dell'ospedale.
Il bello è che alcune ragazzine non la pensano così: già alle elementari, qualcuna mi veniva dietro, in segreto, ma mi veniva dietro.
Una volta una mi guardò troppo intensamente e, pochi istanti dopo aver smesso di guardarmi, suonò la campanella che avvertiva del terremoto: seppi che era un'esercitazione, ma ce l'eravamo vista brutta.
Il bello è che tutti i miei parenti furono così, come me:
sapete il disastro di Pearl Harbor? Durante il secondo attacco dei Giapponesi, due piloti decollarono dalla loro pista di atterraggio e distrussero 7 aerei: erano entrambi due miei zii: i Giapponesi fecero il grave errore di "mirare": dovevano solo fare fuoco. Quando i loro mirini puntarono gli aerei, la benzina fuoriuscì dai loro serbatoi, spaventati a morte alla loro vista, facendo esplodere gli aerei.
In Italia, colui che fucilò Mussolini era mio cugino, ma le cose andarono diversamente da come ce le descrivono:
i Partigiani tesero una trappola a Mussolini, che però era ben scortato: fu una dura battaglia tra le guardie del corpo di Benito ed i Partigiani.
Quando i Partigiani erano oramai senza speranze, ecco la luce: Mi zia Ermenegilda, passava di lì per caso, con un coltello in mano:L stanca di aver tagliata la carne per tutto il giorno, lanciò quel coltello con tutta la forza che aveva, verso il mucchio, così, per vedere che succedeva.
Quando si accorse di aver colpito Mussolini, dato che lei stesa era fascista, se la squagliò.
Mio cugino, nello stesso istante che mia zia lanciasse il coltello, sparò un colpo verso il Duce, ma la pallottola era andata dispersa.
Immaginate la sua faccia quando vide il corpo esanime di Benito: pensò fosse per merito suo.
E la storia disse che Mussolini fu fucilato.
Vabbè, come avete visto, noi parenti ci assomigliamo un po' tutti.
Ed ora mi chiedo: diventerò anche io famnoso come tutti questi altri? Magari uccidendo Bin Laden, che vedendomi per caso, avesse un infarto?
Staremo a vedere.
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Inserito il - 26/12/2006 :  20:26:23  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Matt, che dire? Nient'altro che "bravo". Mi hai fatto ridere da matt(i)...
Se mai ci vedessimo al Fantasio Festival di Perugia, farò attenzione a non avere specchi nelle vicinanze del palco. Sai, non vorrei mai...


Georg
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Matt 75
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Inserito il - 27/12/2006 :  10:53:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

Spero tanto di poterci venire, al Festival di Perugia, anche se non l'ho ancora detto ai miei Penso che un giorno o l'altro faro vedere loro la discussione, perché ci terrei ad incontrarti di persona
Come ho già detto, se mai ci dovessi venire, farei di tutto pèer farmi notare... Almeno mi riconosci xD
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Matt 75
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Inserito il - 13/06/2007 :  18:29:04  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mafia

David
"Cane maledetto" questo pensò David dopo aver sparato un unico, fatale colpo verso la sua vittima.
40 anni, direttore di un'azienda che ultimamente aveva vinto un concorso per "azienda più efficace nel campo della costruzione di trattori".
Il concorso sarebbe dovuto essere truccato, d'altronde, Antonio aveva già fatto "un'offerta che non si poteva rifiutare" all'unico giudice della gara; ma avvertendo le autorità, che presero a bastonate Antonio e lo chiusero in galera per tre mesi, oramai si credeva al sicuro.
Quella sera, alle 23:30, David era diretto verso via Vergine Maria, n°66.
Non faceva domande, David; solo il suo lavoro, bastava che si pagasse.
Chi fosse? Probabilmente non lo sapeva neanche lui, un assatanto, probabilmente, assetato soltanto di sangue e omicidi, uccideva per il gusto di uccidere, non aveva paura di tutta l'organizzazione criminale che era sopra di lui e sopra quel lavoro, non aveva paura di morire. Aveva aspettato quella sera prima di fare il suo lavoro, la sera del 6 Giugno 1986, il 06/06/1986.
C'era una strana atmosfera, quella sera, il sesto giorno del sesto mese, di un anno la cui somma dei numeri da: 1+9+8+6=24, e da cui 2+4=6.
Usciva fuori proprio il 666, quel numero che lo attirava tanto ma di cui non conosceva neanche il significato, solo che destava tanto scalpore.
Il Numero Della Bestia, aveva potuto apprendere da una vecchia canzone degli Iron Maiden, "The Number of the Beast", e quindi il numero del Diavolo.
Ma poco glie ne importava.
Dopo aver compiuto il suo lavoro, prese la sua macchina e se ne andò verso New York, giusto una decina di chilometri.
Gli ci erano voluti dieci minuti per uccidere il giudice del concorso tanto strombazzato, un solo colpo alla testa e le sue cervella erano sparse per la strada in attesa che qualche passante ritrovasse il cadavere.
Ad un paio di chilometri dal luogo del delitto, incontrò l'auto del Padrino, che lo aspettava fuori fumando una sigaretta.
Ore 24:00
"Tutto a posto?" Gli domandò con tono rauco il Padrino.
"L'ho sempre detto che quello era senza cervello" rise "Gli ho fatto salatre la testa."
"Bene. Le prove?"
"Quali prove?"
"Non penserai che io ti creda vero? Chi può garantirmi che hai ucciso quell'uomo?"
"Padrino" sospirò domani i telegiornali ne parleranno"
"Io non voglio saperlo domani; ora."
"Padrino..."
Il Padrino tirò fuori un coltello.
David lanciò un'imprecazione, ora gli parve davver di avere una bestia, la Bestia davanti a sé.
Quella sera, la sua vita era giunta alla fine.
Quella sera in cui, il giorno, il mese, e l'anno, portavano 666, il numero del Diavolo.
Probabilmente il Diavolo c elo aveva proprio lì davanti ora, ma era troppo tardi.
Un colpo deciso al collo, e la testa di David si staccò dal collo rotolando per un paio di metri.
"O torni a casa con la testa del tuo nemico, o ci torni senza la tua."
Un auto nera sgommò e poi se ne andò verso il profondo della notte.
Colui che aveva parlato e colui che avrebbe potuto parlare avevano ciuso la loro bocca per sempre.

Modificato da - Matt 75 in data 13/06/2007 18:29:31
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Matt 75
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Inserito il - 14/06/2007 :  13:37:07  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
"Devi rendermi il favore"
Tornato nella sua tenuta di campagna, una villa di ben 500 mq che attorno circa 2-3 ettari di terra, si mise subito comodo nel suo ufficio, nascosto naturlamente, dato che quella tenuta avrebbe dovuto essere abbandonata.
"Stupido" sussurrò Jhonny ripensando a David.
Qualcuno poi bussò alla porta.
Entro quindi Antony, il suo "picciotto" preferito: erano anni che lo accompagnava in ogni affare, ogni questione da risolvere.
"Lucas chiede di entrare"
"Dagli pure il permesso" affermò Jhonny.
Lucas, un uomo di 34 anni che lavorava a Napoli come pizzaiolo; in passato aveva chiesto proprio al Padrino un prestito di 5000€ per aiutare la figlia negli studi, dato che la moglie era morta di cancro un paio d'anni prima, e la sua occupazione di pizzaiolo non gli rendeva molto.
"Padrino"
"Alt" esclamò Jhonny, deciso e sicuro di sé "spero tu sia venuto qui per rendermi il favore"
"Renderti... il favore?"
"Sì" si accese una sigaretta "i 5000€ che ti prestai 2 anni fa, te li ricordi? Io sì, e molto bene, dato che li tirai fuori proprio di tasca mia, e non dal patrimonio della Famiglia."
"Padrino, io credevo non fosse necessario che..."
"Cosa? Rendermi il favore? No no... Tu lo sai come sono fatto, Lucas, io aiuto la gente, ma poi voglio che gli altri aiutino me.
E non me ne importa se il favore che mi fanno gli altri è più grande di quello che io ho fatto loro: l'importante, è che me lo rendano.
Considerala come vuoi, ma questa è la legge, e che ti piaccia o no, la devi rispettare. Per anni gli sbirir nelle strade hanno fatto le leggi a seconda della situazione, bastonando la gente per strada anche senza un motivo, tanto tutti sapevano che ribellarsi era inutile, perché dopo i politici li avrebbero messi nei guai.
Ora io voglio mettere fine a questo periodo di terrore, e crearne uno ancora più violento, un periodo in cui tutti sentendo dire "Jhonny Ritch, Il Padrino" fuggano dentro le loro case.
Per anni la cosiddetta "brava gente", sbirri, politici, ci hanno controllato a loro piacere, e si sono divertiti: arriverà il momento in cui mi diveritò io.
Tornando a noi..."
"Aspetta Jhonny" lo interruppe Lucas "Io, io... non ho un soldo..."
"Lo so, lo so tranquillo Lucas, non mi azzerderei mai a chiedere dei soldi ad uno che non ne ha. Al massimo, puoi saldare il tuo debito con un altro, piccolo favore."
"Dimmi, Padrino." Affermò rassegnato Lucas.
"Tu lavori a Napoli, vero?"
"Sì."
"C'è un mio piccolo inviato, laggiù, che si sta divertendo un po' troppo a creare disordine nella famiglia. Quando torni là, vai verso via XXI Maggio, e chiedi di Sandro.
Digli che ti manda Jhonny Ritch, e ti faranno entrare senza problema.
Arrivato lì, ti perquisiranno, ma non troveranno niente perché tu lo ucciderai con quello che capita.
Potresti morire, ma non è sicuro, dato che i suoi picciotti, una volta che ti avranno pequisito, usciranno.
Uccidilo con quello che trovi, una penna, un CD, quello che diavolo ti pare, ma uccidilo.
Una volta compiuto il tuo lavoro, potrai fuggire tranquillamente. Sempre che tu ne esca vivo."
"Jhonny, io..."
"Oh sì che puoi Lucas, puoi farlo. Anche perché devi. Se non vuoi perdere qualcosa che ti è molto caro."
Lucas rifletté qualche secondo, e poi il suo volto mutò espressione da quella rassegnata a quella inorridita.
"Maledetto... Non provare neanche a toccare mia figlia!! Giuro che se la sfiori soltanto io... Io... Io avverto la polizia!"
"Oh sì, avverti pure la polizia, Lucas. Avvertila pure, ma ci rimetteresti due volte: primo, gli sbirri non farebbero nulla contro di me, secondo, dopo ne pagheresti anche le conseguenze. Ho picciotti in tutto il mondo, Lucas, ti tengo d'occhio."
A Lucas scese qualche lacrima, ma se le asciugò subito.
Si voltò per andarsene, ma poi si inginocchiò con sforzo, baciò le mani a Jhonny:
"Farò ciò che mi hai chiesto."
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Matt 75
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Inserito il - 17/08/2008 :  22:13:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Eccolo!!! Il mio ritorno alla scrittura!!
Il racconto si intitola "Incubi" e devo dire che probabilmente è il racconto più dark, più cupo, più triste che io abbia mai scritto!
Sinceramente lo consiglio ai lettori pià grandi, perché le tematiche trattate sono piuttosto forti e potrebbero risultare un po' più "spaventose" (XD) per i lettori più piccoli... Mi aspetto critiche e commenti!!

INCUBI
Era passato parecchio tempo dall'ultima volta che si erano fatti sentire.
Molti mesi, forse un anno. Ma non importava quanto fosse passato, il fatto è che loro erano di nuovo lì, ne avvertiva la presenza.
Li sentiva accanto a lei, che le sfioravano la pelle, lentamente, la stavano provocando, conosceva bene i loro trucchi... La mettevano in ansia, la provocavano, attendendo una sua reazione.
Ma non ci cadeva più.
Troppe volte era scoppiata a piangere in quelle situazioni, e ogni volta che questo era accaduto la sola cosa che riusciva ad avvertire erano risate, risate sadiche, di persone che godevano nel vederla soffrire, che godevano nel vederla piangere, umiliata da quelle forze troppo forti per un carattere debole come il suo.
Chissà per quale motivo si manifestavano, e chissà perché proprio a lei: aveva 20 anni ed era nata e cresciuta in quello squallido paesino di periferia, che le sembrava isolato dal mondo intero. La sua era una buona famiglia, non le era mai mancato niente e qualunque cosa avesse desiderato i suoi genitori avrebbero fatto di tutto per procurargliela. Avevano già perso una figlia, anni prima, e per loro il dolore era stato immenso, tanto che la madre era caduta in depressione. Dopo qualche anno passato tra ospedali psichiatrici e cure varie, i due si erano decisi che valeva la pena riprovare ad avere un bambino, ed avevano deciso di non farle mancare niente nella vita.
Forse era proprio per questo che lei li odiava, i suoi genitori, le avevano sempre voluto dare tutto, ma, troppo presi dalle superficialità, si erano dimenticati di darle quello che veramente conta per una ragazza: un amore sincero. Un amore che non si dimostra attraverso l'acquistare un vestito o un giocattolo, ma con tanti, piccoli gesti... Ma loro non avrebbero mai potuto capire.
E allora li aveva voluti punire, si era voluta vendicare: verso i 12 anni aveva iniziato a fumare ed a frequentare compagnie che i suoi consideravano “poco raccomandabili”, a 13 anni si era fatta la sua prima canna e aveva iniziato ad assumere pasticche di ecstasy, e tutto questo perché? Per dare dispiacere ai suoi genitori, alle persone che odiava di più al mondo.
Godeva nel vederli soffrire, godeva a sentirli dire: “Ma che cosa hai? Perché frequenti quei ragazzacci? Ma cosa ti manca nella vita?” e lei ogni volta si ripeteva che non avrebbero mai potuto capire perché si comportava in quella maniera, e che erano veramente stupidi.
Poi un giorno qualcosa cambiò.
Loro si fecero vedere nei suoi sogni, una notte di novembre, si manifestarono tormentandola durante il sonno, fino a quando si svegliò.
Si trovò sollevata nel pensare che quella tortura era finita, o almeno così credeva.
Nelle notti successive la stessa esperienza si sarebbe ripetuta, ma lei si ripeteva “E' solo un sogno, non è nulla di reale”, quasi a volersi convincere che non le sarebbe successo nulla.
Col passare del tempo quei sogni cessarono di ripetersi e lei riprese la sua vita normale, dimenticando il tutto.
Un sabato sera tornò da una discoteca ridotta piuttosto male: quella sera aveva bevuto parecchio e, come se non bastasse, si era anche drogata.
Arrivata a casa, si coricò sul letto, ancora sotto l'effetto delle droghe e dell'alcool che aveva assunto.
E fu allora che avvenne il primo incontro, il primo vero incontro, li vide in faccia.
Li avvertiva, poteva sentire le loro voci che la schernivano, le urlavano contro, e lei scoppiò a piangere, e continuò per ore, perché loro godevano nel vederla soffrire, proprio come lei godeva quando vedeva soffrire i suoi genitori.
Gli Incubi.
Quelle presenze che la tormentavano, l'avevano praticamente condotta alla pazzia; da quella notte di novembre si manifestarono ogni sera, quando era sul letto e attendeva un sonno che non arrivava, ed ogni volta che si facevano sentire era sempre peggio, ogni volta era più tormentata, più sotto pressione.
“Devi soffrire” le ripetevano “Devi morire lentamente, te lo meriti, meriti la sofferenza che stai passando, è solo colpa tua se i tuoi genitori sono morti, non lo sono fisicamente ma lo sono... Li hai fatti morire tu!!”
Non li reggeva più, erano diventati un peso troppo grande per la sua coscienza... Fino al punto in cui era impazzita totalmente.
Aveva perso tutti i suoi amici, le sue compagnie, il suo ragazzo, aveva perso tutto... E loro tornavano ogni sera, ad infierire su di lei, ragazza sedicenne la cui sanità mentale era appesa ad un filo.
I genitori l'avevano portata da uno psichiatra.
“Li vedo... Mi torturano ogni sera, mi tormentano, la notte non dormo... Sono la reincarnazione dei miei peccati, sono demoni, mi uccidono, non riesco a fermarli... Non so chi siano, non so chi sono...” Le sue descrizioni erano confuse, nemmeno lei si rendeva conto di quello che diceva.
Lo psichiatra la rassicurò con una calma incredibile e lei, dopo quella visita, si sentì sollevata, rilassata... Come se nulla fosse mai accaduto. Tornò a fare la sua vita normale, a frequentare le sue compagnie, i suoi amici.
Qualche mese dopo, lo psichiatra “che l'aveva aiutata ad uscire dal tunnel”, come amava dire, fu trovato morto nel suo studio, ucciso brutalmente a suon di coltellate: il suo cadavere fu trovato sulla scrivania, il viso completamente sfigurato, la sedia in un bagno di sangue ed uno strano biglietto sul tavolo: “Per Lui era necessario”.
L'omicidio venne poi attribuito ad uno squilibrato che si diceva avesse avuto, in passato, legami con alcune sette sataniche... L'omicida stesso fu ucciso in prigione durante una violenta rissa tra carcerati.
La morte del suo ex-psichiatra addolorò profondamente la ragazza, che sprofondò di nuovo nel tunnel della pazzia. Con la morte dell'uomo che l'aveva aiutata in passato, erano morte anche le sue speranze di una vita normale.
23 novembre.
Tornarono.
“Tu non meriti di vivere” continuavano a ripeterle, quella sera, la sera che sarebbe stata l'ultima della su vita. Ma lei non lo sapeva. Sentì che la provocavano, ma lei si sforzava di resistere, stava tentando di non lasciarsi prendere dalla pazzia come in passato.
Ma non si trattenne per molto.
Quella notte le passarono davanti molti ricordi: la sua infanzia, i suoi amici, i suoi genitori, la visita dallo psichiatra... Ricordi lontani, ricordi morti.
E fu allora che perse il controllo.
Urlò, urlò tutto il dolore che aveva in corpo, urlò tutto l'odio, la rabbia, il disprezzo che aveva accumulato in 20 tormentati anni.
Doveva essere l'età più bella della sua vita, per lei era stato un inferno.
Pianse, iniziò a distruggere tutto ciò che aveva intorno, come a voler distruggere sé stessa, gli incubi che la tormentavano, come a voler distruggere la propria vita che era andata troppo storta, che per lei era stata solo un'enorme sofferenza. Voleva morire.
Sapeva che sarebbe andata all'inferno, ma non le importava: l'inferno l'aveva già vissuto in vita.
Gli Incubi ridevano: avevano terminato il loro compito, ora potevano andarsene, scomparire nell'oscurità ed ammirare la loro creazione all'opera.
Lei era in preda alla follia, distrusse la sua camera, ogni foto, ogni ricordo era distrutto, da lì a poco non sarebbe rimasto più niente del suo inferno.
Corse in cucina e, dopo aver rovesciato tavoli e sedie, trovò quello che cercava: un coltello che fosse abbastanza lungo per ciò che voleva fare.
Entrò nella camera dei suoi genitori e fece quello che desiderava da tempo; li uccise, li uccise con una rabbia, con una violenza che nemmeno lei credeva di avere in corpo. Era la sua vita che se ne andava, ma era quello che desiderava, voleva far scomparire tutto.
Uccise i suoi genitori come loro avevano ucciso il suo psichiatra, sì ne era certa, erano stati loro.
Poi si sedette sul suo letto, le mani sporche di sangue, i vestiti appiccicati al suo corpo, la consapevolezza che tutto quello stava finendo, che mancava veramente poco.
Prese il coltello e lo spinse sui suoi polsi: il sangue le riempì il braccio, dolore, ma era solo temporaneo, presto tutto sarebbe finito.
La morte.
Era arrivata, la stava accarezzando, le sfiorava i capelli, delicatamente, con grazia.
Sentì una calda mano che le se appoggiava sulla spalla, che la fece rilassare. Adesso il dolore stava scomparendo, la sua vista si annebbiava, la sofferenza stava scorrendo via come il suo sangue che oramai era dappertutto. Ogni suo respiro era più profondo, più lento... Era finita.
La mano che era sulla sua spalla le sfiorò il viso, poi la prese per mano e la portò via, delicatamente, senza far rumore, senza che lei si accorgesse di niente.
Gli incubi se ne erano andati, la sofferenza era svanita, sì era tutto finito, era tutto finito, finalmente.
Si alzò in piedi e seguì la figura che la teneva per mano, in silenzio, senza far rumore.

Matt
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 18/08/2008 :  10:27:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao Matt,
allora, dove iniziare...?
La storia è scritta molto bene. Ho letto di peggio da parte di scrittori "veri".
Diciamo che è molto dark, veramente poco adatta al sito, ma questo non è grave, sapete come la penso sui vostri diritti e capacità, non ho dubbi che siete capaci di capire e poi anche di discutere di brani di tutti i generi.
La storia ha qualche pecca di ritmo, oppure di lunghezza. Francamente non lo so quale dei due diffetti sia.
Intendiamoci: niente di grave, va bene così. Credo soltanto (ma qui è gusto personale, difficile parlare di valori universali in un giudizio) che forse varrebbe la pena renderla più lunga, farla arrivare ad una decina di pagine almeno, con vari capitoli diversi.
Questo ti permetterebbe di non correre troppo in alcuni passaggi, che nella forma attuale sono veramente troppo striminzite e che fanno risultare la logica interna un po' ballerina.
Mi spiego meglio: che la ragazza odi i suoi genitori non è un passaggio facile da rendere credibile. Sottintende moltissime spiegazioni, bisogna capire la psicologia che porta questo odio, e bisognerebbe, credo, anche dare uno spazio ai genitori che poi spiegherebbe meglio perché la ragazza li odia. Forse un capitolo a parte che serve da esempio e da spiegazione per l'odio, qualcosa del genere.
Il maestro di questo genere di storie ovviamente e Stephen King. Ha scritto molti libri di racconti, tutti tra le 3 e 50 pagine. Credo che lui sappia giudicare benissimo quanta lunghezza dare ai singoli racconti, sempre in base alla necessità interna della storia stessa.
Bene, è un discorso complicato, lo so, ma la tua storia è una storia molto adulta, sicuramente molto bella e seria e vale parlarne nei dettagli che abitualmente sul sito non toccherei quasi mai.
Ok?
Georg
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 18/08/2008 :  10:41:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
E' la stessa identica cosa che ho pensato io!
E' sicuramente vero che non è una storia molto adatta al sito (avrei voluto pubblicarla in "Scrittori più grandi", ma non lo trovo )
Però ho voluto pubblicarla qui, prima di tutto per la tua presenza, e anche per quei ragazzi della mia età che stanno attraversando la mia stessa fase, perché più vado avanti più mi rendo conto quanto nei miei racconti si noti il fatto che siano stati scritti da un adolescente! Le tematiche, il modo di parlare... Credo siano tutti segni che il racconto è stato scritto da un ragazzo, e probabilmente quando lo rileggerò tra qualche anno ci riderò sopra pensando: "Dio, quanto ero tetro!"
Ho pensato anche io al fatto che questo racconto da solo non può stare, e che da questo dovrei partire e scrivere, come mi dici tu, altri capitoli, spiegare tante cose anche sulla vita della ragazza, per dare un po' più di sostanza al tutto.
L'ho consigliata ai lettori più grandi proprio per le tematiche trattate... Comunque, se vuoi lasciare qualche critica più in dettaglio e magari non vuoi farlo qui sul sito, mi puoi benissimo mandare i tuoi giudizi via e-mail
Grazie comunque di averlo letto e giudicato!!
Matt
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Matt 75
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Inserito il - 01/01/2009 :  14:56:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
E fu allora che gettò via l'ombrello e, in barba a Lui che la spiava da dietro la finestra, corse a perdifiato sotto la pioggia.
Ah! La gioia di vivere!” Di bagnarsi, di rischiare, di separarsi! Perché gli uomini non riuscivano a capire quando fosse bello bagnarsi sotto la pioggia, rischiare la propria immagine per poter vivere, separarsi dal normale ed entrare nell'assurdo? Furono questi pensieri e la felicità nel cuore che la convinsero a correre.

...Ed era la mattina, con la sua freschezza, ed era l'arte, con la sua bellezza, ed era l'amore...

Quella mattina era cominciato tutto bene, se ne stava tranquilla a fare colazione con una tazzina di caffé in una mano e stringendo la ragione nell'altra.
Doveva andare in ospedale quella mattina, “un semplice controllo”, da come avevano detto.

Ed erano il sole, gli alberi, la natura...

“Stia tranquilla, è solo un controllo” Ancora.
“E' preoccupata?”
“Veramente... Solo un po' di ansia” Che stava dicendo?
“Si rilassi” L'avevano tranquillizzata.
Ed era tornata a casa, tranquilla, incosciente del fatto che di lì a poco la ragione le sarebbe scivolata dalle mani.

Ed era il nero, la paura, la rabbia, il dolore.

“Abbiamo trovato qualcosa che non dovrebbe esserci. Ecco vede, quella macchia nera...”
Freddo.

Era come se un maledetto Lui le fosse entrato nel corpo, lo avesse attraversato molto lentamente e le avesse sfiorato il cuore.
Digrignò i denti al tocco di quella mano gelida e delicata, e subito dopo una calda lacrima le attraversò il viso, mentre la ragione se ne stava andando.
E fu quando se ne andò del tutto che conobbe Lei.
La conobbe una sera d'estate, stava passeggiando quando, improvvisamente, si rese conto di quanto era bella la luna.
Fu allora che Lei le si avvicinò, la prese per mano e sorrise.
Da quanto non vedeva un così bel sorriso, e da quanto non sorrideva!
Il soriso presto si trasformò in una risata, e fu così che passò la notte.
Ridendo sotto il cielo stellato e il caldo sguardo della luna.
Da quel momento non si separarono più. Lei l'accompagnava sempre, in ogni momento, e molto spesso prendeva il suo posto quando lei non si sentiva sicura.
E fu così che divennero una cosa sola.
“E' diventata matta” Dicevano.
Ma non le importava. Ora era felice, e lo era tornata dopo tanto, troppo tempo.

...Ed era quel giorno, erano le nuvole scure, era la pioggia fitta ed intensa, ed era una corsa infinita, senza termine, che la lavò di tutte le ansie e le preoccupazioni di un tempo, che le erano state solpo d'impiccio.

Ed era la notte, le stelle, ed era con queste immagini che, stesa sul letto, attendeva.
Finalmente arrivò.
“E così ci incontriamo” Le disse con voce calda e rassicurante la figura appena entrata.
“Già, è un piacere anche per me vederti di persona” Rispose.
“Sai” - disse l'altra - “Non pensavo che avresti reagito così. Di solito quando lo invio alle persone la prendono malissimo, si deprimono, e passano il tempo che rimane loro immersi nella disperazione...”
“Già, stavo per farlo anche io. Merito suo” Ed indicò l'altra figura seduta accanto a lei.
“Meglio così. Allora, sei pronta?”
“Certo!”
“Bene, allora andiamo.”
“Un attimo!” - la interruppe - “Fammi salutare la mia vecchia amica.” Si avvicinò alla figura che era seduta accanto al suo letto, la abbracciò, la ringraziò e la salutò un'ultima volta.
“Andiamo.”
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 02/01/2009 :  20:13:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Molto bella.
L'ho anche capita, il che non è poco.

Ti amo tanto,
tua moglie,
Adele
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miticalilly96
piccoloscrittore già più grande


276 Messaggi

Inserito il - 11/01/2009 :  13:58:23  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ma siete fidanzati sul serio?? O.O!!
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


1350 Messaggi

Inserito il - 11/01/2009 :  21:16:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Nunu... solo così ^^
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


2198 Messaggi

Inserito il - 27/03/2009 :  21:21:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Prologo
“E' arrivata la mia ora” pensò in quel momento.
Se ne stava lì, immobile, unica persona in quel parco insolitamente grigio e solitario, in una giornata d'autunno, con un leggero venticello freddo, di quelli che ti accarezzano il viso e, passandoti accanto, ti lasciano quel po' di freschezza che ti fa rabbrividire un attimo dopo.
Attorno a lui, i colori danzavano nell'aria e, nel loro dolce e lento ballo, si univano a formare un'unico e brillante raggio di luce, risultato di chissà quale processo chimico che la sua mente, in quegli istanti, non riusciva a ricordare; forse perché non era il momento, forse perché in realtà quello splendido lavoro della natura non era altro che frutto della sua immaginazione.
E poi la foglia cadde.
Sorrise e, finalmente, chiuse gli occhi.


I

“Da questo momento in poi, lei replicherà alle mie domande con qualsiasi risposta pensi sia più adatta alla situazione che le descriverò, siamo d'accordo?”
“Va... Bene” Rispose.
L'uomo con giacca e cravatta si voltò verso l'uomo in cravatta e giacca, avvicinò la sua bocca al microfono e poi iniziò a parlare.
“Ora, supponiamo che lei, in questo momento, sia fuori da questo edificio. Sta facendo una passeggiata per strada e, mentre sta camminando, nota che una ragazza sta per essere aggredita da un uomo molto più grosso di lei. Che cosa fa?”
L'uomo vestito di bianco ci pensò sopra qualche attimo, si portò le mani sui capelli, quasi a voler evidenziare lo sforzo che stava compiendo pensando al problema in questione, stette in quella posizione per qualche secondo e poi azzardò, con voce incerta, una risposta:
“Beh... Credo che se dovessi trovarmi in una situazione del genere, beh, credo che tenterei di aiutare la ragazza, non so in che modo ma ci proverei.”
“Sia più specifico, entri nei dettagli” Replicò l'altro che, intanto, stava scrivendo qualcosa su un quaderino.
“Beh... Credo che, prima di tutto, cercherei dell'aiuto attorno a me, qualcuno che possa darmi una mano, e poi credo che...”
“Basta così” Lo interruppe l'altro.
“Soggetto in evidente stato confusionale” Aggiunse un attimo dopo, e annotò tutto nel suo quadernino.
Anche se solo per pochi attimi, il silenzio regnò. Regnò sovrano sopra ogni entità presente in quella stanza sorda e grigia, regnò sopra ogni singolo frammento di pensiero che svolazzava lì dentro. Com'è bello il silenzio.
“Ora, cambiamo argomento. E' in compagnia dei suoi amici, sta guardando una partita di calcio, è una partita decisiva per la squadra per cui tifa. Ad un certo punto la sua squadra segna un goal. Come reagite?”
L'uomo-albume, fino a quel momento seduto sulla sedia, si alzò in piedi e, sempre sotto l'occhio vigile dei due uomini, iniziò a gironzolare per la stanza. Dopo qualche minuto di giri, si rimise seduto e, con l'incertezza stampata nel viso, rispose:
“Beh... Non credo sia molto facile descrivere nei minimi particolari ciò che farei, sono reazioni istintive. Ma sono sicuro che la mia prima reazione sarebbe, che so, quella di mettermi ad urlare dalla gioia, festeggiare con i miei amici...”
“Bene” Lo interruppe di nuovo l'uomo davanti a lui.
“Risposte non adatte alle domande” Aggiunse e, ancora una volta, scrisse tutto sul suo quadernino.
Il lieve rumore della penna che, ansiosa, scriveva sul foglio, sembrò all'uomo farina una colonna sonora azzeccatissima per quel momento: semplice ed efficace, rifletté tra sé e sé, quasi ridendo dei suoi pensieri che, in quel momento, gli apparivano così strani e inutili. A cosa serviva pensare, in un momento come quello? Eppure, fu proprio quell'insulso rumore a riportarlo indietro di tanti anni, a quel giorno che gli aveva cambiato la vita.




7 settembre 2030, ore 18.30

“Ehi, svegliati”
Aprì gli occhi e un pallido raggio di sole gli si piazzò davanti; un brivido gli percorse tutto il corpo e piano piano la sua vista mise a fuoco ciò che aveva attorno: i verdi alberi attorno a lui, l'infinito prato su cui era sdraiato, i fiori che facevano da cornice, e poi il cielo, blu come non mai, libero da qualsiasi nuvola, era una di quelle giornate in cui devi sdraiarti per vederlo tutto, per contemplarlo in tutta la sua sconfinata bellezza. Poi voltò lo sguardo nel punto da cui proveniva la voce che lo aveva chiamato e la riconobbe. Sorrise.
“Hai capito, il romanticone! Dormire in una così bella giornata! Ma dimmi un po', non pensi sia ora di alzarsi e di fare un po' di movimento?” Disse la ragazza.
Si perse nel suo sorriso.
“Ok dai...” Cercò di sembrare il più svogliato possibile, ma più si sforzava e più si sentiva ridicolo. Perché quando era con lei l'unica cosa che gli riusciva bene era ridere?
Camminarono insieme per il parco, e anche quelle volta, come sempre, soffocò le farfalle che svolazzavano nel suo stomaco: come avrebbe voluto che quegli istanti di carezze, di respiri, di battiti continuassero per sempre!
Ma, preso a controllare il misterioso liquido di emozioni che gli attraversava il corpo, non si accorse che erano arrivati.
La casa dei sogni (così l'avevano ribattezzata poco tempo prima) era un appartamento di quattro piani, abitato in ogni sua stanza da giovani studenti. Non vi era un solo metro quadrato libero in quella casa, ognuno di questi era una proprietà privata, ogni stanza, ogni letto, ogni cuscino di ogni studente erano un mondo a sé, isolato da quello degli altri. Rinchiusi dentro al proprio guscio, senza alcun contatto con l'esterno.
Il solo pensiero di tanta precisione lo fece rabbrividire, brivido che fu subito sostituito da uno strano senso di calore non appena ebbero varcato la porta della loro casa dei sogni.
Era uno stanzino che, stando al parere della gente comune, era abbandonato da anni. L'unico indizio della sua presenza era una porta molto piccola, alta più o meno un metro, sempre chiusa a chiave. Sempre.
Gente che abitava lì da anni dichiarava di non averla mai vista aperta, né di aver mai saputo cosa realmente vi fosse all'interno. Che sciocchi, pensava ogni volta che la vedeva.
Eppure non aveva nulla di strano: per raggiungerla bastava entrare dalla porta dell'appartamento, scendere il ramo di scale e subito ci si trovava davanti un corridoio con tante porte, tutte uguali, tutte ben precise, disposte a poco più di un metro di distanza e poi, laggiù, quella porta. Minuscola, silenziosa, incomprensibile a tutti eccetto che a loro due. Diamine, era solo una porta!
Sorrideva al pensiero di tutta la gente che aveva tentato di aprirla: c'era chi era venuto in compagnia di molti amici per tentare di sfondarla, chi si portava da casa un mazzo di chiavi del quale ignorava l'utilità sperando di trovarvi un collegamento, chi addirittura pensava che fosse una sorta di collegamento tra la vita e la morte. E tutti lì, a spingere in quella dannata porta che non ne voleva sapere di aprirsi.
Mentre lui e lei ci andavano praticamente tutti i giorni.
Che strana la vita, pensò lui.
Aperta la porta, entrarono e si sedettero al solito posto, attorno a quel vecchio tavolino di legno protagonista di tanti giochi infantili.
Per qualche istante si sentì come immerso in un fiume di ricordi, che gli scorrevano su tutto il corpo e lo bagnavano di felicità. Chiuso in un'apnea infinita.
“Allora che cosa mi racconti?” I suoi pensieri furono interrotti dalla sua voce.
“Mah, cosa vuoi che ti dica, le solite cose. Solito schifo. Soliti programmi, solite ruotine, solite azioni. Solita rottura!” Rispose piuttosto scocciato.
“Secondo me non dovresti essere nervoso. Sai, ti capisco molto, anche a me la routine quotidiana dà molto sui nervi, a volte. Ti pare di essere soffocato da due mani invisibili costantemente strette al tuo collo, e tu lì come un manichino immobile ad ansimare, a cercare di chiedere aiuto.”
“La ringrazio per il suo aiuto, madame.” Sorrise lui.
“Ehi, senti un po', non sono forse io quella che ti ha svegliata prima che passassero? Lo sai che è pericoloso dormire in quel parco, non dovresti correre rischi del genere!”
“Ecco, vedi!” Si alzò in piedi lui, piuttosto arrabbiato.
“Cosa?”
“Non si può fare più niente. Non si può fare niente di diverso dal solito che subito si corrono dei rischi. Non si può dormire all'aria aperta che subito pensi alle conseguenze di ciò che stai facendo. Non si può fare niente che non ti faccia pensare a ciò che verrà dopo. Ma perché abbiamo questa mentalità?? Non sarebbe meglio se vivessimo ogni attimo tranquillamente, senza pensare al futuro? Non sarebbe meglio se tutti noi fossimo liberi di fare ciò che vogliamo, slegati da queste corde che ci immobilizzano per tutta la vita?”
“Fai piano, potrebbero sentirti” Disse lei, con tono di voce basso e rassegnato.
“Ecco, vedi, lo hai fatto di nuovo!” Sbuffò lui.
Lei abbassò gli occhi, triste, poi si mise le mani in testa ed iniziò a spettinarsi i capelli, fino a quando non li rese disordinati al massimo. E poi si mise a fare la linguaccia. E lui scoppiò a ridere.
“Riesci sempre a corrompermi, insomma.” Osservò lui.



7 settembre 2030, ore 19.00

“Buonasera capo.” Il ragazzo in tuta nera si mise subito su un ginocchio, in segno di rispetto.
“Buonasera.” Rispose freddo l'altro.
L'uomo in giacca e cravatta, il capo, come lo aveva chiamato il ragazzo di prima, camminava lentamente per il lungo corridoio che divideva l'entrata principale dal suo ufficio. Silenzio assoluto.
“Buonasera capo.”
“Buonasera capo.”
“Buonasera capo.”
Più andava avanti e più gente lo salutava. Lui rispondeva, impassibile. Un vero capo non si abbassa ai sentimenti, non è cortese, non è affabile, non è niente di tutto questo. Un vero capo deve farsi rispettare, deve incutere timore a tutti coloro che lo vedono passare, deve fare in modo che le persone, quando lo vedono, devono sentirsi in soggezione come se avesse Dio davanti. Sa tutto di tutti e può fare tutto a tutti. Lui può, gli altri no.
Entrato nel suo ufficio e sistemate le sue cose, si mise subito davanti al computer. Una e-mail non letta.

Da: ******

Non riusciva a vedere il mittente.

Ciao,
Scusa per l'e-mail senza mittente, ma qui non vogliono che io mi renda visibile.
Comunque ho sistemato quella faccenda. Ho scattato una foto ad ogni soggetto che mi avevi detto di individuare. Le ho già sviluppate ed ora sono qui, sulla mia scrivania. Scusa se non posso spedirtele via mail ma qua da me continuano a rompere per la privacy, o come diavolo si chiama.
Due dei soggetti li ho già fatti fuori, adesso mi sono rimasti gli altri due. Pare che tutti e quattro facciano (o, nel caso dei primi due, facessero) parte di una sorta di organizzazione segreta, una specie di setta con il solito obiettivo da raggiungere. Come se non ne avessimo eliminate già troppe. Quando capiranno che i loro sforzi sono inutili?
Comunque, mi hanno appena comunicato che anche il terzo soggetto è stato eliminato. Congratulazioni, hai assistito in diretta ad un altro obiettivo raggiunto. Adesso rimane solo l'ultimo. Ho già spedito qualcuno per sistemare anche quest'ultimo idiota.
A presto.

Sorrisino compiaciuto. Un altro gruppo di idioti sarebbe scomparso, quella sera.
Aprì una bottiglia di vino e brindò a sé stesso e alla sua ennesima vittoria.


7 settembre 2030, ore 20.00

“Ma veramente gli spiaccicasti il gelato in faccia?” Non riusciva a smettere di ridere.
“Ma sì, te lo giuro! E che cavolo, gli avevo chiesto un cono al gusto di vaniglia e fragola, e cosa fa quello? Mi ci mette il cioccolato e il limone! Ma stiamo scherzando??” Replicò lei, divertita.
Stavano parlando da un'ora e mezza, ma a nessuno dei due passò per la testa che forse stavano esagerando. E' proprio vero che a volte l'amore fa fare delle sciocchezze.
Ancora qualche risata e poi di nuovo silenzio.
“Ma basta, mettiamo su un po' di musica, cos'è questo mortorio??” Lei si alzò in piedi di scatto, e lui non fece nemmeno in tempo a replicare, perché lei era già in piedi col CD dei Pink Floyd in una mano e lo stereo nell'altra.
“Ma, aspetta un att...” E la musica era partita.
“Eh no signorino, adesso tu te ne stai lì seduto e ascolti ciò che dico io. Facciamo sempre tutto ciò che vuoi tu!! Adesso voglio divertirmi io: rimani fermo e non girarti.”
Poi lei lo bendò.
“Ora ascolta” Gli sussurrò.
Era il sette settembre del 2030, era seduto sul pavimento alle ore 20.00 di un lunedì sera, fuori faceva abbastanza freddo ma a lui non importava. La tastiera di Richard Wright era ancora alle prime note di “The great gig in the sky”, lui era appena stato bendato dalla ragazza che amava da una vita e non stava capendo nulla di ciò che stava succedendo.
“Ehi, se è una specie di scherzo guarda che non mi piace!” Gridò lui sforzandosi di essere il più spensierato possibile, ma senza nascondere una leggera punta di preoccupazione.
“Stai calmo bimbo, non ti preoccupare, non ti succederà nulla.”
“Bimbo” Pensò. E si tranquillizzò.
“Ora voglio che tu impari a fare una cosa. Vedi nulla con quella benda?” Chiese lei.
“Sì, è una bella partita.” Rispose lui, cercando di farla ridere.
“Scemo.” Rispose lei. Non stava ridendo.
“Voglio che tu impari a non vedermi. Come avrai capito da un po' hai una benda sugli occhi, non riesci a vedere nulla. Da qualunque parte tu ti giri è sempre buio. Ovunque. Per sempre. Ora, immagina di trovarti in una situazione del genere, nella tua vita. Che faresti?”
“Accenderei la luce.” Rispose lui, più seriamente di quanto poteva sembrare all'apparenza.
“Non c'è la luce. Sei solo. Non sai dove, non sai come, non sai perché. Non riesci a muoverti, non vuoi muoverti, hai paura che ogni tua mossa ti costi la vita. E' la prima volta che ti trovi in queste circostanze?”
“No.” Sorrise triste lui.
“Quando hai già vissuto un'esperienza del genere?” Chiese lei, con una voce che faceva intendere una certa curiosità.
“La vivo ogni giorno della mia vita.”
E fu allora che, sotto la benda, pianse. Le lacrime gli scesero dagli occhi come la pioggia viene dal cielo: calde e gelide insieme, veloci lame di coltello sul suo viso che si sforzò di nascondere.
“Hai paura?” Chiese lei, ora preoccupata.
“Sì, tanta.” Rispose lui.
“Ti capisco.” Solo questo rispose. Due misere parole.
“Aspetta un attimo.” Riprese lei.
E fu la prima volta che sentì quel rumore che tanto avrebbe maledetto, poco tempo dopo. Il rumore della penna che scriveva sul foglio di carta, il rumore dell'inchiostro che lascia una traccia, di quelle che ci si illude di cancellare ma che rimangono sempre lì, indelebili all'acqua e a tutto ciò che c'è a questo mondo.
“Sai dirmi cosa c'è scritto qui?” Le chiese lei, dopo qualche secondo che era sembrato una vita.
“C'è scritto “ti amo” Rispose lui.
“I miei complimenti, hai indovinato.” Adesso a singhiozzare era lei.
“Mi vuoi spiegare che significa tutto questo?” Chiese lui.
“Sai, da quando ci siamo conosciuti è cambiato qualcosa in me. Da ragazzina idiota quale ero sono diventata, mi hai fatto diventare, una di quelle che la società moderna chiama “donne”, una di quelle con parecchia esperienza, una di quelle con la risposta ed una parola buona sempre pronte. Ma senza mai dimenticare la mia anima di ragazzina. In fondo, guardaci: siamo qui, nella nostra casa dei sogni a dirci parole dolci e a farci discorsi così strani, così poetici, così maledettamente teneri. Sembriamo due ragazzini innamorati. Ma non solo questo: a volte sembriamo due bambini, altre due adulti, a volte due vecchietti e ora due ragazzini. In fondo nella vita è importante cambiare, no?
Mi hai aperto gli occhi, mi hai mostrato il mondo così come è e non come ci viene sputato addosso quotidianamente. Mi hai mostrato quante cose brutte ci sono ma anche quanti motivi ci sono per migliorarle. E quanti motivi ci sono per dire un “ti amo” al posto di un “ti odio” anche a chi ti ha fatto molto, molto male. Mi hai insegnato che non sai se Dio esiste o no, mi hai insegnato che alla fine non è questo che importa, perché se nella proprio vita si è sempre responsabili e onesti, se nella proprio vita si dimostra a noi stessi (e al mondo) che siamo delle Persone, beh, che esista un Dio o no finiremo la nostra vita in pace.
Mi hai insegnato che l'amore è una delle poche cose per cui vale veramente la pena vivere, e che il materiale, gli oggetti, non sono altro che polvere destinata ad essere portata via dalla prima folata di vento.
Mi hai insegnato tante cose. Non smettere di farlo proprio ora.”


7 settembre 2030, ore 20.30

“Tutto a posto, capo. Siamo pronti.” L'uomo con la maschera sul viso sembrava tranquillo.
Come lo era lui.
“Andate pure.” Disse l'uomo in giacca e cravatta.


7 settembre 2030, ore 20.35

Un improvviso rumore spezzò la quiete nella stanza. Era lì, stretta a lui. Piangeva anche lei, lo sentiva sulla manica della sua maglia.Ecco perché non doveva lasciarla.
Quei maledetti li avevano trovati.
“Ok. Signori, diamo inizio alla festa.” La voce squillante per poco non gli ruppe un timpano.
Urla. Sentiva più di una persona urlare qualcosa di incomprensibile. Sembrava si divertissero.
Sentì le braccia di lei strapparsi dal suo corpo, graffiandogli il braccio.
“Scusa.” Sussurrò lei.
“Niente.” Sussurrò anche lui, sforzandosi di sorridere.
Sapeva che stava per arrivare l'inferno.
“Oh oh, cosa fa il signorino con la benda? Stavate facendo qualche giochino un po' strano, per caso? Abbiamo interrotto un momento di intimità??” Una grassa risata risuonò nello stanzino, subito imitata da altre dello stesso tipo. E lui che cercava di non pensare.
Qualcuno gli strappò la benda dal viso, e poi si sentì arrivare una mazzata in volto, sentì una bastonata nella mascella che lo fece cadere a terra. E poi ancora pugni e calci, bastonate con chissà quale oggetto di questo mondo, e così, ancora, e ancora.
“Che fai bimbo? Non reagisci? Cosa fai, te ne stai a prenderle senza nemmeno muovere un dito? Non ti difendi? Non vai a salvare la tua amichetta??”
Ma non sentiva nulla.
In quel momento la sua testa era altrove, e le botte non gli causavano alcun dolore.
“Che fai stronzetto, non rispondi? Non rispondi?” E via, altra mazzata, stavolta nel collo.
E fu allora che capì: capì il buio, capì la benda, capì la penna, capì il non vedere, capì tutto. Capì all'inferno ciò che non aveva capito in paradiso.
Ancora un'altra mazzata. Ma quando si sarebbero fermati?
Poi capì di nuovo: era incredibile come stesse capendo tante cose in quei momenti.
Capì che doveva chiudere gli occhi.



“Pronto?”
La voce dell'uomo davanti a lui lo risvegliò da quei ricordi.
“Razza di bastardi.” Sussurrò.
“Come scusi?” Rispose l'altro.
“Siete un branco di cani bastardi”
“Scusi, si rende conto di chi ha davanti?”
“Sì, lo psicopatico che mi ha portato qui.”
“Chiamate il medico, per favore.”
“No, no. Aspetti un attimo.” Disse l'uomo carta.
“Voglio raccontarle una storia. Voglio raccontarle la storia di un sogno d'infanzia, il sogno di due ragazzi che si vogliono bene fin da bambini. Passano la maggior parte del loro tempo insieme, vanno a scuola insieme, quasi ci dormono, insieme. Crescono insieme. Crescendo si accorgono in che razza di mondo vivono, e non riescono ad accettarlo: allora un giorno se lo fanno, il mondo. Prendono uno stanzino ed iniziano a colorarlo a loro piacimento, appendono poster, portano tavolini, ci mettono giocattoli, dipingono i muri. Si divertono. Vivono.
Continuano a crescere. Passano sempre più tempo nel loro mondo, vivono felici. Iniziano a farsi dei progetti, vogliono “diventare grandi” anche loro, e vogliono farlo insieme. Poi però un giorno quelli là fuori li scoprono. Non si possono più nascondere, là fuori hanno capito dove è il loro rifugio segreto, la loro casa dei sogni, hanno invaso il loro mondo personale. Hanno strappato via lei da lui, l'hanno violentata, l'hanno rinchiusa chissà dove, l'hanno uccisa con la loro realtà, stuprata di verità false e crudeli. Hanno bastonato lui, gli hanno distrutto un braccio, lo hanno ridotto su una sedia a rotelle, senza la possibilità di alzarsi e camminare, senza la possibilità di fare nulla. Hanno distrutto il loro sogno di una vita.”
“Portate il sedativo, per favore.” Chiese l'altro.
“Aspetti. Ho un'altra storia. E' la storia di un uomo rinchiuso in un manicomio. Li avete riaperti, bastardi. E' la storia di un uomo che viene accusato di aver ucciso la sua ragazza il sette settembre del 2030 alle ore 20.40. Accusato di averla stuprata e poi uccisa. O viceversa, non ricordo nemmeno bene cosa le faceste, quella sera. Ma il ricordo della sua vita è ancora vivo in quell'uomo, sono ancora vivi i suoi sogni d'infanzia, la sua innocenza, la sua voglia di amare. Ma voi non potete capirlo.
Non saprete mai come si apriva quella porta, voi siete entrati solo perché quell'appartamento era vostro. Non sareste mai riusciti a scoprirci se quegli idioti là sopra, sentendo i nostri “rumori molesti” si fossero insospettiti e vi avessero chiamato. Non avreste mai saputo niente se la ragazza che era con me quella sera non avesse commesso l'errore più grande della sua vita. Quello di provare a venirvi incontro, quello di cercare un dialogo con voi esseri senza cuore.
So già come andrà a finire questo dialogo, l'ho capito da quando, quella sera, siete venuti a prendere me e lei. Ma non vi preoccupate, non sentirò dolore. Sono già morto quella sera.
Continuerete a fare cià che state per fare a me, continuerete a cercare persone come me che si ribellano alle vostre insulse regole, ai vostri insulsi principi.
E' veramente questo il mondo che volete?”
“Uccidetelo.”



Perché in fondo il tempo è come una farfalla: va con le sue ali colorate per tutto il giardino, vola da una pianta all'altra a volte lentamente, a volte velocemente. E tu dietro a correre, a tentare di prenderla. Ma non ci riesci.
Poi arriva il giorno in cui la prendi, riesci a bloccarle le ali e, finalmente, l'hai nella tua mano.
Ma nell'euforia non ti accorgi che le stai facendo male. Quando poco dopo, stanco di avere “un insetto nella tua mano” la lasci andare, la poggi a terra, ti accorgi che non riesce più a volare.
Rimane lì, tentando di alzarsi, di sbattere le ali e sollevarsi da terra. Ma non ci riesce. E rimane lì a camminare in quello schifoso terreno che era sempre riuscite ad evitare. E tu, insensibile, la lasci lì a soffrire. E la dimentichi.
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Georg Maag
Georg


1479 Messaggi

Inserito il - 28/03/2009 :  08:27:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao Matt,
come sempre sono qui a rompere. Ma nei limiti...

Vado per ordine:

Aprì gli occhi e un pallido raggio di sole gli si piazzò davanti; un brivido gli percorse tutto il corpo e piano piano la sua vista mise a fuoco ciò che aveva attorno: i verdi alberi attorno a lui, l'infinito prato su cui era sdraiato, i fiori che facevano da cornice, e poi il cielo, blu come non mai, libero da qualsiasi nuvola,
sono passaggi dove potresti tagliare via parecchio senza perdere contenuto. Se non altro risparmiare aggettivi (sai che meno ce ne sono, meglio è - secondo me, ovviamente);

Ma, preso a controllare il misterioso liquido di emozioni che gli attraversava il corpo, non si accorse che erano arrivati
hmmm... non mi convince, puoi dare di più;

Rinchiusi dentro al proprio guscio, senza alcun contatto con l'esterno. Il solo pensiero di tanta precisione lo fece rabbrividire
Credo che intuisco vagamente a cosa ti riferisci con "precisione", ma non basta proprio. Dovresti, per spiegare un concetto del genere, sprecare qualche riga, descrivere per poi far capire quanto sia noioso (attraverso il sentimento o un ragionamento suo, per esempio);

L'unico indizio della sua presenza era una porta molto piccola, alta più o meno un metro, sempre chiusa a chiave. Sempre.
Non mi piace proprio. A parte: non sono forse tutte le stanze segnalate da una porta, se vista dall'esterno? Ma non mi piace proprio l'idea di "presenza" di una stanza, non so se mi spiego. E nemmeno la mera ripetizione del "sempre" alla fine regge ad una lettura attenta. (Le ripetizioni vanno bene per pochissimi stili letterari, trovo. Fa tanto giallo americano anni '30 con la voce fuori campo);

I suoi pensieri furono interrotti dalla sua voce. Mi fa sempre un po' strano l'Italiano con "suo" uguale per lui e per lei. A volte non ci si capisce, o suona male...

Per qualche istante si sentì come immerso in un fiume di ricordi, che gli scorrevano su tutto il corpo e lo bagnavano di felicità. Chiuso in un'apnea infinita.
“Allora che cosa mi racconti?” I suoi pensieri furono interrotti dalla sua voce
. Non mi pare che il tuo filo del racconto scorra benissimo quanto i ricordi di lui (con lui, "tutto scorre"). Il dialogo, Matt! Deve essere PERFETTO, deve suonare come se fosse detto veramente da persone vere nella situazione perfetta. Loro sono stati a passeggiare per un bel po', no? Non hanno mai parlato prima?;

Quando arrivi alla mail ci si aprono altri problemi, e non pochi: Il direttore, come lo descrivi prima che arrivi in ufficio, è un pezzo grosso ed inavvicinabile. Poi riceve questa mail, in cui un tipo un po' servile (a mo' di segretaria d'azienda) si scusa per non mettere l'indirizzo e dice che non può mandare foto per la privacy ma poi va negli dettagli su quante persone dovrà assassinare. Se avesse problemi di privacy non manderebbe una mail. Un assassino, tra l'altro, non si perde in lungaggini sulla privacy. Direbbe nulla, o "non si può", e basta. E il direttore brinda con il vino, da solo? Mi fa vecchietto alcolizzato...

Sempre parlando di dialoghi: Frasi come "Come avrai capito da un po' hai una benda sugli occhi, non riesci a vedere nulla." Potresti toglierli senza perdere sostanza e ritmo. Ce ne sono altre, è solo un esempio, ok?;

Poi la storia è bella, lo sviluppo finale prende bene.
Non capisco bene perché tutta questa violenza verso loro due. Lì forse zoppica un po' la storia. Si potrebbe giustificarlo con una spiegazione, ma rischierebbe diventare lunga a sua volta. Forse sta lì il vero problema.
Comunque bella idea, bravissimo!

Georg




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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 28/03/2009 :  13:29:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
FINALMENTE UN PO' DI CRITICHE FEROCI
No vabbè, scherzi a parte grazie mille per tutte le segnalazioni riguardo i punti che non vanno, sto cercando di far leggere questo racconto a più persone possibili per avere diversi pareri sulle mie "gaffe" nel racconto.
Diciamo che posso definirlo come il mio primo racconto "serio", ossia il primo veramente pensato e ripensato, guardato e riguardato (sono sempre stato una persone "pensa e scrivi") e quindi avere pareri diversi per me è un grande vantaggio.
Grazie mille!
Magari più in avanti posterò la versione definitiva
Matt
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 28/03/2009 :  14:28:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Uffi. :( Queste cose te le avevo dette pule io pelòòòò :(
Okay, forse mi ero concentrata più su ripetizioni, punteggiature, soggetti e sintassi che sul senso vero e proprio delle frasi, ma LOL marituzzo miooo =D
E' bella lo stesso =)

Ti amolo =)
A.
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Matt 75
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Inserito il - 08/04/2009 :  10:49:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Lei

Seduta sul suo castello di fiori lei se ne sta, regina dei profumi e della passione, ritratto perfetto dell'amore. Piangendo lei se ne sta.

O, principessa, come è duro il morire dei propri sogni! Come è straziante l'urlo di una farfalla che, nel bel mezzo del proprio volo, perde le sue ali al primo deciso tocco, come è brutto lo sfumare della propria Bellezza in un istante di finta pace!
O, principessa, eccome se sei bella! Basterebbe un tuo sorriso a sciogliere anche la pietra più dura, a frenare la corsa dell'odio più atroce, basterebbe un tuo sguardo a far perdere la testa a chiunque, basterebbe la sola vista delle tue labbra a far morire di piacere ogni essere affamato d'amore!

Seduta sul suo castello di fiori lei se ne sta, regina dei profumi e della passione, melodia perfetta della musica. Piangendo lei se ne sta.

La notte, buia e profonda, incombe su di noi: anime di oscure creature tentano la tua carne, sfiorano i tuoi punti delicati, ti invitano ad accettare il piacere che ti daranno.
No, principessa, no!
Non è te che vogliono, è la tua anima, così forte e dolce, è il tuo corpo, così perfetto e sinuoso, è la tua voce, così calda e ammaliante.
Ferma, principessa, ferma!
Non rispondere al bacio della Sofferenza, non sporcare la tua pelle leggera, non appesantirla di inutili carichi.
L'amore, principessa, l'amore!
Guarda fuori, apri gli occhi, ora: guarda il mondo nelle sue sfumature più nascoste, assapora ogni singolo raggio di sole, vivi di un rosso fuoco nel tuo cuore, cerca col tuo sguardo chi hai sempre desiderato, vai in alto, angelo, vai in alto! Ora gettati, principessa, non avere paura!
Apri le ali, ora, goditi il vento fresco sul tuo viso, respira profondamente, abbandona il tuo corpo all'estremo piacere, fallo ora, principessa!
Ora puoi chiuderli gli occhi, principessa.

Seduta sul suo castello di fiori lei se ne sta, regina dei profumi e della passione, angelo dal bacio di rosa. Ridendo lei se ne sta.



Dedicato ad una persona di questo forum che, quando la leggerà, riconoscerà tante cose, e capirà che, sì, è proprio lei la principessa.

Matt
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 10/04/2009 :  23:42:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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Tillin@
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 12/04/2009 :  22:34:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
uhm, ok che manco da tanto tempo ma qui mi son persa qualcosa.. :)
state insieme?*_* XD
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 13/04/2009 :  00:25:50  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ahahahahahah XD certoooo siamo sposati XD
No no è solo uno sposamento virtuale XD ognuno ha il proprio ragazzo/a XD ma noi ci amiamo e qndi ci siamo sposati XD
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 14/04/2009 :  09:01:03  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Carina!!!

Georg
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Matt 75
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Inserito il - 09/06/2009 :  21:56:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
"...Some of them want to be abused."

La voce calda e ruvida della canzone allunga l'ultima parola. "Abused", "abusato".
Poi la canzone va avanti, la base strumentale diventa più aggressiva e cominciano le urla, la batteria che ti martella in testa, la chitarra distorta e violenta che ti dà la sensazione di avere un gran mal di testa.
Ti sembra quasi di camminare sopra due altissimi trampoli: ti senti a disagio, non riesci a fare un passo in avanti perché hai una tremenda paura di cadere.
Ora è dolce: sembra quasi una ninna nanna. Tu lì ad ascoltare.
E poi ricomincia il casino. Ancora lento, ancora graduale, ancora urla sfumate con colori che vedi nella lucetta rossa della tua TV, nel gatto disegnato sopra la tua porta e anche nella scrivania di tua sorella.
Cominci a pensare che forse è proprio quello che vuoi fare.
Pensi che sia una buona idea riascoltare la canzone. E allora si ricomincia.

"Sweet dreams are made of this
Who am I to disagree?"

I dolci sogni sono fatti di questo. Chi sono io per disapprovare?
Poi pensi che in quel momento non è un dolce sogno quello che vuoi. Non lo sai, cosa vuoi.
Avresti voglia di metterti ad urlare nell'oscurità della tua stanza, fingendo che di là non ci sia tua madre a guardare la televisione, fingendo che prima non sei andato da lei ad abbracciarla e a ringraziarla per quella dimostrazione d'affetto.
Avresti voglia di andare in balcone, respirare un po' di aria fresca. L'aria, ti manca l'aria.
Un brivido ti percorre il corpo e, per un attimo, ti soffermi ancora una volta sulla canzone. L'hai sentita milioni di volte, la sai praticamente a memoria, eppure ogni volta ti entra in testa con violenza, non riesci a togliertela dalla mente. Il suo ritmo canta il tuo dolore. Il suo testo ciò che cerchi.

"Travel the world and the seven seas
Everybody is looking for something."

Viaggiare il mondo e i sette mare. Tutti stanno cercando qualcosa.
Tutti cerchiamo qualcosa. Ma è così difficile capire cosa sia veramente.
Allora rimetti ancora una volta la canzone, sperando che ti porti qualche consiglio utile, sperando che ti tolga questa paura che non sai da cosa derivi. Rileggi il testo: è caotico. Dai un'occhiata all'ora: dovresti andare a dormire, domani hai scuola.
Ma non lo fai. Ed hai una tremenda voglia di andare da tua madre.

"Some of them want to use you
some of them want to get used by you
some of them want to abuse you
some of them want to be

abused..."

Il testo è senza punteggiatura, hai l'impressione che le maiuscole siano sbagliate, ma non te ne importa. Non è quello ciò che conta.
Poi capisci cosa hai.
Capisci qual è la tua paura.
E' la paura di vivere.
E' la paura di andare avanti e di lasciarti indietro le persone a cui vuoi bene.
E' la paura di piangere, di soffrire per chissà quali problemi.
E' la paura di commettere errori che ti potrebbero costare caro.
E' la paura di andare avanti e di vedere cosa c'è, dietro l'angolo.

Rileggi il testo e pensi che sei proprio un coglione. Tu che fai questi discorsi a te stesso è un'assurdità. Tu che le soluzione a questi discorsi le hai sempre date, ora ti ritrovi che non sai usarle.
Eppure sei solo, ed hai una dannata voglia di andare da tua madre. Ed hai una dannata voglia di tutto.

Ed è allora che riascolti la canzone, un'altra volta. Guardi il video e vedi materializzati volti di paura, ti ricordano quelli di alcuni personaggi di film horror. Li osservi bene. Li guardi che tentano di spaventarti.
E poi capisci.
Sono le tue paure, quelle.
E' la paura che i tuoi sogni possano usarti ed abusare di te. E' la paura di vivere, quella che vedi in quel video. E' solo rappresentata, te la immaginavi diversa, ma la sai riconoscere. Solo lei ti guarda in quel modo.
E poi sorridi.
Sorridi perché nelle urla della canzone non hai più il timore ma lo sfogo. Sorridi perché adesso i brividi corrono sempre più veloci, e perché il respiro si fa sempre più pesante. Sorridi perché stai per scoppiare.
Poi tutto si interrompe.
"Buonanotte."
E tu corri di là, ad abbracciare tua madre, e a ringraziarla di tutto anche se non ha fatto niente.
E allora non resisti, vuoi riascoltarla ancora quella canzone. Adesso sei in grado di ascoltarla veramente.
E allora chiudi gli occhi.
Ti fai trasportare dal ritmo e te la godi, assapori ogni sua singola nota e continui a sorridere.
intelligente, adesso sì che hai capito.
Non hai più paura, adesso.
Ridi in faccia alla paura di vivere, perché adesso l'hai trasformata in voglia.
Sorridi nel vedere quei volti terrificanti che tentano di portarti con sé, perché sai che non ce la faranno mai.
Sorridi nel pensare a tutti i momenti belli del passato, perché sai che ora sei felice pensandoci, mentre fino a poco fa era l'esatto contrario.
Sorridi perché ti viene da piangere ma non ne hai voglia, e sorridi anche perché finalmente sei libero.
Sorridi perché oramai i volti non ti fanno più paura, perché hai scoperto che è solo una maschera. Che dietro c'è una persona come te.
Sorridi perché adesso sei felice.
Se è vero che la felicità è un attimo, bene, ora ce l'hai nelle mani.
Sorridi perché le immagini si fanno più sfocate. Noti che nel video compare una luce. E il cantante esce. Apre le porte e se ne va, alla luce del sole.
Le ultimissime note distorte le senti quasi come un sottofondo, e te le godi una per una, fino all'ultima.
Silenzio.
Poi cambi canzone.

"I see trees of green
Red roses too,
I see them bloom
for me and you
And I think to myself"

Sorridi ancora. Ti ci è voluto un po', pensi, ma alla fine ce l'hai fatta, come sempre. Ancora una volta da solo ma con l'aiuto degli altri, senza che loro lo sapessero e senza che tu te ne sia reso conto veramente.
Sorridi perché è finita un'altra notte di malinconia.
Sorridi perché la notte non è che appena cominciata.
Ma è finita la tua.

"...What a wonderful world..."
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 10/06/2009 :  12:09:09  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Molto originale. MI è piaciuta, davvero =D
Solo tre appunti da farti.

1. errore di battitura: "Tu che le soluzione a questi discorsi", dovrebbe essere soluzioni credo
2. sempre nella stessa frase: "Tu che le soluzione a questi discorsi le hai sempre date, ora ti ritrovi che non sai usarle." l'ultima parte, dopo la virgola, non ha molto senso XD penso che volessi scrivere "ora ti ritrovi a non saperle usare" o qualcosa del genere...
3. Sinceramente, ci sono troppe ripetizioni. E' abbastanza lungo e ripetitivo già di per se, ma te lo sei giocato bene, è ben fatto, e non risulta noioso... Ma potresti togliere per esempio il "ed era la paura di" in tutto quel paragrafo, mettendoli semplicemente come elenco separati dalle virgole. Se lo vuoi più enfatico al posto delle virgole puoi mettere la "e". Verrebbe molto più scorrevole. E anche quel pezzo in cui metti in continuazione "Sorrisi" eccetera. Idem di sopra. Insomma, ci sono un bel pò di cose che ripeti volutamente... fino a quando sono due o tre righi ci può anche stare... ma interi paragrafi così rallentano parecchio il ritmo incalzante.

Mooolto mooolto bella maritino =) complimenti.

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Matt 75
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Inserito il - 16/07/2009 :  00:55:11  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Verso l'alba



Deve essere stato deciso da qualche parte. Uno scritto in qualche vecchia biblioteca, un antico fossile nascosto dalla dura terra sotto i nostri piedi, una nave dispersa in fondo agli oceani, un palloncino che vola libero per le infinite praterie del cielo. Deve esserci un qualche indizio, una qualche presenza, un qualche ideale, un Qualcosa a giustificare questa vita che ci scivola dalle mani ogni giorno di più.

E non importa che tu lo veda nello scritto, nel fossile, nella nave o nel palloncino. Non importa dove lo trovi, l'importante è averlo fatto, è poter dire: "Ecco, è questo ciò che cercavo". Perché in fondo è così facile cadere. Ti dicono tutti che è sempre troppo presto per tutto, che non è ancora ora di fare certi pensieri, che il tuo tempo arriverà e che non devi farlo arrivare troppo in fretta.

Ti dicono di non cercare i tuoi obiettivi, ti dicono che per correre dietro ad un sogno sei ancora troppo piccolo. Capirai quando sei grande, ti ripeti, pur sapendo che alla fine capirai proprio in quel momento, di nascosto, furtivamente, nascondendoti il volto per paura di mostrare al mondo che sei proprio tu quello che scende in strada nudo dei propri pensieri, dei propri desideri.

Evitando di essere per paura della folla. Legandosi a quello che sai sarà il tuo letto di tortura, comprando il pugnale che sai ti ucciderà, rivelando il segreto che sai ti tormenterà per il resto della tua vita. Rassegnato ad eterne sconfitte, a continue umiliazioni che sai inghiottirai sempre in silenzio, senza poter parlare. Pensando che, in fondo, sarebbe bastato un piccolo sforzo in più.

E' difficile trovare lo scritto tra tanti libri, scoprire il fossile sotto l'immensa terra, vedere il relitto da sopra il mare, individuare il palloncino da terra. E allora esci. Rompi il tuo guscio ed apri gli occhi. Guarda, un'altra alba sta nascendo. Il sole è tornato di nuovo. Corri. Verso l'orizzonte, verso la tua alba. Una speranza, un desiderio, un sogno. Il tuo.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 17/07/2009 :  09:51:23  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao Matt,
mi fa piacere leggere le tue ultime, e poi sono anche "belle" - nel senso di scritte bene ed interessanti. Allegri non direi troppo...
Come vedi il sito non avanza tantissimo quest'estate. Peccato, si vede che i ragazzi delle Elementari oggi hanno altro da fare, cose più interssanti? Boh, chissà.
Mi era entrato il fulmine in casa e il PC era fermo per 3 settimane, ma sono riuscito ad ovviare, meno male!
Tu stai bene? A scuola tutto bene? Progetti da scrittore?
Se una volta riuscissi a mettere on line il famoso articolo su di me, te ne sarei grato...

Comunque sia e comunque vada, spero che tu stia bene e che ti passerai delle vacanze belle ed interessanti, con gente simpatica e tanti bei libri.
Georg
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 05/09/2009 :  12:17:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il ragazzo dello stanzino

Adesso tocca a me.
Sono qua nel backstage, seduto su questo sgabello in un piccolo stanzino che, probabilmente, conosco solo io. Tra 5 minuti è il mio turno ed io me ne sto seduto.
E' la prima volta che mi esibisco, è il mio primo maledettissimo show e io non so da dove cominciare. Ho qualcosa da raccontare che sono sicuro il pubblico gradirà, ma poi? Cosa farò? Che altro posso dire a quei tizi là fuori? Stanno pagando per vedermi e io non so cosa fare. Ed ho faticato così tanto per arrivare fino a questo punto, maledizione.
E' cominciato tutto 15 anni fa, precisamente il 5 gennaio del 1994, me lo ricordo benissimo, quel giorno. Ebbi l'idea che mi porto dietro tuttora, che è anche il motivo per cui sono qui, come avrete capito.
E mi sembrava un'idea così bella. Ne parlai con tutte le persone che conoscevo, e tutti la pensavano come me, tutti erano d'accordo ed erano pronti a sostenermi, dicevano.
Invece adesso sono qui da solo, e con tanta paura.
Poi qualcuno là fuori urla il mio nome. E, per un attimo, tutto si ferma.
Mi tornano in mente i ricordi di quando ero bambino. Ricordi di giochi e di divertimenti puliti ed ingenui, proprio come la mia infanzia.
Poi, d'un tratto, i ricordi del bambino vengono interrotti, c'è un breve stacco e arriva un altro bambino, con un grembiulino azzurro e uno zainetto giallo sulle spalle, lo sguardo dolce e un sorriso sincero.
Di nuovo uno stacco e un'altra immagine. Un ragazzino che piange davanti allo specchio. Ha l'aria di aver perso qualcuno di importante.
E poi il ricordo più lungo. Un marciapiede, un balcone, dei fiori. Un ragazzino che fissa il vuoto sotto di sé, con lo sguardo perso e l'aria di chi non ha più idea di dove si trova.
E, alla fine, il ritorno alla realtà.
Metto di nuovo a fuoco tutto quanto intorno a me, ma insieme agli oggetti che mi circondano, c'è una strana luce che illumina la stanza.
E' proprio lì davanti, sulla porta del mio stanzino.
Preso da una sorta di forza interna al mio corpo, mi alzo e la apro con molta cautela. Do uno sguardo fuori dalla porta ed esco. E vedo il mondo là fuori.
No, non sono dentro allo stanzino da 5 minuti. Non saprei dire da quanto sono lù dentro, ma so per certo che è passato molto tempo. Alcuni ricordi nella mia memoria mi suggeriscono una data, 5 gennaio del 1994, ma non so se dar loro credito.
Non ci sarà nessuno show, si tratta solo della prima volta che esco da quel buco nel quale sono stato rinchiuso per così tanto tempo. La folla che urla il mio nome? Fantasie di un ragazzo al quale piace pensare che là fuori lo stanno aspettando.
In fondo chi mi conosce? I miei genitori? I miei amici? No, tutto questo non esiste. Sono solo sogni di un ragazzino arrabbiato con il mondo. Sfoghi di chi, per troppo tempo, non ha saputo dare agli altri un segno della sua esistenza.
E' proprio per quello ho deciso di uscire dallo stanzino: per svegliarmi. Per capire che la realtà non è quella delle mie fantasie. Per punirmi con la verità di un mondo che per tutto questo tempo non ho voluto accettare.
Ma accade qualcosa di insipegabile.
Mentre rifletto, davanti a me vedo passare tutti quei ricordi che avevo già visto prima, nello stanzino. Sono esattamente gli stessi.
Ma le emozioni che comunicano sono diverse. Davvero, non saprei come spiegarlo a parole, ma in quel momento, allo scoperto, fuori dal mio stanzino, i ricordi che già una volta vedevo non sono più un peso, una sofferenza.
Non sono più i simboli di un passato triste ed insopportabile, né di un conseguente presente invivibile, né di un ancora conseguente futuro inutile.
Sono la mia forza per andare avanti.
Perché solo fuori dallo stanzino, guardando la mia anima nello specchio, riconosco in me quel ragazzo dei miei continui ricordi, alle prese con alcune fasi molto importanti della sua (e quindi della mia) vita.
E con questa novità ne arriva un'altra.
Come nel miglior film di fantasia ecco che, come per magia, i miei sogni diventano realtà. C'è una folla proprio davanti a me, e si suppone che mi stavano aspettando già da un po'.
Come se loro fossero lì da tempo ed io fossi un ritardatario.
Proprio di fronte a me, vedo tutte le persone a me care: i miei genitori, i miei migliori amici, tutti coloro che consideravo inutili e che invece, già lo so, lasceranno una qualche impronta nel mio cuore.
Poi qualcuno tra quelle persone urla il mio nome.
“Adesso tocca a me.” Penso poco prima di entrare in scena.
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adele
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Inserito il - 09/09/2009 :  22:23:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Maritonzolo mio =)
Ho letto il penultimo post... Bello, niente da dire... Che allegria! -____________-"
uahuahuah... vabbè non posso parlare xk sn in un periodo della mia vita dove manco se mi amputano il cervello mi fanno smettere di ssere felice... e babbè :P

per quanto riguarda la seconda, ecco i miei appunti:

1. errore di battitura: Non saprei dire da quanto sono dentro
2. "No, tutto questo non esiste. Sono solo sogni di un ragazzino arrabbiato con il mondo. Sfoghi di chi, per troppo tempo, non ha saputo dare agli altri un segno della sua esistenza.
E' proprio per quello ho deciso di uscire dallo stanzino: per svegliarmi" io ripeterei "questo" al posto di "quello" nell'ultima frase... alla fine è sempre lo stesso motivo, quindi il soggetto è sempre "questo"...
3. altro errore di battitura: Ma accade qualcosa di insipegabile
4. "Non sono più i simboli di un passato triste ed insopportabile, né di un conseguente presente invivibile, né di un ancora conseguente futuro inutile." non mi piace la ripetizione di conseguente... potresti provare qualcosa tipo "un conseguente presente invivibile, nè di un certamente inevitabile futuro inutile..." qualcosa di qst tipo...

COMMENTI: grammatica molto buona.
Senso un pò strano, non l'ho capita fino in fondo... ma penso che abbia qualche simbologia strana con qualche fatto della tua vita... bello bello bello =)

tevebe

A.
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Matt 75
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Inserito il - 10/09/2009 :  10:33:03  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Moglie!
Il penultimo post è da serata deprimente XD E' stato scritto in un momento un po' particolare...
Per quanto riguarda la correzione... Grazie mille Non avevo notato gli errori di battitura e ti ringrazio per le correzioni generali
Che mi dici? E' da quel dì che non ti sento XD
Matt
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adele
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Inserito il - 25/09/2009 :  19:05:54  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mah niente di nuovo maritello mio =)
per quanto riguarda gli errorucci... figurati, è il mio mestiere U.u

xD
te amooo
A.
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Matt 75
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Inserito il - 14/01/2010 :  21:29:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Riflessioni


Come se ogni attimo della tua vita fosse una semplice fotografia. Un'immagine, un secondo di memoria impresso su di un rullino.

Pensi a tutto ciò che ti capita ogni giorno, a tutti quei piccoli gesti quotidiani che rendono unica la Tua esistenza.
Pensi ai sorrisi, agli sguardi. Poi il tempo ti chiama.
Ti volti verso l'orologio e lo guardi che passa. Ti incanti a seguire i secondi che scivolano via con quel ritmo dannatamente regolare.
E, istantaneamente, ti immergi in un universo di sensazioni.

Ti dicono che tutto finirà, che nulla dura per sempre e che tu sei solo un povero illuso. Uno stupido sognatore che farà i conti con la realtà, e che si farà male.
Tutto passa.
Cadrai, ti farai male, e sarai solo.

Ed è allora che dovrai farlo.

Sarà quando ti daranno contro che dovrai reagire.
Sarà allora che dovrai fermarti a riflettere.

Perché è vero che il tempo passa, ma è anche vero che nessuno può portarti via i tuoi ricordi.

E' vero che il troppo sognare potrebbe distruggerti, ma... Che vita sarebbe senza sogni?

E' vero che gli eccessi danneggiano... Ma che vita sarebbe se fossimo tutti uguali? Se fossimo continuamente schiavizzati dall'abitudine?

O anche... Che vita sarebbe senza amore?
Ah, già, l'amore...
Ti dicono che nemmeno quello esiste, e che anche se esistesse, finirebbe anche quello.

Ma non è vero, e non devi dimenticarlo mai.

Segui sempre e solo il tuo istinto, ma non ignorare mai i pareri di chi ti è vicino.
Piuttosto, non prendere in considerazione chi ti odia. Non ne vale la pena.

Sii te stesso, ma senza essere solo.
Perché sarà solo allora che riuscirai a fermare l'orologio.
Perché non è lui a decidere il destino delle cose: sei tu.

Come se ogni attimo della tua vita fosse una semplice fotografia. Un'immagine, un secondo di respiri impressi su di un rullino.
Quello della tua anima.
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Matt 75
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Inserito il - 14/01/2010 :  22:29:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
No


Guardi il cerchio e ci vedi dentro un vuoto. E dentro a quel vuoto vedi un mondo, e dentro al mondo un universo. E al centro ci sei tu.

Girovagando nella notte, balli silenziosamente la canzone dei tuoi sogni. Pagine e pagine di colori e volti a te noti.
E' il mostro a più teste che ti gonfia il corpo, penetra nelle tue ossa e rende gelido ogni secondo.

E ad ogni respiro migliaia di aculei ti infilzano, il freddo bolle nel tuo sangue e un brivido ti percorre il corpo, graffiandoti la schiena e stringendoti il collo.
E' dunque questa? Sta davvero arrivando?

Guidando al buio, con il solo pensiero di scomparire in tutto quel nero, di nascondersi all'interno del buio. Lasciare tutto da parte e coprirti, renderti invisibile. Andartene.

Poi il tuo futuro ti fa luce, ed aprendo gli occhi vedi l'immensità.

Il cuore batte a mille, il rumore delle emozioni si sente senza alcun problema; il cerchio si è chiuso.
Guardi il cerchio e dentro ci vedi un mondo. E dentro a quel mondo vedi un vuoto, e dentro al vuoto un altro vuoto. E tu non ci sei.
E allora la notte si colora di rosso, il ballo diventa un rituale e la canzone è una preghiera. Libri di mostri che ti distruggono la psiche, fredde sensazioni di rottura e unghie che strappano la tua carne.
Non è la morte, questa: è qualcosa di peggio, è la consapevolezza del vivere desiderando, e nel buio non c'è un bacio.

Non perdi la coscienza ma prendi la follia, non c'è nessuno che sta tirandoti le nuvole, in fondo. E la solitudine diventa solo un'inutile formalità.

Non c'è un cerchio, e se c'è è un'illusione. La pianta fa il suo effetto, i fumi della ragione svaniscono davanti a tuoi occhi. Ti accorgi che stai delirando, ma forse no.




Hai mai visto un cielo blu?
Migliaia di lacrime che cadono, andando sempre più in alto, delicate come i fragili petali di una rosa, pungenti come le spine della stessa, violente come lo sei tu.

Violento, mordi il foglio con le parole. Urli il mondo con suoni che, in realtà, non ci sono. Li vedi solo tu.
Sono frutto della tua immaginazione, non c'è nulla.
E il sangue, e il te, e il suo... No, nulla di tutto questo. Sei solo un folle visionario della realtà. E morirai per questo, lo sai.
E basta.
























Silenzio.
Assenza di parole.
Come quelle che spari a raffica nei momenti più tali.
Poi guardi il cerchio, e dentro ci vedi tutto. E sorridi.
Tanto non capiranno niente.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 17/01/2010 :  17:04:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ciao Matt,
più che "No" direi di "sì"!
Idea accattivante, niente facile da ideare, difficile da scrivere. A volte le parole lasciano il foglio e ballano in aria, non è facile tenerli a bada.
Storia complicata da seguire; è questo il difetto di una scrittura del genere. So anche che ci vuole coraggio per lasciarle come erano venute!
Qualcosa mi ha fatto pensare a Dick, o sbaglio?
Un salutone,
Georg
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adele
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 24/01/2010 :  22:50:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
nooooooooooooooooo porca muccaaaaaaaaaaaaaa O.O avevo scritto un commento lunghissimo pieno di appunti su "riflessioni" e il computer non l'ha postatooooo O.O UAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARGH!! O.O
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 25/01/2010 :  13:00:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La maledizione del pc!
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 04/01/2011 :  12:41:43  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Delirio

Ci sono cose, nella vita, che non ritorneranno più come un tempo.
Una sera d'estate con gli amici, l'odore della birra, il fumo, il sudore, pungente, i sorrisi, gli abbracci, i baci, le notte, gli addii.
Molte cose cambiano, crescendo, e ti rendi conto che ci sono tantissimi particolari che un giorno ricorderai senza un motivo preciso,
e allora sarai invaso da un vortice di nostalgia che lentamente, senza che tu te ne accorga, ti porterà via con sé.
Quanto colore avranno allora quelle notti, e quanto rumore farà quel tavolo spostato con rabbia, quanto male farà quello schiaffo, quanto peso
avranno quei momenti passati con la voglia di gettare tutto alle ortiche; quante volte, ricordando, sorriderai e ti commuoverai ripensando al rumore
del motorino, alla partita tra amici, al rimorso per quello sbaglio fatto.
E canterai le canzoni di cui ancora ricorderai le parole, e il verde dell'erba fresca ti tornerà in mente, ti riporterà ai banchi di scuola, ti entrerà
dentro fino a strozzarti il cuore in un unico, silenzioso respiro.
C'è così tanto da vedere in questo mondo, così tanti libri da leggere, così tante avventure da cominciare per il semplice gusto di fare qualcosa
di diverso.
C'è così tanto da imparare, così poco da insegnare: tanta di quella roba su cui pensare che no basteranno millenni di persone per riassumere in un unico concetto
tutto quello che è parte di ogni secondo di vita umana; i pensieri, le poesie, le nostre stesse esperienze, sono solo tentativi andati male.
Siamo solo sfumature di un unico colore che è la nostra essenza e che, per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a concepire come possibile.
Stolto colui che non capisce: siamo solo parte di un grande cerchio, e alla fine anche noi verremo bruciati insieme alle nostre anime, specchio
vuoto e distrutto di una persona che, no, non è più qui.
Polvere eravamo, polvere ritorneremo: nulla cambierà mai questo eterno principio.
Solo buio, dicono.
Ma è davvero tutto così inesorabilmente deciso? Nulla parlerà di noi?
Nessuno potrà mai toglierci l'immaginazione, d'altronde, e con essa tutte le cose che a sua volta causa. Ma allora perché tutta questa paura?
Stolto colui che non capisce: siamo gocce di vita nate con uno scopo preciso, e Poesia è la nostra guida. Nessuno mai potrà cancellarci da noi
stessi e strappare le nostre radici. Nessuno, dico nessuno, amico mio, potrà mai vivere come se non fossimo mai esistiti, nonostante il tempo.
Gli anni passano, le foglie cadono e i posti cambiano nome e colore: ciò accade per me come per te, amico mio, e te ne accorgerai.
Un giorno, ripensando ai tuoi amici, alle tue serate, ai tuoi amori, ai tuoi ricordi, a quel passato pieno d'ombra che ti è sempre stato
stretto, troppo stretto, capirai che tutto ciò è vero: grande è il mare della mente umana, e non esiste marinaio che sia in grado di navigarlo.
Nemmeno tu, amico mio, ma non ti scoraggiare: non ascoltare quanto ti dico e vai avanti per la tua strada, perché solo così sarai in grado di
cogliere davvero l'essenza di tutte le cose e di non scioglierti come uno qualunque.
Perché tu, amico, sei come tutti noi, ma hai qualcosa in te che ti rende unico, e vedi di sbrigarti a capire cosa sia, o questo inutile ed effimero
foglio di carta diventerà per te la peggiore delle profezie, tornerà per te il caldo del dolore delle urla, si trasformerà per te nelle grida
che da tanto ti invadono la mente, e ti divoreranno l'anima con tutta la ferocia della tua sofferenza.
Io lo so cosa hai visto, amico mio, lo so cosa hai provato e so anche cosa hai pensato. Io sono te, amico mio, ed è per questo che ti chiedo di
continuare e di non fermarti come ho fatto io. Hai così tanto da dire, vai, corri, scappa! Qui non è il tuo posto, tu hai
altre strade da percorrere!



Matt
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 04/01/2011 :  15:26:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Delirio?
Nemmeno tanto.
Piuttosto un modo diverso di descrivere la vita e quello che ciascuno può vederci. Che sia un mare o un oceano, che sia una via tortuosa, un viaggio in aereo o per un fiume sconosciuto, un sogno o un incubo...
Mille modi per affrontare la propria vita. Certo, la poesia e la passione sono, secondo me, tra le cose più importanti per affrontarlo. Ma è un modo personale e soggettivo di vedere...
Personalmente nonn ci vedo uno scopo "alto" se non quello di vivere in odo degno e con gli occhi ben aperti.

Georg
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 03/07/2012 :  21:34:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il ticchettio dell'orologio scandiva inesorabile i secondi del giorno. Nella stanza, il silenzio più totale.
Il vuoto di quell'ambiente, così secco e sulfureo, ben esprimeva la sensazione di soffocamento che aleggiava
in casa; le persiane, quasi chiuse, lasciavano trapelare appena un lieve raggio di luce che terminava in uno
specchio posto proprio di fronte alla finestra; il resto, penombra, che tacita e leggera occupava lo spazio
a lui circostante, dando al tutto un senso di malinconia che chiunque avrebbe provato all'interrompere quella
grigia cornice di vuote riflessioni. In linea con la crepuscolarità del luogo, difatti, i suoi pensieri erano
alquanto vaghi e ombrosi.
Seduto, fissava immobile l'orologio di fronte a sé. Era la sua qualcosa di più di una semplice occhiata all'ora
o di un momento sovrappensiero, poiché già da molto aveva portato il suo sguardo su quel meraviglioso
marchingengo del tempo . Seguiva con attenzione la precisa e maniacale regolarità con cui i secondi passavano,
e si meravigliava della perfezione con cui la lancetta dei minuti rispondeva attenta allo svanire dei sessanta
secondi, cmopiendo un minuscolo passo alla sua destra per poi fermarsi di nuovo, quasi congelata ma pronta
a spostarsi quando le venisse chiesto di farlo. E così proseguiva quell'agonia di lenti e costanti passaggi
che non accennava a fermarsi.
D'improvviso un leggerissimo movimento all'altezza della sua gamba lo svegliò dalla sua trance: percepì qualcosa
di minuscolo muoverglisi all'altezza del polpaccio destro, completamente a riposo.
Spostò lentamente lo sguardo verso i suoi arti inferiori, quindi tentò di interrompere quel torpore che gli
attanagliava il corpo con un lento movimento della mano che, però, non riuscì a compiere. Quella repentina
interruzione del suo stato di alienazione mentale lo portò quindi a concentrare sulla necessità di spostarsi
le sue forze: eppure, realizzò con stupore che anche i più elementari movimenti gli sembravano quasi
impossibili da compiere. Tuttavia, la sua mente e il suo sguardo, ben lucidi, non tardarono nel notare come
la piccola figura che gli si era posata sul polpaccio era ora sparita, e questo evento era ora accompagnato
da un lieve ronzio che riempiva costante la stanza, passando quindi per il suo udito e, di conseguenza, al
suo cervello, che finalmente identificò l'ignoto visitatore: una mosca.
La chiarificante visione del piccolo insetto svegliò quindi totalmente in lui la percezione della realtà che lo
circondava: per questo, tentò un'altra volta di dare sollievo a quel suo corpo che sentiva così appesantito, e che
non accennava a volersi alleggerire di quel masso che sembrava esserglisi posato in ogni sua cellula. L'unica
parte del suo corpo di cui era cosciente, e questo lo aveva capito immediatamente, erano i suoi occhi: per questo,
al realizzare della situazione di difficile interpretazione in cui era capitato, cominciò a sbattere le palpebre
con una maggiore rapidità, e parimenti spostò il suo sguardo più volte intorno a lui per cercare una spiegazione
a quella strana sensazione.
Nulla.
Udì quindi di nuovo la mosca ronzargli attorno, poi posarglisi sul naso, quindi svolazzare ancora per poi adagiarsi
nuovamente sul suo polpaccio, causandogli un lieve solletico del quale, irritato, sentiva la necessità
subitanea di liberarsi. Tuttavia, il suo corpo continuava a non rispondere.
Gradualmente, il movimento dei suoi occhi si fece sempre più frenetico, gli sforzi per spostarsi sempre più pesanti,
ed ogni ticchettio di quel maledetto orologio posto di fronte a lui che tuttora vedeva molto bene, ed ogni
nuovo, lieve ronzio che percepiva di quella maledetta mosca che gli girava intorno, ogni istante di quella
strana condizione di immobilità gli portavano un dolore più grande, un dolore simile ad un graffio, ad un
violento brivido che gli percorreva tutto il corpo e che lo faceva tremare sempre più forte, fino a quando
il brivido sembrò diventare graffio e cominciò a sentire dolore anche sotto la sua pelle. Sentì che, mano a mano
che i secondi passavano, il suo corpo sembrava contorcersi, percepiva delle scariche sopraffargli ogni singola
cellula del corpo, installarsi sul suo sistema nervoso che ora mandava in confusione un'intera e perfetta
macchina da vita che andava scemando la sua efficacia di attimo in attimo. Gli parve di sentire quella che doveva
essere la sua colonna vertebrale contorcersi come un enorme e rigido elastico, sentì ogni singolo muscolo del suo
corpo come stirato quasi al limite dello strappo. Il movimento dei suoi occhi si fece quindi maniacale, disperato,
terrorizzato, e il suo sguardo ricadde spaventato sulla visione del suo corpo che si muoveva da solo, proprio
come gli pareva di aver sentito in quei momenti che sperava fossero solo autosuggestione. Guardò con orrore
lo spettacolo degli spasmi che avevano preso possesso dei suoi muscoli, si inorridì di fronte allo spettacolo
della convulsione generale che lo stava investendo lasciandogli intatta la mente, lucida e perfettamente in grado
di provare tanto il dolore sovrumano cui era sottoposto quanto l'umiliazione dell'impotenza più totale.
Un istinto gli venne quindi dal cuore: urlare. Fece uno sforzo enorme per tentare di prendere possesso della
sua lingua, eppure continuava a sentirla agitarsi forsennatamente all'interno di quella bocca che non sentiva
neanche più sua, e che si agitava e si contorceva proprio come il resto di quello che restava della sua persona.
Tentò un'ultima volta di far fronte a quell'enorme ondata di incontrollabile movimento che sentiva addosso, ma
l'unica e l'ultima cosa di cui ebbe coscienza fu l'immagine di quella mosca che vide di nuovo di fronte a sé,
posata sul suo naso, proprio in mezzo a quei due occhi che erano l'ultimo specchio di coscienza ancora
manovrabile.
Quindi il buio, ed il silenzio.

La sinistra quiete che ora avvolgeva la stanza e la sua anima giunse inaspettata. Proprio quando le convulsioni
sembravano essere sul punto di sfociare in un'unica, grande esplosione di dolore... Tutto nella stanza si
acquietò.
L'apatica calma dell'orologio ancora di fronte a lui che inesorabile avanzava lo colpì di nuovo. Della violenza
degli attimi precedenti a quel sonno della ragione che andava diffondendosi in lui, solo un barlume rimase.
E quale la fioca candela immersa nell'oscurità più totale, anche l'ultima sua luce si spense.
Fu allora che la vide: vide la notte entrare nella sua stanza ed aggrapparsi ad ogni angolo di quella casa,
stringendosi forte ai muri e immergendo nel nero più totale quel maledetto orologio che, intanto, avanzava
costante nella sua corsa contro se stesso. Tuttavia, quando anche quello sparì alla sua vista, il ticchettio
delle lancette rimase ancora perfettamente udibile in quel trionfo di solitudine che era la sua condizione.
Quindi il buio terminò la sua corsa, si fece uniforme e nascose dentro di sé le ultime percezioni di realtà
che i suoi occhi tuttora gli donavano. Vide l'enorme mano della notte accarezzargli il viso e coprirgli la vista.
Il ticchettio dell'orologio si fece quindi più dolce e leggero, discendente ad ogni minuscolo passaggio
del tempo ora sempre più marcato ed evidente, ma anche più lontano e remoto all'udito di quell'anima.
L'ultimo alito d'aria dalla sua bocca combaciò perfettamente con l'oscurazione ultima del suo sguardo.
Quindi il nulla.
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Georg Maag
Georg


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Inserito il - 05/07/2012 :  20:18:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bella storia, Matt, sicuramente vagamente nello stile di Lovecraft o Poe, ma questo non vuole essere un giudizio, solo una costatazione.
Diciamo che è abbastanza inquietante, ecco. Alla fine ero stanco anch'io! :-)
Bravissimo, bel esercizio di stile, bella idea.
Un saluto
stammi bene
Georg
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 05/07/2012 :  21:51:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Caro Georg,
grazie per il tuo commento! Sai, non vedevo l'ora che mi scrivessi per dirmi che ne pensavi... Proprio come ai vecchi tempi
Sì, diciamo che l'ho preso come un esercizio di stile più che come un racconto vero e proprio, ma chissà, magari un giorno potrebbe diventare l'incipit di qualcosa di più grande
Un abbraccio,
Matt
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Matt 75
Gran Capo tra i piccoliscrittori


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Inserito il - 03/08/2012 :  13:10:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
E adesso che i quei gorni dolcemente opachi rimane un vago torpore; adesso che del meccanicistico futuro sola resta una briciola di razionalità, adesso che la vita viene avanti, è ora che si vede l'uomo. Remoto e distante pare l'avvenire, e gli occhi, una volta così clamorosamente sicuri dell'illusione della certezza, contemplano esitanti l'orizzonte che si allontana. La meta appare sfocata, il cammino lungo e pieno di ostacoli, i compagni effimeri e inconsistenti... Eppure meravigliosi. In tutto ciò, in fondo, sta la Bellezza.
In quello sguardo innamorato dche non promette valori terreni, in quella suprema paura di imprevisti che ti privino di te stesso, nella continua inquietudine tua tacita ombra al passar del tempo, in quella onirica visione di una creatura quasi sempre più priva di reale alla vista della mente, nella paura. Nel timore di vivere e sbagliare, così forte e amplificato nella stagione della libertà, del vuoto dei giorni che scorrono e lasciano spazio agli indomabili pensieri.
Nella ferita che costante si riapre alla visione quotidiana, e che solo da quell'amore così lontano pare essere rimarginata. Insicuro, improbabile, leggero, eppure forte e rabbioso, tanto forte da farti aver paura di starci dentro temendo di esserne travolto nell'anima tua tutta. E quella onnipresente sensazione di finzione, quel presentimento, quel dubbio che sia tutta una recita, un programma prestabilito che non prevede cambiamenti. Quel sorriso allo sbocciar dell'alba, e al calore della luce che irradia il mondo e il volto, il tuo, il suo. Ancora una volta al sole, ancora una volta all'allegria, ancora una volta in felicità.
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Tawara
piccolissimo scrittore


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Inserito il - 03/08/2012 :  16:26:07  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Oh.
Al momento è l'unica cosa che mi sento di dire. Prosa non semplice ma d'effetto, ben costruita: ogni parola sembra che rimandi alle altre, in un cerchio perfetto che si apre e poi si chiude, e questo - con le immagini complicate che ti proponi di evocare - è rassicurante per il lettore.
citazione:
Ancora una volta al sole, ancora una volta all'allegria, ancora una volta in felicità.

Mi sono soffermata su quel cambio di preposizione improvviso (è voluto, vero?). Un sorriso che si apre al sole, all'allegria e nella felicità, ma anche un sorriso che si apre alla futura e più che probabile in-felicità, pregustando già il momento in cui la ricorderà (e non, come ora, l'aspetterà)?
Però il tutto è impostato per guardare al presente, e...
Okay, non riesco a capire fino in fondo. Posso solo dire che mi è piaciuta e che mi ha trasmesso qualcosa che al momento non riesco ad identificare, ma che di certo cercherò di capire.
Che altro dire, se non grazie?

Francesca
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Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03